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Alla ricerca del tempo perduto

Alla ricerca del tempo perduto

Автор Marcel Proust

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Alla ricerca del tempo perduto

Автор Marcel Proust

оценки:
4/5 (11 оценки)
Длина:
4 654 страницы
89 часов
Издатель:
Издано:
16 дек. 2013 г.
ISBN:
9788854125810
Формат:
Книга

Описание

A cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso
Edizione integrale

• Dalla parte di Swann
• All’ombra delle fanciulle in fiore
• I Guermantes
• Sodoma e Gomorra
• La Prigioniera
• Albertine scomparsa
• Il Tempo ritrovato

Alla ricerca del tempo perduto è uno dei grandi capolavori della letteratura del Novecento. Attraverso le pagine di quest’opera monumentale, articolata in sette romanzi (Dalla parte di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra, La Prigioniera, Albertine scomparsa e Il Tempo ritrovato), ci viene rivelata un’intera società, nell’arco di tempo che va dal 1880 al 1920. Protagonista assoluta è l’aristocrazia, colta nel momento in cui si conclude la sua splendida parabola. Tutti i personaggi sono sostanzialmente dei vinti, a ognuno il tempo ha sottratto qualcosa. Soltanto la memoria sembra sopravvivere alla sua tirannia e solo nell’arte è possibile trovare un compenso al disordine del mondo.


Marcel Proust

nacque a Parigi nel 1871 da famiglia borghese. Esordì come scrittore su alcune riviste legate al simbolismo. Nel 1893 il poeta Robert de Montesquiou lo introdusse nell’ambiente aristocratico che gli fornì molti modelli per i suoi personaggi. Si interessò di architettura, pittura, scultura. Nel 1902 morì il padre; quando, nel 1905 perse la madre, cui era legato da tenerezza morbosa, l’asma da fieno di cui soffriva fin da bambino divenne cronica. Nel 1906 si trasferì in un appartamento di boulevard Haussmann, dove fece applicare alle pareti della stanza un rivestimento di sughero per proteggersi dal rumore: qui, isolato dal mondo, scrisse Alla ricerca del tempo perduto, il monumentale ciclo di sette romanzi cui lavorò fino agli ultimi giorni della sua vita.
Издатель:
Издано:
16 дек. 2013 г.
ISBN:
9788854125810
Формат:
Книга

Об авторе

Marcel Proust (1871–1922) was a French novelist, critic, and essayist best known for his monumental novel À la recherche du temps perdu (In Search of Lost Time; earlier rendered as Remembrance of Things Past), published in seven parts between 1913 and 1927. He is considered by critics and writers to be one of the most influential authors of the twentieth century.


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Titoli originali: Du côté de chez Swann, traduzione di Paolo Pinto (Un amour de Swann

è stato tradotto da Eurialo De Michelis);

À l’ombre des jeunes filles en fleurs, traduzione di Maura Del Serra;

Le côté de Guermantes, traduzione di Maurizio Grasso;

Sodome et Gomorrhe, traduzione di Giovanni Marchi;

La Prisonnière, traduzione di Giovanna Parisse;

Albertine disparue, traduzione di Rita Stajano;

Le Temps retrouvé, traduzione di Giuseppe Grasso

Prima edizione ebook: luglio 2011

© 1990, 2009 Newton Compton editori s.r.l.

Roma, Casella postale 6214

ISBN 978-88-541-2581-0

www.newtoncompton.com

Edizione elettronica realizzata da Gag srl

Marcel Proust

Alla ricerca del tempo perduto

Dalla parte di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra, La prigioniera, Albertine scomparsa, Il Tempo ritrovato

Edizione integrale a cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso condotta sul testo critico stabilito da Jean-Yves Tadié

Introduzione generale di Paolo Pinto

Newton Compton editori

La presente traduzione è condotta sull'edizione curata e stabilita da Jean-Yves Tadié per la «Bibliothèque de la Pléiade», Paris, Gallimard, 1987-1989, in quattro volumi, ultima in data ad aver apportato delle novità filologiche considerevoli, dopo il lavoro svolto a suo tempo da Pierre Clarac e André Ferré.

Riguardo ai criteri seguiti, riportiamo alcune significative righe dello stesso Tadié: «La stesura del testo è stata rivista sull'insieme dei documenti depositati alla Bibliothèque nationale: manoscritti, dattiloscritti, prove; l'edizione originale è servita da testo di base per le opere pubblicate prima della morte dell'autore, ma noi le abbiamo corrette dei loro errori grazie agli stadi immediatamente anteriori. Per quelle postume, ha fatto fede l'ultimo stadio rivisto dall'autore: dattiloscritto de La Prisonnière e di Alberane disparue (il dattiloscritto reca proprio questo titolo, e non La Fugitive, che figura soltanto nella corrispondenza), manoscritto di Le temps retrouvé» («L'édition d'À la recherche du temps perdu dans la Bibliothèque de la Pléiade», in Bulletin de la Société des Amis de Marcel Proust, n. 38, 1988, p. 131).

Per quanto attiene al vastissimo repertorio delle parole straniere entrate nell'uso quotidiano della lingua italiana, così com'è attestato dai dizionari, queste sono state lasciate in carattere tondo e non declinate; molte altre, che non sono entrate pienamente .nell'impiego della nostra lingua, sono state lasciate in corsivo e, ovviamente, sono state declinate.

Intendiamo ringraziare qui Maurizio Grasso per il contributo recato alla stesura della Cronologia, Pietro Bartalini Bigi per la revisione generale delle note e i suggerimenti circa l'uniformità lessicale, Maria Luisa Belleli per le ricerche bibliografiche.

P.P.-G.G.

INTRODUZIONE GENERALE

E il letterato snob scelse l'esilio

«Qual è per voi il colmo della sciagura?» — «Essere separato dalla mamma. » Così rispondeva Marcel Proust, tredicenne, alla prima di una serie di domande poste nell'album di una sua amichetta, Antoinette Félix-Faure. Forse si trattava soltanto di un gioco, a quel tempo, ma indubbiamente, quella risposta, Marcel l'avrebbe potuta ripetere molti anni dopo, quando, trentaquattrenne, sperimentò il dolore intollerabile della morte della madre, Jeanne Weil. Era il 26 settembre 1905, e Marcel, ancora sotto molti aspetti adolescente, per la prima volta era solo.

Il padre Adrien, medico illustre, professore d'Igiene all'Università di Parigi, spirito positivo, certamente meno propenso ad assecondare la sensibilità estenuata di Marcel, se n'era andato due anni prima, il 26 novembre 1903. Scompariva così dall'orizzonte inquieto di quell'eterno adolescente la figura «antagonista» e in qualche modo tirannica. Ma non si trattava di una liberazione, cui forse Marcel nemmeno anelava. Era pur sempre una perdita sotto il profilo degli affetti e, ancor più, sotto quello della sicurezza. Tra il professor Adrien e il figlio l'intesa non era stata mai facile. Troppo diverse erano le loro nature: sicuro ed energico l'uno, quanto l'altro fragile e assente. «Mio padre — confesserà Marcel — aveva per il mio genere d'intelligenza un disprezzo, corretto abbastanza però dalla tenerezza, per cui, nel complesso, il suo sentimento verso quel che facevo era di cieca indulgenza. » Ma nella famiglia Proust regnava una segreta armonia, ben al di là dei caratteri e delle propensioni individuali di ciascuno. «Cercavo — scrive ancora Marcel — non di soddisfarlo, perché mi rendo ben conto che ero io il punto nero della sua vita, ma di testimoniargli la mia tenerezza. E tuttavia v'erano dei giorni in cui mi rivoltavo di fronte alle sue affermazioni, certe e indiscutibili.» La malattia, che già era diventata la compagna di Marcel, lo costringeva a condurre una vita più controllata, a passare più tempo dentro casa. «In questa vita quotidiana, avevo dovuto attenuare — vi sono momenti in cui ho l'illusione retrospettiva di dirmi: sopprimere — i tratti del mio carattere o dell'animo mio che avessero potuto dispiacergli. Di modo che io credo fosse abbastanza soddisfatto di me, ed era questa un'intimità che non si è interrotta un solo giorno, e di cui avverto soprattutto la dolcezza, ora che la vita, fin nelle più piccole manifestazioni, è per me tanto amara e insopportabile.» In ogni caso, Marcel dedicò al padre, da poco scomparso, la traduzione (corredata di commento e note) della Bible of Amiens di John Ruskin.

La nonna, certamente la persona più importante nell'infanzia di Marcel, insieme con la madre, quella signora evocata in maniera struggente nella Recherche, tenera e comprensiva, innamorata in egual misura della natura e delle opere di genio e del campanile di Saint-Hilaire, che aveva fatto conoscere al nipotino l'aria del mare e l'amore per la bellezza, a Trouville, a Dieppe, a Cabourg, la signora che «nelle sue idee, nelle sue intenzioni, nei suoi propositi, nei suoi sorrisi, nei suoi sguardi aveva racchiuso il pensiero» del nipotino, era morta già da tempo, il 2 gennaio 1890.

Marcel, dunque, era solo. Per la prima volta. Il fanciullo malinconico, fragile e sognante che resisteva dietro l'apparenza dello snob, mondano ed elegante, doveva misurarsi con il mondo. E in condizioni tanto più disagiate e sfavorevoli quanto più crescevano nell'animo suo i complessi di colpa. Aveva cercato con tutte le sue forze di piacere, o almeno di non dispiacere troppo, ma sapeva di aver prodotto delle grandi devastazioni. La forza invincibile delle sue passioni, e una libertà interiore che nasceva dalla consapevolezza di essere andato, nella vita se non nell'arte, ben al di là della superficie opaca delle cose, lo avevano indotto ad allontanarsi dall'alveo delle sicurezze familiari e a deludere, se non a tradire, le attese della madre. Simile al «sopravvissuto» di Guido Gozzano, anche Marcel, nella casa inutilmente vasta di rue de Courcelles, «dalla volta sonora e dalle larghe scalinate», poteva adagiarsi, di fronte al caminetto acceso, «nella bianca tristezza dei ricordi», e rivedere un altro se stesso già così lontano — «un po' malato... frivolo... mondano...» —, ma ancor più infelice del «reduce» torinese, dal momento che lui non aveva più una mamma a cui promettere, magari sapendo di mentire: «È tempo d'essere il ragazzo più serio, che vagheggiano i parenti».

Quel che resta della famiglia — il fratello minore Robert, con il suo matrimonio, il 2 febbraio 1903, ha lasciato la casa di rue de Courcelles — vive nel culto del professor Adrien. In occasione del primo anniversario della scomparsa, Marcel scrive alla madre una lettera straziante e piena d'amore: «Ho l'impressione di pensare a te ancor più teneramente del solito, se è possibile (e non lo è) oggi...». Tutto quel che è stato, dopo quell'evento terribile, gli appare come «un sogno meccanico». Sembra incredibile che siano passati già tanti mesi, «che abbiamo potuto essere infelici per tanto tempo, che avremo ancora tanto tempo per esserlo».

Non sarà così. La malattia di Marcel — l'asma, ma anche la nevrosi — stava già prendendo il sopravvento. Lo scrittore, è risaputo, aveva orizzonti incredibilmente vasti. Le sue letture accanite non si limitavano alla sfera della letteratura, ma toccavano le discipline più disparate: in particolare la filosofia, la psicologia, la medicina. Nel 1903, a quanto pare, Proust aveva letto un breve testo del dottor Dubois, professore di neuropatologia a Berna, dal titolo De l'influence de l'esprit sur le corps. L'anno seguente lesse un altro libro dello stesso Dubois, Les psychonévroses et leur traitement moral, che si avvaleva della prefazione del dottor Déjérine, medico della Salpêtrière e professore all'Università di Parigi. È superfluo aggiungere che, in quel tempo, Parigi era ancora la capitale e il punto di riferimento delle relativamente nuove discipline che studiavano i territori ambigui e inesplorati delle malattie nervose. Freud era alle porte — la sua prima opera importante, L'interpretazione dei sogni, è del 1900, mentre la Psicopatologia della vita quotidiana è del 1901 —; a Parigi numerosi allievi del grande Charcot si contendevano l'eredità del maestro. Abbiamo motivo di ritenere che Proust seguisse con estremo interesse gli sviluppi della nuova disciplina. Dubois teorizzava e praticava una psicoterapia che poteva esser definita «razionale» o, meglio ancora, «morale». Questo significava che, per combattere le psiconevrosi, non era sufficiente rimuovere le cause occasionali. Era necessario conoscere a fondo l'individuo malato, recuperare le sue risorse interiori, e porle al servizio della guarigione. Insomma, egli metteva in primo piano l'influsso del morale sul fisico. Proust decise di sottoporsi alle cure di quel medico. Partì con la madre per Évian, nei primi giorni di settembre del 1905, riproponendosi di raggiungere in un secondo tempo, in Svizzera, la clinica del dottor Dubois. Appena giunti a Évian, però, la madre ebbe un attacco di vertigini e di vomito. Marcel riconobbe, probabilmente, i sintomi di una ricomparsa della nefrite. Seguì una parziale paralisi. Fu necessario rientrare rapidamente a Parigi. Dopo una fase di breve miglioramento, le condizioni precipitarono. Morì il 26 settembre. L'ultimo colloquio con Marcel, reso incerto dall'afasia sopraggiunta, fu, come tutti gli altri, tenero e raffinato, con le usuali citazioni dei classici. L'infermiera li lasciò soli, e lei disse, riprendendo una frase di Molière: «La sua partenza non poteva essere più tempestiva». «Non posso vivere senza di te!» esclamò il figlio. E lei: «Non avere paura, bambino, la mamma non ti lascia». E poi l'ultimo richiamo, un verso di Corneille con cui usava confortarlo, da piccolo, ogni volta che dovevano separarsi: «Se non sei romano, sii degno di esserlo!».

Marcel era solo e forse incapace di provvedere a se stesso, proiettato nell'ombra di un'esistenza che non era vita. Ne aveva coscienza lui stesso, scrivendo a Robert de Montesquiou: «Non posso dirvi quel che ho sofferto... La mamma mi sa così incapace di vivere senza di lei, così disarmato in ogni senso contro la vita che se ha provato, come temo, l'angoscia, la sensazione che si accingeva a lasciarmi per sempre, ha dovuto conoscere momenti di ansia così atroci che per me il solo immaginarli è un terribile supplizio». E ancora: «L'ho perduta, l'ho vista soffrire, e ho ragioni per credere che ha saputo di lasciarmi, angosciandosi per non potermi fare le raccomandazioni che avrebbe voluto; ho la sensazione che io, con la mia cattiva salute, sia stato il tormento e la preoccupazione della sua vita...». Per un mese Marcel si rinchiuse in casa, a piangere e, certo, a interrogarsi. Non riusciva più a dormire, forse non voleva più dormire. La veglia era una sorta di difesa, giacché teneva desta l'intelligenza. Ma, nel sonno, da quali e quanti fantasmi era assillato. Il rimorso gli impediva di trovare un attimo di dolcezza nel ricordo del tempo trascorso. In certi momenti gli sembrava di essersi abituato alla sua infelicità, di ritrovare gusto alla vita; ma ciò si traduceva subito in nuovi rimorsi, e si riaffacciava il rimpianto, sempre crudele allo stesso modo, ma sempre diverso: «È un nuovo dolore, un male sconosciuto, atroce come la prima volta».

Abbandoniamo per ora la malattia, e seguiamo le varie fasi di questo rimorso. Sappiamo che Marcel lasciò la casa di rue de Courcelles per trasferirsi al n. 102 di boulevard Haussmann, facendo una tappa intermedia di cinque mesi nel settecentesco Hôtel des Réservoirs a Versailles. Cosa lo spingesse a questa sorta di fuga è piuttosto evidente. Aveva la sensazione di essere stato esiliato dal paradiso della propria infanzia, l'unico in cui gli fosse consentito di vivere. La casa di rue de Courcelles gli evocava continuamente terrificanti immagini della madre. In quelle stanze vuote gli sembrava che lei tornasse quotidianamente a morire. E sempre più aveva l'impressione che fosse stato lui a farla morire. Quella casa era «così triste perché era stata così felice».

Una mattina qualsiasi del gennaio 1907 — era già nella nuova abitazione da quasi un mese — Marcel si accingeva a ripetere, al mattino, quell'atto «abominevole e voluttuoso» che è la lettura del giornale, nel suo caso Le Figaro (di cui era anche collaboratore). Tra poco, avrebbe saputo, come ogni mattina, «tutta la miseria del globo», «il dolore di tanti esseri», e le mille altre notizie che, nonostante tutto, ci riallacciano all'esistenza, ci fanno sentire come partecipi di una vicenda più comprensiva della nostra, ci inducono, insomma, a ricominciare di nuovo la nostra avventura. Quel giorno il suo occhio si posò subito su un fatto di cronaca, intitolato Un dramma della pazzia. Si trattava di una vicenda terribile — un matricidio — che evocava nel lettore l'inesorabilità del fato; e subito tornarono dinanzi a lui le immagini di Aiace e di Edipo, e l'interrogazione incessante della principessa Lisa in Tolstoj: «Henri, che hai fatto di me? che hai fatto di me?». Ce n'era abbastanza per turbare l'animo sensibile di Marcel, tanto più che erano in discussione i sentimenti di un essere umano nei confronti della madre. Ma la vicenda lo colpì ancor più fortemente, in quanto Marcel aveva avuto occasione di conoscere il matricida, di scambiare con lui delle lettere, e soprattutto di apprezzarne certe gentilezze d'animo. Quell'uomo che sembrava così attaccato «alle piccole cose della vita, che rispondeva con tanta eleganza a una lettera», che mostrava finezza e lealtà, era precipitato in maniera inspiegabile nell'inferno della follia e del delitto.

«Che hai fatto di me? che hai fatto di me?» ripeteva meccanicamente Marcel, e gli sembrava che quelle parole fosse sua madre a pronunciarle, come un atto di accusa contro di lui. Ed ecco la conclusione, dolorosa e rivelatrice: «A ben pensarci, non c'è forse madre veramente amorosa la quale, nel suo ultimo giorno, e spesso molto prima, non possa rivolgere questo rimprovero al figlio. In fondo, noi invecchiamo, noi uccidiamo tutti coloro che ci amano con le inquietudini che procuriamo loro, con la stessa tormentosa tenerezza che ispiriamo e che mettiamo di continuo in allarme». Evidentemente, anche lui si sentiva responsabile «di quel lento lavoro di distruzione che produce, in un corpo diletto, una tenerezza dolorosa e delusa».

Era precipitato in un abisso senza uscita, in una notte senza sonno, in un silenzio senza quiete, in una solitudine senza speranza, in una malattia senza guarigione. La morte dell'unica persona veramente amata lo aveva condotto alla voluttà della morte. Cosa avrebbe potuto desiderare ormai? Quale felicità avrebbe potuto ancora attingere? I successi mondani li aveva provati, e sapeva quanto amaro lasciassero in bocca, quanta vanità ci fosse in essi e, soprattutto, quanto fugaci fossero quelle emozioni. L'amore, dopo l'illusione giovanile, lo aveva apparentato alla «razza maledetta», il cui ideale di bellezza è al tempo stesso l'oggetto della vergogna e la paura del castigo. L'ipotesi Dio non era stata accolta dalla sua mente, anche se avrebbe voluto credere a qualcosa che potesse sopravvivere dopo la nostra morte, che consentisse agli uomini di ritrovarsi sotto un altro cielo, nelle valli promesse e attese. Gli restava aperta soltanto la via della fuga in un altro mondo possibile, anzi nel migliore dei mondi possibili, la via della creazione artistica. Ma avrebbe avuto l'energia, il tempo e il talento per dar vita a un vero capolavoro? Avrebbe saputo tradurre in atto quelle vaghe immagini del passato che si portava dentro? Avrebbe saputo liberare quella bellezza misteriosa, di cui, da bambino, aveva avvertito l'eco, imprigionata nelle cose e dissimulata agli sguardi della gente comune?

Il primo problema da risolvere era quello della malattia. Marcel aveva nove anni, quando fu colto da una crisi di soffocazione (dovuta ad asma o a raffreddore da fieno) così acuta da costringerlo, in seguito, ogni primavera, a rinunciare agli amati contatti con la natura. Quel fanciullo che nella Recherche passeggiava per i campi solitari alla scoperta delle forme sinuose dei fiori, che abbracciava piangendo i biancospini, al momento di lasciarli, e prometteva loro una fedeltà assoluta, quel fanciullo — se è lecito in esso ritrovare i tratti di Marcel — sarebbe stato costretto a vivere senza quegli aromi e quei colori. Il suo nuovo appartamento in boulevard Haussmann era il meno indicato per un malato d'asma e d'insonnia, trovandosi al livello degli alberi e immerso nel rumore del traffico. Così, a causa della polvere, del polline e dello strepito, le finestre saranno sempre serrate. Quella striscia di sole che, in altri tempi, aveva visto posarsi sulla finestra, e nella quale aveva letto una promessa d'amore, sempre più sarà un ricordo del passato. La malattia lo condannava a un'esistenza notturna e solitaria. «Conduco ormai una vita fantastica — scriveva in quel tempo a una sua amica —. Non esco più ormai, mi alzo verso le undici di sera, quando mi alzo... sempre alla mercé di una crisi improvvisa, non oso più incontrare nessuno.» E in un'altra lettera: «Continuerò fino alla morte a fare una vita che neanche le persone gravemente malate conducono, privato di ogni cosa, della luce del giorno, dell'aria, di ogni lavoro, di ogni piacere, in una parola della vita? Dove trovare un modo per cambiare? Non posso più oltre rimandare la risposta, perché non è solamente la mia giovinezza, è la mia vita che se ne va».

Eppure, quella malattia che aveva aperto una ferita nell'animo suo, come se gli avesse tolto un pezzo di vita, un qualcosa di costitutivo della sua essenza, divenne insensibilmente, nel tempo, una componente della sua identità. Al punto che siamo tentati di chiederci: avrebbe potuto farne a meno? Le sue crisi di malato — come ha dimostrato in un affascinante saggio Giovanni Macchia — «entravano nella sostanza della sua opera e ne erano per così dire il prolungamento, ed egli evadeva da quelle crisi per ricominciare a scrivere».

I medici sono pressoché concordi nel ritenere che l'asma sia la conseguenza di una nevrosi, cioè di un malessere dello spirito. Nel caso di Proust, la causa scatenante doveva ricercarsi, probabilmente, nelle emozioni dell'infanzia, legate a un bisogno morboso di tenerezza. I riscontri, in tal senso, nella Recherche sono continui e significativi. Primo fra tutti, l'episodio del bacio della buonanotte: «La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio non appena fossi stato a letto». E i singhiozzi che quel bambino ebbe la forza di trattenere dinanzi al padre, la sera in cui era rimasto alzato per dare ancora la buonanotte alla mamma, nel corridoio, quei singhiozzi che scoppiarono in seguito, attestavano chiaramente che la sua tristezza «non era più considerata una colpa da punire, bensì un male involontario che veniva riconosciuto ufficialmente, uno stato nervoso di cui non era responsabile». Per la prima volta, quel bambino aveva il conforto di non dover più mescolare gli scrupoli all'amarezza delle lacrime. Poteva piangere senza peccato. La soffocazione, quel senso di impossibilità alla vita conseguente all'impossibilità dell'espirazione, era in realtà un appello. Quel che il fanciullo della Recherche avvertiva ancora confusamente, l'adulto Marcel lo sapeva con piena cognizione di causa. Ritenevano i medici che la malattia fosse una conseguenza della nevrosi, che proprio per questo avesse carattere di intermittenza — come i moti del cuore —, in maniera tale che il paziente era come sdoppiato, contenente due individui, uno sano e l'altro malato, reciprocamente estranei fra di loro. «Quel male — scrive Macchia — sgretolava lo stesso concetto di personalità e l'immutabilità del nostro io. Era un turbamento che ci faceva vedere diversi e intaccava la nostra memoria, ma in cui tutto ci sfuggiva e tutto ritornava.» È abbastanza evidente che lo scrittore doveva trarre qualche vantaggio dalla consapevolezza di una malattia che incideva tanto profondamente sulla sua personalità, così da illuminarne imprevedibilmente le molteplici facce segrete. Ma soprattutto la malattia — quel tipo di malattia — gli mostrava che lo spirito era più forte del corpo. I medici, in altri tempi, avevano ripetuto che un pessimista era un uomo che aveva uno stomaco in disordine. «Oggi — afferma Proust — il dottor Dubois scrive a tutte lettere che chi ha uno stomaco cattivo è un pessimista. E non è più il suo stomaco che bisogna guarire se si vuol mutare la sua filosofia; è la sua filosofia che bisogna mutare se si vuol guarire il suo stomaco.»

Abbiamo visto come, nel settembre del 1905, il precipitare improvviso della salute della madre, e poi la morte impedissero a Marcel di recarsi dal dottor Dubois, a Ginevra. Ormai lo scrittore sapeva che la sua malattia non era soltanto l'asma. Egli si interrogava in maniera assillante, su una quantità di temi che riguardavano, a un tempo, la sua anima e il suo corpo: la memoria e l'oblio, la veglia e il sonno, la volontà e l'inerzia. Per questo, non avendo potuto farsi curare da Dubois, pensò a Déjérine, un medico della Salpêtrière che propugnava una terapia consistente nell'isolamento del paziente; ma poi cambiò idea e prese un appuntamento con Paul Sollier, studioso dei problemi della memoria, che dirigeva una clinica a Boulogne-sur-Seine. Qui Proust fu ricoverato, per un periodo di sei settimane. Sceglieva così la vìa dell'isolamento, dopo che la vita si era incaricata di lasciarlo solo; si allontanava dal mondo, per far sì che un altro mondo, quello interiore, prendesse forma liberamente; si rinchiudeva, come Noè, in una specie di arca, per salvarsi dal diluvio esterno, ma anche per poter osservare e comprendere meglio ciò che accadeva di fuori. Purtroppo, si trattò di un'esperienza infelice. Proust si attendeva dal Sollier — autore fra l'altro di un libro intitolato Les troubles de la mémoire — che risolvesse il suo dilemma angoscioso: la malattia del corpo avrebbe potuto compromettere l'attività della nostra memoria e intaccare quindi, insieme alla capacità di ricostruire il passato, la nostra identità personale? La domanda, che era frutto della lunga frequentazione di Proust con i testi di Bergson, presupponeva, in realtà, uno spessore filosofico che quel medico non aveva. Interrogato dal paziente se avesse letto appunto Bergson, il medico rispose avventatamente: «Sì, avrei dovuto farlo, visto che ci occupiamo delle stesse cose. Ma è così confuso e limitato!». Il medico, in un attimo, aveva perduto tutta la sua autorità, e il paziente, a costo di sottrarsi alla guarigione, trovava rifugio orgogliosamente nella coscienza della propria superiorità. La cura durò soltanto sei settimane e, quando finì, Marcel se ne tornò a casa con la certezza di essere «incredibilmente malato».

Avrebbe dovuto convivere con la malattia. Del resto, se quell'intermittenza di morte, che si presentava al suo cospetto sotto forma di soffocazione, gli toglieva ogni speranza di vita, è anche vero che gli dava una specie di seconda vista che gli consentiva di vedere quel che gli altri non vedono. «Solo il male fa osservare e imparare e permette di scomporre i meccanismi che, diversamente, non si conoscerebbero. Un uomo che, ogni sera, cada come un masso sul suo letto e non viva più fino al momento di svegliarsi e di alzarsi, quest'uomo penserà mai a fare, se non delle grandi scoperte, almeno delle piccole osservazioni sul sonno? Sa appena di dormire. Un po' d'insonnia non è inutile per apprezzare il sonno, gettare un raggio di luce in tanta notte. Una memoria senza pecche non è un potente eccitante per studiare i fenomeni della memoria.»

Insomma, la solitudine e la malattia, liberandolo dal mondo e dalla vita sociale, offrono a Proust l'occasione di diventare un analista di se stesso e delle passioni umane. E i momenti d'oblio, i vuoti, la confusione del passato, lungi dal vanificare la memoria, le infondono nuovo impulso, un'inusitata forza espansiva. Tutto ciò era indispensabile per comporre una grande opera, ma non era sufficiente. Era necessario anche il talento, e la consapevolezza di averlo. Il narratore della Recherche, che aspira a diventare scrittore, teme da bambino, con desolazione, di non avere talento, o di non poterlo sviluppare in conseguenza di una malattia cerebrale. «Mi sembrava, allora, di esistere nello stesso modo degli altri uomini, sarei invecchiato; sarei morto come loro, e in mezzo a loro ero semplicemente uno dei tanti che non hanno attitudine per la scrittura. Così, sfiduciato, rinunciavo per sempre alla letteratura... Quel sentimento intimo, immediato, del nulla del mio pensiero prevaleva su tutte le parole lusinghiere che potevano essermi prodigate, come i rimorsi della coscienza in un malvagio di cui ciascuno vanti le buone azioni.»

Qualcosa d'analogo doveva avvertire Marcel, in quel momento. Dopo la giovanile, raffinatissima raccolta di frammenti lirici e di prose mondane, Les Plaisirs et les Jours, Proust non aveva fatto granché. Quel suo primo libro non era riuscito a dissipare l'immagine del dilettante colto e del letterato snob che già gravava sulle sue esili spalle, e questo nonostante la prefazione di Anatole France, al quale il libro appariva «come un giovane volto, colmo d'incanto raro e di grazia sottile». Ma, insomma, Proust, con quel libro, dimostrava di essere molto più che una promessa. Dopo, però, a parte gli articoli e alcuni scritti brevi di varia natura, a parte la traduzione, con relativo commento, di due opere di John Ruskin, The Bible of Amiens e Sesame and Lilies, non scrive più niente. O meglio, scrive ma senza portare a termine il suo disegno e senza pubblicare. Si dedica, in particolare, alla stesura di un vasto romanzo che resterà incompiuto, Jean Santeuil. Comincia a lavorare a quest'opera nel 1895 e l'abbandona nel 1899. Sarebbe ingiusto definire Jean Santeuil un romanzo fallito, ma certo Marcel ne ebbe la sensazione dolorosa. Quattro anni di lavoro duro, anche se non continuo, avevano prodotto un migliaio di pagine da cui l'autore per primo si sentiva lontano. Erano pagine abbandonate, dimenticate, come un peccato inconfessabile di cui ci si debba vergognare. È probabile che Marcel, dinanzi a quel manoscritto, avvertisse ancora quel terrore infantile della mancanza di talento. Eppure Jean Santeuil conteneva molte parti significative (alcune saranno riprese nella Recherche,) e affrontava tematiche di grande rilievo, come ad esempio il rapporto tra vita e opera d'arte. Era chiaramente un romanzo autobiografico, sia pure sotto mentite spoglie, e scritto in terza persona. Ma il tempo in cui si svolgeva non era perduto, anzi in fieri. Quale che sia la sua importanza letteraria, è comunque un documento che ci aiuta a comprendere la complessità di Proust e della sua opera, l'«infanzia», per dirla con Gianfranco Contini, della Recherche.

Non c'è dubbio, comunque, che il fallimento di Jean Santeuil dovette condizionare a lungo le capacità creative del suo autore, insinuandogli il dubbio che la via del romanzo non fosse quella giusta. E così, negli anni che abbiamo esaminato, 1905 e 1906, la solitudine, la malattia e l'impotenza creatrice dovettero fondersi in una miscela esplosiva e dar vita a una crisi esistenziale. Marcel, dietro il suo sorriso gentile e i suoi modi cortesi, nascondeva una sconfitta irreparabile. Avrebbe potuto abbandonarsi ad essa, così come ci si lascia cullare dalla malinconia. Fortunatamente non fu così.

Il passato gli appariva, forse, nella nuova dimensione del «tempo perduto». Era necessario riorganizzare quei frammenti di vita vissuta. Davanti a lui, accanto alle immagini inquietanti del padre e della madre, ne scorrevano infinite altre: la zia Elisabeth che sarebbe diventata nella Recherche la zia Léonie: lo zio Louis Weil, vecchio scapolo con propensioni libertine, che sarà lo zio Adolphe, nell'abitazione del quale il protagonista della Recherche vedrà per la prima volta «la signora vestita di rosa»; la deliziosa Marie Bénardaky, immortalata nel personaggio di Gilberte Swann bambina; Laure Hayman, che sarà uno dei modelli di Odette de Crécy; Charles Haas, l'ispiratore di Swann; Marie Finaly, dagli occhi verdi di mare, uno degli amori più intensi di Marcel, che presterà alcuni suoi tratti ad Albertine; e tanti altri. Fra queste persone era trascorsa la vita mondana di Marcel. A vent'anni egli ci appare, come nel famoso ritratto di Jacques-Émile Bianche, nelle vesti di un dandy elegante e bizzarro, pallido e tenebroso, a suo agio fra aristocratici e cortigiane, che esibisce un'orchidea appuntata sui risvolti della giacca, dando già l'impressione di un essere notturno, descritto ora come un giovane principe persiano dai grandi occhi di gazzella, ora come un assiro misterioso e sfuggente, ora come un Pierrot languido e malinconico, ora come un gufo solitario e impenetrabile. In quella società estenuata, Marcel sperperò la sua dotazione di fanciullo innocente e la salda educazione familiare, cui non era estranea la severa morale ebraica. In quella società visse, o immaginò di vivere, i suoi primi amori. Le donne della sua vita furono quasi tutte inaccessibili, o perché troppo distanti da lui, per età, o perché fidanzate e mogli di amici carissimi. Ma non c'è dubbio che continuò a frequentarle, a desiderarle, ad amarle, anche quando la sua attenzione si volse altrove, verso quegli esseri contraddittori il cui «ideale è virile, proprio in quanto il loro temperamento è femminile».

E poi c'erano i luoghi dell'infanzia: la casa borghese e ricca di Parigi, in boulevard Malesherbes, nei pressi degli Champs-Élysées, teatro dei suoi giochi di fanciullo, accanto a cavallucci di legno e siepi di lauro; quella di Illiers, nella rue du Saint-Esprit, dove la famiglia Proust trascorreva le vacanze dalla zia Amiot, con il suo giardino, il Pré-Catelan, in cui Marcel passava lunghe giornate assorto in lettura — tutto il mondo quotidiano e familiare di Combray nella Recherche; e ancora la casa dello zio Weil, a Auteuil, altro modello per Combray; infine i viaggi, soprattutto quelli in Normandia, fatti in compagnia dell'amatissima nonna, lungo le spiagge dove apparivano, come per incanto, «le fanciulle in fiore».

Tutto questo mondo vasto e molteplice era perduto e pure intatto; e sarebbe entrato, naturalmente deformato e reinventato, nella grande opera della maturità. E vi sarebbero entrate, in qualche modo, tutte le opere precedenti, quasi che un disegno provvidenziale le avesse fatte nascere in vista di qualcos'altro. In questo senso, si può affermare che nulla della precedente vita di Marcel si disperde; e tutto serve alla decifrazione del dopo, anche se nessun evento interiore o esterno può interamente spiegarlo.

Il primo evento letterario importante era stato, ne abbiamo accennato, Les Plaisirs et les Jours. Quando il libro uscì, nel 1896, Proust aveva venticinque anni, e la sua giovinezza si accompagnava alle seduzioni narcisistiche dell'immaginazione. Ma anche se la visione estetizzante dell'autore, una certa aura di bellezza artificiale che spira un po' dappertutto finiscono per confinare queste pagine in un limbo incontaminato in cui l'autenticità della vita e dei sentimenti raramente riesce a penetrare, pure bisogna ammettere che non sono pochi né casuali gli spunti tematici e stilistici che lasciano prefigurare il Proust della Recherche. Alphonse Daudet, ricevendo una delle prime copie del libro, ringraziava «il caro, piccolo Marcel» del «bel cestino fiorito» in cui aveva messo «tutta la sua giovinezza — sogni, musiche e brividi — magicamente infiocchettata da una fata d'artista». È noto che l'elegante e un po' costosa edizione dei Plaisirs, dovuta a Calmann-Lévy, era arricchita dalle illustrazioni romantiche e floreali della celebre Madeleine Lemaire e dai pezzi per piano di Reynaldo Hahn, composti per accompagnare le poesie di Proust. Tanta leziosità, «infiocchettata» doveva suscitare, inevitabilmente qualche sarcasmo e qualche ironia a buon mercato, soprattutto da parte di coloro cui non era consentito, per difetto di origini o d'ingegno, frequentare quei salotti di cui il libro appariva come la quintessenza e la naturale emanazione. In questo clima va collocato uno spettacolo di ombre cinesi, nel corso del quale si faceva la parodia di alcuni personaggi di successo, fra i quali il nostro Proust che intratteneva un dialogo immaginario con un certo Erneste La Jaunesse, un dandy arruffone e sgradevole: «L'avete letto il mio libro? — No, signore, è troppo caro». Ma poi si inseriva un terzo personaggio a sostenere che «valeva il suo prezzo». E Proust concludeva: «Vero? Una prefazione di France, 4 franchi... Qualche quadro di Madame Lemaire, 4 franchi... La musica di Reynaldo Hahn, 4 franchi... La mia prosa, 1 franco... Qualche mia poesia, 50 centesimi... Totale, 13 franchi e 50...». Proust non gradì molto questa rappresentazione; e ancor meno la recensione ostile e maliziosamente allusiva di Jean Lorrain, stravagante figura di dandy omosessuale di cui Colette ci ricorda il viso incipriato, gli occhi azzurri e lucenti segnati dalla matita blu. Questi, dopo aver irriso alle malinconiche tenerezze dell'autore, ne denunciava la modestia, e concludeva: «State pur certi che per il suo prossimo volume Marcel Proust otterrà una prefazione da Alphonse Daudet, dall'intransigente Alphonse Daudet, che non la potrà rifiutare né a Madame Lemaire né al proprio figlio Lucien». Dove l'accenno alle inclinazioni del giovane Daudet e di Proust era evidente e volgare. Marcel reagì con fermezza e sfidò a duello il Lorrain. Così, si batterono alla pistola, senza che nessuno dei due ne riportasse danni.

Al di là delle chiacchiere, restavano a Marcel — come scrive in un saggio esemplare Mariolina Bongiovanni Bertini — i «brividi» e i «sogni» cui aveva accennato Daudet: «brividi di sgomento davanti alla durezza e all'opacità della vita reale, sogni di paesaggi trasfigurati e di immateriali creature in costante opposizione all'imperfezione incurabile del presente». Ma, a parte i «brividi» e i «sogni» (che comunque erano quelli di un poeta), Les Plaisirs et les Jours contenevano tre racconti lunghi, La morte di Baldassarre Silvande, La confessione di una fanciulla e La fine della gelosia, che andavano ben oltre l'originaria visione estetizzante e lasciavano intravedere esiti letterariamente originali. «Per quanto sia avventato vedervi una prefigurazione della Recherche — scrive ancora la Bongiovanni Bertini —, i tre racconti lunghi in cui l'attesa della morte si intreccia con il flusso della memoria sono ormai lontani tanto dagli ingegnosi ritratti alla La Bruyère del '92, quanto dai paesaggi trasfigurati e dalle diafane eroine del '93. Si fondono ormai sulla contrapposizione tra un tempo perduto, quello della mondanità e del vizio, dell'angoscia sterile, della gelosia, dei vari cerimoniali dell'estetismo, e un tempo ritrovato, quello del fertile raccoglimento dinanzi alla morte e del distacco supremo dall'affannoso incalzare della vita.»

Il libro è anche utile per ripercorrere il cammino delle letture giovanili e delle affinità elettive di Proust. Si avvertono, qua e là, ora appena accennati, ora insistenti, gli echi di svariati autori, da Sant'Agostino a Tolstoj, a Chateaubriand, a Mallarmé, allo stesso France; e soprattutto a Baudelaire, cui Proust sarà anche in seguito profondamente debitore. Ma la cosa più notevole dei Plaisirs è l'appropriazione, da parte di Proust, di temi che saranno poi ampiamente sviluppati, primo fra tutti quello dell'adolescenza, strettamente connesso — come evidenzia un importante saggio di Macchia — a quelli dell'amore e della morte. Non a caso, il libro si apre e si chiude con due immagini di morte. L 'atmosfera è come rarefatta e la morte appare quasi uno stato di grazia, l'unica difesa contro la durezza e la volgarità della vita. Sembra di udire ancora le parole che Villiers de l'Isle-Adam attribuisce ad Axel: « Vivere? I nostri servi lo faranno in vece nostra». Ma poi, inavvertitamente, la morte assume un altro aspetto, meno vago e più doloroso. È come un itinerario dalla falsità della letteratura alla verità della vita. Allora la morte appare come una forza ostile, alleata del tempo, demolitrice delle opere e dei giorni, demolitrice del passato e della nostra volontà. Compito dello scrittore è proprio quello di operare il prodigio della resurrezione. «La vita distrutta — scrive Macchia — ci viene restituita attraverso il suono lontano, delicato e infinito di una conchiglia: qualcosa di assai differente dalla vita stessa, che non l'imita, non la riproduce, ma la trasforma, la ricrea. »

Dopo i Plaisirs — lo abbiamo visto — Proust volle tentare l'esperienza del romanzo. Ma Jean Santeuil fu un fallimento, o almeno da lui fu vissuto come tale. Quali erano le cause? Soprattutto due: l'indolenza, che gli impediva di portare a compimento i suoi progetti, e la scarsa fiducia nei propri mezzi. Per questo, probabilmente, e per mostrare che la sua intelligenza poteva essere anche pratica, decise di fare qualcosa di più circoscritto, di più concreto, forse di più utile: la traduzione dei due libri di Ruskin, The Bible of Amiens e Sesame and Lilies. Traduzioni che furono accompagnate da note, commenti e riflessioni tanto vasti, approfonditi e compiuti da poter essere considerati dei veri e propri saggi autonomi. Naturalmente, la scelta non fu casuale. Già da qualche anno aveva letto e ammirato alcuni estratti di questo autore, che era stato rivelato ai francesi da Robert de la Sizeranne. Ne era stato affascinato, al punto da misurarsi, lui che conosceva la lingua inglese molto superficialmente, con l'originale. Ma probabilmente il suo interesse per Ruskin sarebbe rimasto confinato in un angolo della sua mente se non fosse accaduto, nell'ottobre del 1898, un fatto minimo ma di grande rilevanza simbolica. Era stata allestita, in quel tempo, una grande mostra di Rembrandt, ad Amsterdam. Proust volle visitarla. Osservò con interesse e con emozione i quadri del grande maestro, ma fu attratto irresistibilmente, più ancora che dai soggetti, dai colori, dalle luci, da uno strano visitatore, un vecchio cadente dal passo incerto e dall'occhio spento. Questo vecchio pareva quasi non vederli, quei quadri, eppure si avvertiva che li aveva visti tante volte, che li aveva amati, e sembrava quasi che fosse tornato da un mondo impossibile per attingere ancora una volta — l'ultima? — l'idea della bellezza. Proust che, evidentemente, era romanziere più di quanto lui stesso pensasse, volle immaginare che quel vecchio fosse Ruskin in persona. Da allora il suo legame spirituale con questo autore divenne fortissimo. Fu Ruskin ad accompagnarlo in tutti i suoi viaggi, sia che il suo sguardo si posasse sulle grandi cattedrali, sia che esaminasse le pietre di Venezia, sia che si perdesse nei paesaggi alpini, sia che infine tentasse di decifrare il linguaggio segreto dei fiori. Ruskin costituì, in qualche modo, il completamento della personalità di Proust. Tanto l'uno aveva imparato a guardare se stesso, quanto l'altro aveva imparato a guardare il mondo. Ruskin, insomma, fu una specie di intermediario fra Proust e la realtà della vita.

Proust dedicò alcuni anni allo studio dello scrittore inglese, e s'impose anche, nel lavoro di traduzione, una severa disciplina. E, riferendosi a The Bible of Amiens, poteva con giusto orgoglio affermare: «Questa traduzione, che io vorrei vivente, sarà almeno fedele, fedele come l'amore e come la pietà». Ma era qualcosa di più che una semplice traduzione. Avvicinandosi a Ruskin, in realtà Proust ne aveva assimilato e ricreato il pensiero. «Quella bellezza, a cui Ruskin volle dedicare la propria vita, non fu concepita come un oggetto di piacere fatto per affascinarlo, ma come una realtà infinitamente più importante della vita, e per la quale egli avrebbe dato la sua. Di qui nasce tutta l'estetica di Ruskin.» Così Proust si lasciò guidare da Ruskin, ben sapendo però che accettare una disciplina spirituale, significava accrescere le proprie capacità di comprendere e di sentire. Quella servitù volontaria era il principio di una nuova libertà. «Non esiste modo migliore per giungere ad avere coscienza di ciò che sentiamo noi stessi se non cercando di ricreare in noi quello che ha sentito un maestro. In questo sforzo profondo noi portiamo alla luce, con il suo, il nostro pensiero.» The Bible of Amiens gli aveva rivelato un nuovo lato della bellezza, ma lui era uno di quelli che avevano ricevuto, nascendo, «il dono delle fate». Quella bellezza particolare era solo un passaggio verso un ideale di bellezza più comprensivo e universale. E poi, in Proust, il problema dell'estetica si saldava a quello dell'etica. Il discorso sulla bellezza diventava anche, inevitabilmente, il discorso sulla verità.

Questo comportò anche una lenta presa di distanza di Proust da Ruskin. È stato notato che i due avevano molti punti di contatto: entrambi «dilettanti» geniali con un patrimonio familiare alle spalle; innamorati del bello più che esperti di una singola disciplina; fini osservatori della natura, dell'arte, dei sentimenti; disponibili alla comprensione della nuova cultura scientifica; infine, narratori e saggisti a un tempo, cioè naturalmente portati a uno stile che desse conto del mondo interiore e di quello esteriore, delle esigenze del racconto e di quelle del pensiero. Ma Proust aveva ben altra capacità di approfondimento. Egli aveva scoperto che l'ultima frase del testo di Ruskin dava significato a tutto quello che la precedeva; come se un piano segreto, una logica costruttiva interna avessero presieduto all'opera, conferendo unità e rigore a quelle che sembravano libere fantasie e associazioni della memoria. Sappiamo bene l'uso che Proust fece di tale scoperta. La sua opera avrebbe obbedito a un'architettura fantastica ma rigorosa, come le amate cattedrali, dove ogni guglia sembra allontanarsi dalla struttura, quasi a soddisfare un sogno segreto dell'artista, ma dove tutte, in realtà, sono in rapporto alle altre a all'insieme. Allo stesso modo, nella Recherche, tutti i punti sospesi, tutte le incongruenze troveranno spiegazione nell'ultimo volume, nel Tempo ritrovato.

Passando attraverso le esperienze terribili e congiunte dell'impotenza creativa, della solitudine, della malattia, dell'insonnia, del presentimento di morte, Proust era tuttavia giunto ad acquisire la coscienza di dover scrivere il grande romanzo. Ma i dubbi e le esitazioni apparivano ancora insormontabili. Nella sua mente si affastellavano una quantità di idee difformi che non riusciva a organizzare però in progetti adeguati. Nel dicembre del 1906 scriveva a un'amica: «Ho chiuso per sempre l'era delle traduzioni, che la mamma vedeva con favore. E quanto alle traduzioni di me stesso non ne ho più il coraggio». Laddove era presente il fallimento di Jean Santeuil e la concezione della letteratura, a cui irresistibilmente tendeva, come traduzione di un libro interiore. Anche il 1907 stava dileguando, senza lasciare frutti duraturi. Sempre più isolato, si perdeva fra inutili rimpianti e in progetti indefiniti. Invano frugava nella memoria, cercando di dare nuova forma ai frammenti dispersi di una vita, la sua, perennemente sospesa tra reale e immaginario. E tornavano a riproporsi, assillanti, le solite domande: Cosa hai fatto dei tuoi anni? Cosa farai di quelli che si profilano innanzi? Lascerai che il tuo mondo impallidisca lentamente, fin quando non si consumerà nell'oblio? L'indolenza, la malinconia, le tue dolci compagne, ti lasceranno lavorare? Alla fine dell'anno le ultime resistenze interne erano vinte. Proust sentiva l'esigenza di scrivere una nuova cosa, ma ancora non sapeva bene se dovesse trattarsi di un saggio o di un romanzo. Nel febbraio del 1908, ringraziando Madame Straus per i quaderni che gli aveva regalato, affermava con decisione: «Vorrei cominciare un lavoro abbastanza lungo». Ormai, il bagaglio di cose che aveva da scrivere gli pesava addosso, e doveva fare una scelta — come scrisse lui stesso a Lauris —, «disfarlo o partire». Non era più, naturalmente, il viaggio alla scoperta del mondo, ma il viaggio intorno a se stesso; era l'esilio. Quella società in cui lui aveva recitato la parte del letterato estetizzante e mondano, gli appariva ormai come un menzognero gioco d'ombre. Era tempo, come aveva ammonito Montaigne, di ricercare un proprio retrobottega, del tutto indipendente, «nel quale stabilire la nostra vera libertà». Non bastava più allontanarsi dagli altri, dalle inclinazioni generalmente accettate, bisognava «isolarsi da se stessi». Mentre Proust organizzava mentalmente la sua esistenza a venire, accaddero due fatti che attirarono fortemente la sua attenzione: il caso Lemoine e il caso Eulenburg.

Lemoine era un ingegnere che aveva tentato alcuni esperimenti di fabbricazione di diamanti attraverso un procedimento di cristallizzazione del carbonio. I diamanti così ottenuti furono sottoposti a perizia e riconosciuti autentici. Si scoprì poi che i diamanti di Lemoine erano stati acquistati da gioiellieri di Parigi. Tutta questa storia di false invenzioni e di brillanti veri fu chiarita quando si capirono le vere intenzioni di Lemoine: far crollare, col miraggio dei brillanti di laboratorio, la compagnia De Beers, che produceva brillanti autentici, allo scopo di impadronirsene. La vicenda sembrò a Proust una metafora della creazione letteraria. Al pari di Lemoine, Proust decise di imitare alcuni modelli stilistici esistenti. Nacquero così, e furono pubblicati su Le Figaro, a partire dal 22 febbraio del 1908, i suoi pastiches di Balzac, Flaubert, Sainte-Beuve, Michelet, Goncourt, Renan, ecc.; un modo originale di raccontare un caso «regolando il proprio metronomo interiore sul ritmo» di altre scritture. In realtà, come i diamanti di Lemoine, anche i pastiches sono autentici, nel senso che appartengono soltanto a Proust, e nel senso che ogni autore è unico e irriproducibile. Dietro queste prose, inespressa ma già riconoscibile, c'è già una teoria dello stile: lo stile è una visione; e non lo si può intendere con l'intelligenza.

Non meno importante, nell'ottica di Proust, fu il caso Eulenburg. Tutto era nato in seguito agli articoli di un giornalista tedesco che, attaccando l'entourage francofilo dell'imperatore Guglielmo II, accusava di omosessualità il principe von Eulenburg, amico del kaiser. Proust, certamente, avvertì in questa occasione la funzione romanzesca che nella sua opera avrebbe avuto il tema dell'omosessualità. E scrisse delle pagine patetiche e intense accostando l'emarginazione di cui erano vittime gli omosessuali con le persecuzioni che dovevano subire gli ebrei. Il tema non era certo nuovo per Proust. Già nei Plaisirs aveva raccontato storie d'inversione, ma la caduta nel baratro del vizio si accompagnava alla colpa e alla punizione. Nel momento in cui l'omosessualità era giustificata dal punto di vista estetico, era condannata da quello etico. Da questo momento viene meno la necessità dell'espiazione, forse perché già la vita quotidiana ne ha i caratteri. L'adolescenza è lontana, l'innocenza è perduta, e l'inversione appare un'altra faccia dell'amore. L'attenzione si sposta piuttosto sulle sofferenze dei protagonisti, segnati irreparabilmente dal desiderio del possesso e dall'ossessione della gelosia. Non c'è dubbio comunque che l'amore, di qualsiasi tipo, così come la mondanità, hanno una valenza negativa, in contrapposizione alla positività della solitudine.

La grande opera è alle porte, e tuttavia c'è ancora molta confusione nei progetti di Proust. Nel maggio 1908, ne enumera una serie impressionante: uno studio sulla nobiltà, un romanzo parigino, un saggio su Sainte-Beuve e Flaubert, un saggio sulle donne, un saggio sulla pederastia (non facile da pubblicare), uno studio sulle vetrate, uno studio sulle pietre tombali, uno studio sul romanzo. È facile dimostrare, a posteriori, che tutti questi materiali, apparentemente eterogenei, e molti altri ancora, troveranno posto nella Recherche; ma, in quel momento, dimostravano ch'egli aveva più perplessità che certezze. Il dubbio di fondo, come abbiamo accennato, era se dovesse scrivere un saggio o un romanzo. Certamente, però, nell'estate del 1908, Proust era alle prese con un romanzo. Una testimonianza di uno studioso di Proust, Bernard de Fallois, ci informa dell'esistenza di settantacinque fogli d'appunti, che disgraziatamente sono andati perduti, nei quali era tracciato un primo abbozzo della Recherche, o almeno una serie di nuclei tematici dell'opera. Si tratta, a giudizio dello studioso, di appunti la cui elaborazione rivela una ricerca tormentosa ed esasperata. Non c'è più «la facile e sovrana scioltezza» compositiva propria di Jean Santeuil, ma una scrittura che «si restringe, si complica, allaccia con le sue ghirlande il primo getto dell'autore. E non è senza emozione che si vedono apparire allora quelle linee manoscritte, sovraccariche e pesanti di correzioni, che pendono dietro di lei come grappoli viventi, come uno sciame di crisalidi. Perché sono la scrittura stessa della Recherche».

In ogni caso, Proust annotò, in quel periodo, un elenco di pagine scritte, il cui soggetto risulta piuttosto familiare al lettore della Recherche. Fra queste: «la nonna nel giardino», «il viso della mamma allora e, dopo, nei sogni»; «le difficoltà del prender sonno». Sono, insomma, i primi ricordi di Combray che prendono forma. E poi ancora un altro scritto: «la parte di Villebon e la parte di Méséglise», che preannuncia «le due parti», quella di Swann e quella di Guermantes, con tutto quel che rappresentano nel romanzo: due mondi incantati, l'uno, con i suoi lillà, i suoi biancospini, i suoi fiordalisi, i suoi papaveri, i suoi meli; l'altro, con il suo fiume popolato di girini, le sue ninfee e i suoi bottondoro; due mondi «legati a tanti piccoli avvenimenti di quella che, fra tutte le diverse vite che conduciamo parallelamente, è la più piena di peripezie, la più ricca di episodi, intendo dire la vita intellettuale». Infine, un ultimo frammento: «Quel che mi hanno insegnato le due parti», che fa pensare al superamento, già avvenuto, dell'inconciliabilità dei due mondi — da un lato la borghesia, dall'altro l'aristocrazia; da un lato la famiglia, dall'altro il mondo; da un lato l'infanzia, dall'altro l'età adulta — di cui il Narratore acquista consapevolezza quando Gilberte Swann, diventata Madame Saint-Loup, e dunque passata dalla parte dei Guermantes, gli insegnerà che esisteva un sentiero trasversale che riuniva le due passeggiate attorno a Combray.

Questo abbozzo di romanzo non ebbe lunga vita. Proust era tentato nuovamente dalla paresse, dal dubbio, dall'impotenza, ed era soprattutto incerto sulla «forma d'arte» da adottare. Aveva consapevolezza che dei frammenti autobiografici, dei momenti di estasi, anche se toccati dal soffio della poesia, non costituivano un romanzo. Sapeva che un romanzo è, certo, un contenitore di materiali vari e talvolta eterogenei, ma intrinsecamente unitario, nel senso che ogni parte è legata al tutto. Perciò era necessaria un'architettura, tanto più rigorosa quanto più era evidente la sua vocazione alla digressione. Insomma, in questi quaderni del 1908 si trovano moltissimi dei temi e delle intuizioni fondamentali della Recherche. Quel che fa difetto è un piano, un'organizzazione di «simmetrie spaziali e temporali» in avanti e all'indietro, che saranno ben evidenti invece nella Recherche. «Il mio libro — confesserà poi in una celebre lettera a Jacques Rivière — è un 'opera dogmatica e una costruzione. » Non stupisce quindi che, in quell'autunno del 1908, Proust si chiedesse, non senza angoscia: «Sono io romanziere?». E intanto si affacciano i primi «segnali di morte». «Presto non potrò più dire tutto questo.» Nella pagina del quaderno in cui prende atto del fallimento del nuovo tentativo, sembra emergere la convinzione che il romanzo non nascerà mai: «Il lavoro ci rende un po' madri. A volte, sentendomi vicino alla fine, avendo coscienza del fanciullo che si formava nel mio grembo e non sapendo se sarei riuscito a riunire le forze necessarie per metterlo al mondo, gli dicevo con un sorriso triste e dolce: Ti vedrò mai?».

Torna a riflettere sulla letteratura, s'interroga in particolare sul metodo di Sainte-Beuve e pensa di scrivere un saggio su questo tema. La storia del Contre Sainte-Beuve, un altro libro destinato a restare incompiuto, si fonde inestricabilmente, da questo momento, con la storia della Recherche. D'altronde, la creazione letteraria, per Proust, è inseparabile da una teoria della letteratura, ed è anche grazie alla riflessione critica che Proust è potuto passare dai frammenti sparsi di un romanzo a un'opera perfettamente compiuta. Il Contre Sainte-Beuve è una mescolanza di materiali narrativi — gli stessi della Recherche — e di testi critici. Sainte-Beuve aveva avuto la tendenza a ridurre il valore dell'opera letteraria al valore dell'uomo che l'ha scritta, concezione che a Proust appariva, fin dai tempi di Jean Santeuil, una vera e propria eresia. Privilegiando l'esperienza biografica, rispetto alla creazione letteraria, si finiva per prestare attenzione prevalente alla storia esterna di un testo piuttosto che alle sue qualità intrinseche, e si faceva una gran confusione tra l'uomo e lo scrittore, tra l'io sociale e l'io creatore. «Un libro — argomentava Proust — è il prodotto di un altro io, rispetto a quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella società, nei nostri vizi.» Rifiutando di separare l'opera dall'uomo, «Sainte-Beuve ha misconosciuto tutti i grandi scrittori del suo tempo»: Balzac, Stendhal, Nerval, Baudelaire.

Molto più sottile e complessa appare, invece, la concezione di Proust sulla letteratura, fondata sulla molteplicità e sulla distinzione psicologica di diversi «io», sulle intermittenze del cuore, sull'insufficienza dell'intelligenza e dell'io volontario, in rapporto all'intuizione e all'io cosciente. Questo errore del critico — come ha dimostrato Francesco Orlando — gli appariva perfettamente complementare all'errore dell'artista dilettante e mondano, cioè di un se stesso ormai ripudiato e lontano. Anche nella Recherche «tutta l'esperienza che il Narratore fa oggetto della propria narrazione, da Combray al Tempo Ritrovato, sta sotto il segno di una vanità rovinosa; in ciò si identificano del tutto le sue occupazioni principali, in apparenza diverse fra loro quanto lo sono la mondanità e l'amore». Fin quando l'esperienza non ricercata dell'estasi metacronica non indicherà la giusta prospettiva. Così quel recupero del passato, che è anche comprensione profonda della realtà nascosta nelle cose e in noi stessi, quella percezione che la memoria volontaria, cioè l'intelligenza, non è capace di attingere, ci saranno svelati dal sapore di una petite madeleine. Allo stesso modo, il biografismo erudito di Sainte-Beuve è una «ricerca volontaria», e per questo sterile, che pretende di fare a meno dello «sforzo del nostro cuore» per ricreare, nel nostro io, l'io profondo dell'altro che ha creato l'opera. Quando tutto sembra perduto — spiegherà Proust nel Tempo ritrovato — giunge il segnale che ci si può salvare: «Abbiamo bussato a tutte le porte che si aprono sul nulla, e alla sola attraverso cui è possibile entrare, e che invano avremmo cercato per cento anni, ci sbattiamo contro senza saperlo, ed essa si apre».

Il nucleo fondamentale di queste teorie è già contenuto nel Contre Sainte-Beuve, che non a caso si apre con queste parole: «Ogni giorno attribuisco minor valore all'intelligenza. Ogni giorno mi rendo sempre meglio conto che solo indipendentemente da essa lo scrittore può cogliere nuovamente qualcosa delle sue impressioni, ossia qualcosa di lui stesso e la sola materia dell'arte». Restavano però a Proust dei dubbi sulla forma da adottare: un saggio tradizionale, sull'esempio di quelli di Taine, oppure un saggio preceduto dal racconto di una mattina: «la mamma verrebbe vicino al mio letto e io le parlerei di un articolo che voglio fare su Sainte-Beuve. E glielo svilupperei». «Cosa vi sembra meglio?» — chiedeva al suo amico Georges de Lauris. E la stessa cosa chiedeva a Madame de Noailles, precisando: «Sono senza volontà e senza chiaroveggenza». In realtà, si ha l'impressione che Proust abbia già scelto la seconda soluzione, e che dagli amici si attenda piuttosto un conforto. Nacque così questo singolare libro, per metà narrativo e per metà saggistico, che subirà, durante la stesura, una tale metamorfosi da divenire altro.

Il racconto, fatto in prima persona da un Narratore, cominciava al mattino, con la visita della mamma venuta a portargli Le Figaro. Era l'ora, per le persone «normali», del risveglio; ma il nostro Narratore, a quell'epoca già malato, si accingeva a riposare, dopo una notte di veglia e di lavoro. Le Figaro recava una lieta sorpresa: la pubblicazione di un suo articolo, scritto già da lungo tempo. La conversazione sull'articolo pubblicato si sarebbe trasformata in un'altra conversazione sul saggio contro il metodo di Sainte-Beuve. «Ma come — avrebbe obiettato la mamma —, io credevo che fosse un così buon metodo!... dicono che è un metodo così meraviglioso che nell'Ottocento non si è trovato nessuno in grado di applicarlo. — Purtroppo sì, dicono proprio questo, ma è una sciocchezza. Sai in che consiste, questo metodo? — Fai conto che io non lo sappia. — La sua idea era che... »

Al principio, si tratta semplicemente di una conversazione critica, ma via via la narrazione si amplia, prende corpo, diviene romanzo. Proust racconta più volte, e sempre in modo diverso, quel mattino in cui la mamma gli ha portato il giornale, e di lì il suo pensiero devia e insegue il ricordo di altri mattini, di altre stagioni. Prima di addormentarsi, gli tornano in mente le notti di una volta e il mattino presente, e descrive i suoi ricordi, le sue sensazioni, le sue emozioni. Gli si prospettano innanzi la confusione dello spazio e del tempo, le camere in cui ha dormito, mentre le pareti invisibili mutano di posto, turbinando incessantemente nelle tenebre. Siamo già dentro la Recherche. Lo scrittore, nell'articolazione tra passato e presente, inventa un tempo intermedio che partecipa dell'uno e dell'altro, il tempo di colui che non dorme o che si è appena svegliato, quel terzo io, tra l'eroe e il Narratore, che si consacra al ricordo. A partire da questa intuizione cadono tutti i meccanismi del romanzo tradizionale. Non esiste più un autore padrone del tempo e del destino, ma una molteplicità di autori, ciascuno dei quali esprime un proprio tempo: il passato dell'eroe, il presente del Narratore, il tempo intermedio di colui che sta tra la veglia e il sonno. E tutti possono dire io. Un io diviso e tormentato, oscillante tra il già e il non ancora, proteso alla ricerca della verità sfuggente delle cose e del senso autentico dell'esistenza.

Nella primavera del 1909 Proust crede ancora di poter conciliare la digressione del racconto con il saggio critico su Sainte-Beuve. Forse, oscuramente, egli ha scoperto la propria tecnica compositiva, in cui entrano in egual misura temi narrativi e argomenti estetico-critici. Ma verso la fine di maggio, accade qualcosa di importante: «Sapete se il nome di conte o di marchese di Guermantes — chiede al suo amico de Lauris — sia interamente estinto e possa venire utilizzato da un letterato?». I Guermantes cui egli pensa non somigliano troppo ai Guermantes della Recherche. A lui interessano, in quel momento, come espressione di una società che ammira o condanna un'opera letteraria a seconda della personalità sociale dell'autore. Le loro rozze valutazioni, che s'accompagnano però a un'estenuata eleganza, sono in sintonia con il metodo di Sainte-Beuve, di cui è intento a smontare i meccanismi. Ma è già palese, nella domanda di Proust, l'uso che intende farne in chiave narrativa.

In ogni caso, sappiamo che egli ha vinto ormai tutte le resistenze interne: la malattia, l'indolenza, il senso di sconfitta e di morte incombenti. In luglio scrive una lettera a Robert Dreyfus, straordinario documento di dolore e di speranza: «Giornata spaventosa per me, moribondo... Sono sessanta ore che non ho, non dico dormito, ma nemmeno spento la luce». Il suo Sainte-Beuve cresce rapidamente. Quello che pochi mesi prima era un libro stentato, in luglio è diventato un grosso libro, e anzi un libro «osceno». E già comincia a interrogarsi se riuscirà a pubblicarlo. Dopo molte esitazioni, scrive ad Alfred Vallette, direttore del Mercure de France: «Termino ora un libro che, malgrado il suo titolo provvisorio Contre Sainte-Beuve - Souvenirs d'une matinée è un autentico romanzo, e un romanzo estremamente impudico in alcune parti. Uno dei personaggi principali è un omosessuale. Il nome di Sainte-Beuve non vi compare per caso. Il libro finisce proprio con una lunga conversazione su Sainte-Beuve e l'estetica». Dunque, per la prima volta, Proust afferma che è «un autentico romanzo». Ed è, indubbiamente, il primo nucleo della Recherche. I personaggi, i temi e i luoghi principali, sia pure abbozzati, ci sono già quasi tutti. E l'incipit, che Proust manterrà invariato fino al 1911, evoca quello che conosciamo: «All'epoca di quella mattina di cui voglio fissare, non so perché, il ricordo, ero già malato, restavo alzato tutta la notte, mi coricavo al mattino e dormivo tutto il giorno. Ma allora era ancora vicinissimo per me un tempo che speravo di veder ritornare, mentre oggi mi sembra sia stato vissuto da un'altra persona, in cui mi infilavo nel letto alle dieci di sera e, con qualche breve risveglio, dormivo fino al mattino seguente. Spesso, appena spenta la luce, mi addormentavo...». Sono già presenti i vari tempi della Recherche, e i diversi personaggi in cui l'io si è scisso: l'eroe di un tempo, il Narratore di oggi, l'insonne di cui il Narratore si ricorda e che a sua volta si ricorda dell'eroe. È come un gioco di immagini che si riflettono, l'una nell'altra. E la Recherche, intimamente, ci appare qualcosa di molto simile a quella casa circolare evocata da Borges nella quale le pareti e le porte sono specchi, per cui chiunque vi entri si trova al centro di un labirinto senza fine. Il nuovo incipit, quello della Recherche, è molto meno esplicito, secondo una tecnica tipica in Proust di svelare le cose poco alla volta, è più vago, più intriso di risonanze segrete, in una parola, più poetico, ma nella sostanza non troppo dissimile: «Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano...». La

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Что люди думают о Alla ricerca del tempo perduto

4.2
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Отзывы читателей

  • (4/5)
    An interesting work whatever perspective we choose to see it from. Proust picks up an issue that may be bugging more than a few of us. What makes us individual and permanent persons? We certainly feel like individual entities with a certain degree of permanence. At the same time we know very well that we are in continuous transition. So what if anything is it that gives us permanence? Memories? The way we define ourselves by the choices we make? The expectations from our surroundings? The image our surroundings make of us? The appearent permanence of our bodies and our way of thinking? Or what? When we look at these suggestions none of them sound very promising. Proust goes for the memories and makes a very strong case for this possibility. As can be expected his final conclusions are not very convincing though. But the project is admirable and totally beautiful, and his quest obviously constituted a whole life for him. Apart from the main theme the novels are very absorbing because of the wealth of observations and thoughts about practically everything, human relations, music, architecture, litterature and what have you. His style has a quite undeserved reputation for being obscure and daunting. The fact is that his long sentences are so clear and so eminently readable because of their inner rythm that you hardly notice that they may fill the better part of a page. Shouldn't be copied by lesser minds though.
  • (5/5)
    Memories are interactive and define solitude. Proust wrote about his solitude in Remembrance of Things Past, C. K. Scott Moncrieff's title for his translation. I prefer this whimsical translation of the title instead of In Search of Lost Time, Terence Kilmartin's concrete re-translation. The novel opens the way for insight and stimulates the reader's own life review by way of wonderfully detailed sensory and artistic images. I recommend that my fellow psychologists read the 6 volume set before they enter their patients' solitudes.
  • (1/5)
    This is supposed to be one of the masterpieces of literature. This may be true, but I did not enjoy it. The narrators longwinded introspective descriptions of his childhood may seem to be very psychological acute, but I found them tedious. I couldn't help thinking that his exploration of memory was insightful while longing for an ordinary textbook of cognitive psychology. After half the book (volume one), I quit with the good feeling of having "done Proust".
  • (5/5)
    Believe the hype.
  • (5/5)
    How does one review Marcel Proust?Does one review the Parthenon or the Pyramids? -- the Taj Mahal?What about the Grand Canyon, Great Wall of China, or Niagara Falls?Can one credibly critique an Albert Einstein, Beethoven, or Vincent Van Gogh?What's that you say? did I hear you correctly? you declared, "No!"?Well, maybe it's just me; I'm certainly naive, but I didn't think so.
  • (3/5)
    I started reading this with Swan's Way but after that I switched to the audio read by Neville Jason who did an excellent job. It runs to 150 hours of listening. It took the narrator 45 days to complete the unabridged recording. Did I say that the narrator was 78 years old when he recorded this. The only other long complete recordings would be the complete Harry Potter, running 125 hours. (maybe this is not true anymore). The story follows the narrators life as he grows up into an adult and occurs in the Parisian high society. It was written between 1909 to 1922 and published 1913 and 1927. Historically the time period is the aftermath of the Franco-Prussian War to the reverberations of the First World War. The writer is the master of the run on sentence. A single sentence can fill a whole page. Mr Jason did an excellent job of reading these long meandering sentences. The narrator also did an excellent job with the many characters. This is a French book read by an English narrator (he states he can't do French Accents) but he develops the characters.What I didn't like: I had no appreciation for Marcel's love affairs. He was so immature and self centered. A lot of the story centered on homosexuality. Marcel did a lot of observing of other peoples lives.What I liked; I liked a book about memory and aging. The character of the narrator is introduced to us as a boy who can't stand to be separated from his mother, through time we see him grow old until the last part where he reflects on aging. I thought this last volume was spot on in most ways. I liked seeing the process. As a child, there was not much history even though history is always occurring. As Marcel the narrator ages, he is fascinated by planes and there are zeppelins. The Dreyfus case also occurs and so the book addresses Jewish history and in the end of the book there is the intro of World War I.I gave the book 3 stars and I don't see yet where reading or not reading this book is of any importance other than bragging rights but a lot of times with books like this, that opinion changes with remembrance of things past.
  • (3/5)
    I read this book over a two year period. Proust almost seems to plug his mind into a dictating machine at times. Parts go on and on for 20 pages over the ruminations of a single idea. Other parts of the book flow like a contemporary novel. This book started as one I wanted to read and became a major hurdle for me. Looking back now, parts were very enjoyable, and parts made me miserable (the fugutive).It is intersting looking at how this class of society lived. Day to day worries are completely missing. Its all about relationships, and people amusing themselves with society. It's a world I prefer to avoid.
  • (5/5)
    The colossus; look on me, ye mighty, and despair. The story of a life that aims for nothing more than the essence of life as it can be remembered, reconstructed, reimagined. Nothing like it in the world.
  • (5/5)
    In the car I am listening again to Remenbrance of Things Past on CD. I have reached CD number 3 of 39. There is so much there about human nature, behaviour and emotions. There is so much beauty in the writing despite its occasional complexity. There is so much humour deriving from the traits of the characters, their class, their idiosyncrasies and downright self-centredness. Take the snobbery of Legrandin who considers snobbery to be an evil sin but whose behaviour epitomises it. Take Aunt Leonie, bedridden, who despises her friends, all alienated, including those who consider her to be as ill as she claims to be and those who consider that she is not as ill as she says she is by saying that should make every effort get up and about. This is not to mention Swann and his unfortunate marriage and the narrator’s aunts and their so subtle thanks to Swann for wine that no one could conceivably notice the oblique and understand gratitude. This book as well as explaining and demonstrating the difference between involuntary and voluntary memory is a handbook to every aspect of human nature and the strengths and weaknesses of all of us as individuals, families and any form of relationship.
  • (5/5)
    More than a commentary on Swann’s jealousy or M. Charlus’s homosexuality or the frivolity of the Guermantes’ sorties, Marcel Proust’s monumental work In Search of Lost Time paints the unsuccessful reconstruction of a forgone world and a lost existence from fickle memories, which like morning mists would fade with the rising sun. The narrator Marcel, longing for a past that didn’t exist but must be created, sought to experience Bergson’s continuous time rather than the fragmented and still-framed instantaneous moments by attempting to blur the boundaries between Cambray and Paris, childhood and adolescence, and Swann and himself and integrate here and there, before and after, and him and me through memory fragments of previous objects, people and sensations. As in a neural network or a mind-map, the madeleine linked his aunt to his mother, who in turn was linked to Albertine through jealousy, which also connected Marcel with Saint Loop and Swann, who, as with his (Marcel’s) grandmother, linked his childhood and adolescence. And through recollection, Marcel would try to relive the buried years and resurrect his grandmother and Albertine.But even during the narrative, Marcel realized memory’s willfulness and the variation in hues, shapes, pitch and timbre between the actual object and its mental reconstruction. When he encountered an old friend, the facial features were so different from his recollection and reconstruction, for better or for worse pregnant with all the emotions, preoccupation, biases, that he could not match face with voice.Because recollected sensation can never equate with the actual experience and time, like a patient thief, steals memories a morsel at a time until one day the owner would realize he was ruined, Marcel ultimately would fail to recapture and assemble stolen sensations and decayed seconds and in the end, must create new moments, new sensations and ultimately a new biography, through the synergy between past experiences and creative imagination. From those deceased hours and decayed memories sprouted In Search of Lost Time, not only Proust’s novel but also that of the narrator. Whether we savor Marcel’s frailness, Swann’s infatuation, Charlus’s pompousness, Franscoise’s independent-mindedness, the sorties’ frivolousness or the social revelation of the Dreyfuss Affair, we can enjoy Proust’s classic without resorting to Marxist or Freudian or Feminist critique. And the sentences, like the serpentine Amazon, seemed to flow unceasingly into the distant horizon carrying with it the sparkling sunlight. Although ascending the novel’s three thousand pages appears precipitous, the effort will be well worth the while and, at the end of the adventure, the reader can rest on the crisp apex and savor time’s transience and memory’s playfulness as if they were alpine zephyrs.