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A

B4E-.
1922

PANORMITA
L'ERMAFRODITO

LASSICI

DELL'AMORE

N. 7

ANTONIO BECCADELLI
U ERMAFRODITO

PACIFICO MASSIMO

V ECATELEGIO

TESTO VERSIONE E INTRODUZIONE


PER CURA

DI

ANGELO OTTOLINI

MILANO
STUDIO EDITORIALE CORBACCIO
MCMXXIl.

Classici

delu Amore

EDIZIONE DI SOLE MILLE COPIE

Di

ciascun

volume sarannno stampati pochissimi esem-

plari fuori commercio^


carta a mano, di

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ranno una vera rarit bibliografica.

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Questo volume
porta

il

numero

LA PROPRIET LETTERARIA
tfelle

Prclarfonl, dei Test! crWcl, cUUe Versioni pubblicate tn questa

CoQczt

STUDIO EDITORIALE CORBACCIO - MILANO.


Tipografia dello STUDIO EDITORIALE CORBACCIO.

spetta allo

L'ERMAFRODITO
DI

ANTONIO BECCADELLI

UbreriaeO^"'^6'

OSA LANZA
^iazza del

osi-JifessEas^;^^^

61 7
:

>

'

>^

1*/

iasj^aijfeas^'^--*'

INTRODUZIONE
decimoquinto segna un ritomo

secolo

Il

mondo

greco-latino

si

all'antico.

nuova Pompei che bisogna ad ogni costo

II

come una

presenta all'immaginazione

L'im-

disseppellire.

pulso dato dal Boccaccio e dal Petrarca diviene frenesia, crea

ima corrente
santi.

elettrica

Pullulano allora

che
i

propaga a

si

latinisti e

tutti

grecisti

gli spiriti

che

a percorrere l'oriente e l'occidente in cerca di antichi


scritti e a rubarseli

secoli innanzi

con

lo stesso furore di

rubavano

si

ci:

mandavano

in

Alla stessa

dono fram-

di

sua gratitudine
ci.

re si

un legno della croce, i principi si regalavano codiCosimo de' Medici invia come pegno di pace ad Alfonso
Napoli un Tito Livio, la repubblica di Lucca attesta la

menti

di

mano-

devozione con cui

reliquie dei santi.

le

guisa che alcuni secoli prima

pen-

affannano

si

privati,

al

duca Filippo Maria Visconti con due codi-

come prima vendevano

beni per partir cro-

si

privano de' loro averi per acquistare un mano-

scritto,

cos

Antonio Beccadelli aliena un podere per com-

perarsi

un Tito

ciati,

ora

Livio.

Ma

a differenza dell'alto

medioevo

cui gli spiriti vivevano in contemplazione e la carne era


cerata, ora

il

corpo diviene strumento di piacere e

ni pi basse e volgari trionfano.

Il

ritomo

alla

le

iij

ma-

passio-

lingua latina

segna un rilassamento nei costumi e nelle coscienze. La coltura acquista fsonomia nazionale, diviene italiana

ma man-

ca di contenuto vitale, della lolla intellettuale, della passio-

ne politica che crea veramente

la vita.

Gli scritJori seu/a u-

na coscienza loro propria, vanno errando per

le corti, fi of

frono all'incanto, cercano di stuzzicare gli appetiti de' loro


protettori; fanno come i capitani di ventura, si vendono al

miglior offerente;

il

nemico dell'oggi diventa

protettore

il

di domani. Fiacchezza e servilismo, indifferenza religiosa e

domina

politica

in tutto, la depravazione dilaga,

sensuali occupano tutta la

un tempo
peidano
cipi

di corrotti

passioni

le

Nessuna meraviglia che in

vita.^

costumi anche

gli

ingegni pi nobili

a scrivere porcherie che fanno arrossire e che

ne accettino

le

dediche. Leonardo Aretino

una esortazione

di scrivere

nunciata da Eliogabalo,

il

alle

si

prin-

compiace

si

meretrici e la suppone pro-

pi dissoluto fra gli imperatori;

Lapo da Castiglionchio, rigido con

Leonardo

invita

gli altri,

Dati a lasciare gli studi severi per gustare un'egloga lasciva,

scusandosi d'averla scritta, col vecchio e sovente falso adagio: licenziosa la pagina, proba la vita. Antonio Beccadelli

scrive l'Ermafrodito libro d'una licenza strana, in cui

nota tutta

la

impudente scostumatezza

questo libro, che oggi deve essere

letto solo' a

si

Eppure

secolo.

del

scopo di studio

da uomini assennati, ebbe lodi sperticate da ogni ceto di

Non

persone e fu richiesto allora anche da arcivescovi.

per tollerarono, e a buon


comiato, pi tardi temper

uomo

diritto, tanto sfregio alla pubbli-

Anche Guarino, veronese, che prima

ca morale.

tutti

il

suo giudizio;

l'aveva en-

Poggio,

lo stesso

per nulla scrupoloso, scriveva all'autore:

le

cose da

te

lo

Cn qui possono condonarsi all'et o alla licenza delscherzo; ma sai come non permesso a noi cristiani quel-

lo

che

divulgate

lo era ai poeti ignari di

Dio

e lo esortava

parsi d'argomenti pi gravi. Maffeo Vegio


delli

sepolto in

costumi.

una

soprannome
si

Becca-

cloaca, luogo convenientissimo ai suoi

si

dice che l'autore fosse bruciato in

Era Antonio Beccadelli nato nel 1391


e studi

ad occuil

predicatori presero l'Ermafrodito per soggetto di

declamazione e

il

voleva

pu

liane, comse

efTicie.

Palermo, di qui

di Panormita. Frequent, per studiar diritto,


dire

il

rovescio, le pi celebri universit ita-

Bologna e Pavia. Ebbe per protettore della sua

gioinezza Cosinio de' Medici indi ebbe presso Filippo Maria

Visconti l'ufTicio di poeta e di sforiografo. Perduto


Filippo Maria

di

favore

il

dairimperatore

incoronato poeta

Sigi-

smondo appunto pjr VErmajrod.lo, ti-ov a Napoli la protezione di re Alfonso d'Aragona del quale divent consigliere e lettore, ufTcio che tenne anche sotto Ferdinando.

In Napoli,

intorno a

lui,

eloquenza

raccoglievano

si

con grande ardore,

lo studio della coltura anti-

trasfer la sede nella via de' Tribimali tutta fiancheg-

ne

ca,

sodalizio dei dotti che

nel

nel Pori co Antoniano, promosse, con grande

giata di portici e tenne vive le dispute letterarie con l'elo-

quente parola e con

ironia.

la fine

lui successe

poi

gantissimo poeta Giovanni Fontano dai quale per


volta

Portico

il

si

Pontaniana. Scrisse
et factis

rum,

libri

triimphus;

regis

et

nell'opera di Bart.
lettere
et

nome

aUorum

III voi.

Fazio:

et

Roma

libri
s ola-

orationes II

et

De rebus

geslis

4");

trovano

si

Alphonsi (Lione,

intitolata:

Reg^s Ferdi8.);

un

di-

nel 1452 per l'incoronazione di Federi-

degli Scriptorcs Germ.aniae. Altri suoi lavori tro-

de' Medici e in
PI.

34.

due

cod.

Mehus ed

la

libretti manoscritti,

53,

nella

l'altro

vita

di

esistente nel cod.

uno specimen inedito

celliano B. VI, 40, v'

n.

ep

(us;

Veneios, de pace che

vansi dispersi in biblioteche, cos, secondo

renziana

Aragoniae

et

epistolae ac orationes (1586, in

Alberti scritta da Lorenzo

mo

Accademia

di

VHermaphrod

riprodotte nell'opera

scorso tenuto in

go

il

ad Alphonsiim regem (Venezia, 1553, in

due discorei ad Caetanos

nnndi

ritenne

V, raccolta che contiene Carmina

ad Ligures

1560);

Beccadelli in elegante latino: de dictis

il

Alphonsi regs utriusque Siciliae

Alphonsi

IV;

chiam

l'ele-

prima

la

diretto a

L.

il

nome

del

Si-

l'uno nella Lau-

Riccardiana ccd. IV,

XIV. Altre lettere sue vennero pubblicate in vari tempi


L'opera per per cui

B.

Mara-

Panormita

ancor

(1).

vi-

(i) cfr. R. Sabbadini. La fi antica lettera del Panarvi 'a in


Il libro e la Stamfa a. IV, 1910 p. 113-117; o tanta lei ere 7iedite del Panormita tratte dai codici milanesi in Biblio ecn della societ di storia -patria -per la Sicilia Orientale. Catania, 1910,
I,

167.

Yo

l'Ermafrodito libro che quantunque

si

veda spesso

cita-

conoscono non essendovi presrecente n antica. Pubblicato,


ne
so' di noi alcuna edizione
il Ramorino (2)
secondo il Voigt (1) nel 1431 o 1432, secondo
approfond
meglio
che
nel 1426, e sencondo il Sabbadini (3)
pochissimi hanno

to,

letto e

epigraml'argomento nel 1425, questa raccolta scandalosa di


mi latini scritti secondo il gusto di Marziale e dei prlapei,
documento storico della scostumatezza dei tempi, dopo le
sperticate che ebbe al suo apparire, fu

lodi

condannato dal

Sieconcilio di Costanza, esecrato per opera di Bernardino di


piazze
pubbliche
na e di Roberto di Lecce e abbrucciato sulle

Bologna, Milano. Per questo autodaf e per le


diatribe suscitate il libro divenne rarissimo e rimase sepolto nelle biblioteche. Nel 1791 Mercier de Saint-Lger trov
di

Ferrara,

un manoscritto dell'Ermafrodito nella Biblioteca Reale di


Parigi e ne cur la prima edizione (4); una seconda ne fu
fatta dal Forberg nel 1824, secondo un manoscritto trovato
nella biblioteca
ta,

Meuselbourg; un'altra, alquanto scorret-

di

fu curata in Francia nel 1914. Presso di noi, che io sap-

non

pia,

fu

farlo, e nella

mai edito n tradotto; noi abbiamo tentato di


forma meno sguaiata che ci fu possibile, a com-

VoiGT Giorgio. Il rinascimento dell'antichit classica


da D. Valbusa) Firenze, Sansoni, 1888-90.
(2) F. Ramorino. Contributo alla storia di Antonio Beccadelli. (139-1-1471)5 Palermo, 1-883.
(i)

(trad.

Sabbadini. Notizie sulla vita e gli scritti di alcuni


(3) R.
dotti umanisti del sec.
in Giorn. Stor. della Leti. ital. 1885
La
p. 169 segg. e anche 190 p. 29. Vedi inoltre del Sabbadini
scuola e gli studi di Guarino Veronese ^ Catania, 1896 e L. BaRozzi^ R. Sabbadini
Studi sul Panormita e sul Valla, Firenze,
1891
cfr. inoltre: BURkARDT JACOPO: La civilt nel secolo del
rinascimento in Italia (trad. da D. Valbusa) Firenze, Sansoni
1876; E. Gebhart^ Les origines de la Renaissance en Italie, P.iris,
1879; Geiser L. Rinascimento e umanesimo in Italia e in
Gervania (trad. da D. Valbusa) Milano, Vallardi, 1891 e V.
Rossi, // quaVrocento. Milano, Vallardi, 1899 p. 82 r-egg.
Quiuque illustriutn foelarum, Ant. Panormitce, Ramu(4)
sii Ariminensis, Pacifici Afaritni Asculani.
Jo. Joviani Pontani,
Jo. Secundi Hagiensis, Lusus in Venerem, fartim ex codicibus
marni scriptis mine fr inumi editi. Partsiis, prostat ad Pistrinum^
tn Vico Suavi (Parigi, Molin, rue Mignon)
in-8^

XV

MDCCXCI,

prov Sella corruzione del tempo e per correggere in parte


il

giudizio troppo Lenevolc che di

Un uomo

che accetta

la

persona moialmenle bacata


Filelfo

Narra

una

vien voglia di dar ragione al

FilcUo in una orazione che

membranaceo

conserva in un codice

si

in-8 dell'Ambrosiana di

Milano,

Francisci Philephi orationum in

col titolo:

cum

de' Medici fu dato.

quale di Cosimo lasci un ritratto poco lusinghiero.

il
il

Cosimo

dedica dell'Ermafrodito certo

ad exules

opti;nate<; florentinos liber

10.

sup.,

Cosmum

Med-

v.

pr^mus, che comin-

quidem hunc vesrum vesiraeque reipuhlicae


che Cosimo non ebbe n benevolenza n autorit e che spendeva le sostanze mal acquistate
con la gente perversa. Cosimo, dice, ha molti fautori: e chi
cia

con

parole: 5i grav^ss-mus

sono? La feccia:

fornai,

carbonai,

ruffiani.

Egli sciupa

Io

sue sostanze co' suoi aleaioribus, adulteris, helluonibus, nepotibus,

lenonibus,

impuris scortis

et

impudicissimis pue-

d'averlo visto egli stesso mischiarsi con fanciulli in o-

ris e

sceni amori. Cosimo, sempre secondo

il

Filelfo,

non ha nes-

suna delle doti morali che rendono autorevole un

nemmeno

le

barba rada, occhi tiimentes


sentina,
na.

le

centomila scudi
i

il

e fra altri

fatti

l'avvelenamento di

quale avrebbe depositato presso di

dopo

la

morte, avendo Cosimo fatto

risultava debitore di diecimila. Indi

libri,

ferma a narrare
ria disse

ori-

ricchezze accumulate eran frutto di estorsioni

prova narrando vari

falsificare

me.

et

Conclude che non poteva ricevere autorit dalla sua

papa Giovanni XXIII


lui

naso profliiens, faccia bovina, complessione malsa-

gine e che
e Io

uomo

un color mustelino, la
soccrocei, la bocca ch'era ima

qualit coiporali. Aveva

si sof-

perversi costumi di quest'uomo che la sto-

padre della patria,

che meriterebbe ben altro no-

A Cosimo dunque, pi che

a nessuno altro, conveniva la

dedica dell'Ermafrodito.
Il

Beccadelli,

macchi

il

suo

scrittore elegantissimo di

nome con

latino,

ma

che

questo laido libretto, mor nel

1471, e lasci di s questo epitafo:


Quaerite, Pierides, alium qui ploret Amores,

i.0

Quaerh'e qui

Me

pater

Evocai

ille

et

ingens,

Il

un

ferir facta canal.

hominum

altro

un

altro

che canti

che pianga
le

mi concede

vostri amori,

grandi imprese dei

Padre onnipotente creatore

mi chiama

sator et redemptor,

sedcs donai adire pias.

(Cercale, o j\]use,

cercale

regum

d'entrare nel suo pio soggiorno).

Pare da questo epigramma

che

l'autore

dell'opera precedente e della vita scostumata.

credere alle sue parole

re.

redentore degli uomini

la vita

fosse

pentito

Se dobbiamo

sua sarebbe stata onesta anche

in mezzo ai corrotti costumi, del che per lecito dubitare.

Angelo

Ottolini.

HERMAPHRODITI
LIBELLUS PRIMUS

AD COSMUM FLORENTNUM
EX ILLUSTRI PROGENIE MEDICORUM VIRUM GLARI8SIMUM, QUOD
SPRETO VULGO LIBELLUM JEQVO ANIMO LEGAT, QUAMVIS LASCIVUM, ET SEGUM UNA PRISGOS VIROS IMITETUR.

Si vacat a patrii

Quidquid

hoc cuivis

Eiicit

Cuique

cura studioqne senatus,

id est, placido lumine,


tristi

Cosme,

legas.

rigidoque cachinnos,

vel Hippolyto concitat

inguen opus.

Hac
Quos etiam iusus composuisse liquet,
Quos et peispicuum est vitam vixisse pudicam,

quoque parte sequor doctos veteresque Poetas,

Si

l'uit

Id latet

obsceni piena tabella joci.

ignarum vulgus, cui nulla priores

Visere, suo ventri dedita cura fuit,

Cujus

et

hos Iusus nostros inscitia carpet.

Oh ita siti Doctis irreprehensus ero.


Tu lege, tuque rudem nihili fac, Cosme, popellum,
Tu mecum aeternos ipse sequare viros.

L'ERMAFRODITO
LIBRO PRIMO

A COSIMO FIORENTINO
PERCH,
EMINENTE UOMO DELL'ILLUSTRE FAMIGLIA DE' MEDICI,
LIQUESTO
SERENAMENTE
LEGGA
AMANTE DELLA LINGUA DOTTA,
De'
ESEMPI
GLI
ANCHE
BRO, CHE, SEBBEN LASCIVO, IMITA
PRISCI AVI

Cosimo, se

sei

libero delle cure della patria e delle

brighe del senato, leggi

munque

con tranquillit questo libretto, coil riso in chiunque, anche

esso sia. Esso risveglier

al pi afflitto e pi rigido e

sensi. In questo io seguo

anche ad Ippolito solleticher i


dotti e vecchi poeti che si com-

piacquero di scrivere scherzi

pur facendo una

vita

morige-

parole. Ci non sa
rata riempirono le loro carte di lubriche
antichi, dedil'indotto volgo che non si cura di conoscere gli

to solo al ventre e per la sua inscienza riprender


ti.

Oh!

mo;

sia pure.

Non

sar ripreso dai dotti.

Tu

non far conto dell'ignorante volgo e con

sempio

dei poeti immortali.

miei det-

leggi,

me

o Cosi-

segui

l'e-

14

II

AD SEMETIPSUM LOQUITUR ET RESPONDET

Cosmus habet

dios et lectitat usque Poetas:

Quid sludium turbas, rauce poeta, suum?


Cosmus habet lautas epulas quid oluscula coenat?
:

Una quidem

ratio est et studii et stomachi.

ni
AD COSMUM, VIRUM CLARISSIMUM, DE LIBRI TITULO

Si titulum 1-oslri legisti,

Cosme,

libelli,

Marginibus primis Hermaphrodilus

Cunnus

nostro simul est

et est

Conveniens igilur
At

si

Pcdicem

Non
Quod si non

placcai

Dummodo non

erat.

mentula

quam bene nomen

vocites,

nconveniens

et

quod podice

nomen

libro;

habet.

canlet,

habebit adhuc.

nomen, nec

et hoc,

nec

castum, pone quod ipse

et illud,

velis.

IV
AD MATRONAS ET VlRGINES CASTAS

Quaeque ades, exhortor, procul bine, Matrona, recede:


Quaeque ades,

bine pariter, virgo pudica,

Exuor, en bracis jam prosilit inguen apertis,


Et

mea permulto Musa

Stet, legat et laudai

Adsueta

et

sepulta

mero

est.

versus Nichina procaces,

nudos Ursa videre

viros.

fuga.

II

PARLA E RISPONDE A SE STESSO

Cosimo ha
o rauco poeta,

divini poeti e
turbi

li

va leggendo anche: Perch,

suoi studi?

Cosimo ha

ban-

lauti

perch mangia legumi? La stessa ragione regola

chetti:

studi e

suo stomaco.

il

Ili

A COSIMO, ILLUSTRE CITTADINO, INTORNO AL TITOLO DEL LIBRO

Se, o

ma

Cosimo, hai

letto

pagina avrai visto che

il

nostro libro insieme e fesso e

ben appropriato. Se
dice, avr

lo

titolo del

scritto

sta

membro

mio

libro, sulla pri-

Ermafrodito. V' nel


e

il

titolo

chiami Podice, poich

un nome non

dunque

tratta del

po-

del tutto corrispondente. Se poi

non
non

piace,

ne questo ne quel nome, chiamalo come vuoi

dargli

un nome

ma

casto.

IV
ALLE MATRONE E ALLE CASTE VERGINI

Stattene lontano di qui, o Matrona, t^ ne prego, chiun-

que tu

sia;

parimenti

tu,

pudica vergine, vattene. Io

mi

mi spoglio e la mia musa soprafatta dalle molta


versi procaci,
libazioni. Rimanga Nichina e legga e lodi
essa abituata, come Orsa, a vedere gli uomini in veste aslaccio e

damitica.

le

DE UBSA SUPERINCUBANTE

Quum mea

\ult futui superincubat Urea priapo;

Ipse suas partes subtineo,


Si juvat, Ursa, vehi,

meas.

illa

moveas clunemque femurque

Parcius, aut inguen

non

tolerabit onus.

Deinde cave reduci repetas ne podice penem:

Qaamvis, Ursa,

velis,

non mea virga

volet.

VI
DE CORVIiVO, VINUM ACCURATE CUSTODIENTE, NON UXOREM

Coivinus vegetem custodii clave seraque,

Non cohibet cunnum


Zelotypus vegetis,

Haustu

conjugis

sera.

illa

cunni sed prodigus

nam cunnus non

ille est;

perit, illa perit.

VII

EPITAPHIUM PEGASI, CLAUDI P.EDIC0NI3


Si vis scire

meum nomen

Pegasus hac ego

Vota deinde

scias,

Sic desiderio

Quum

votumque,

viator,

sum claudus humatus humo.


nomen quum sciveris; audi:

tu potiare tuo.

pathicum quemquam paedicaturus ephebmn

Illud in hac tumba, quseso, viator agas,

Atque

ita

mi animas

coitu,

non

thure, piato,

hanc requiem manibus, oro, dato.


Hoc apud infemas genus est leniminis umbras
Scilicet

Praecipuum; prisci sic statuere patres,

es,

17

ORSA MONTATA A CAVALLO

DI

Quando
io sostengo

la
il

mia Orsa vuol

divertirsi

suo peso ed essa

il

mi monta

mio. Se

ti

a cavallo:

piace, Orsa, di

esser a cavallo, sprona dolcemente e dimena l'anche, se

Priapo piegher sotto

rinnovar

la

il

Bada poi

peso.

di

non richiedere

corsa: se anche tu. Orsa, lo volessi, io

non

no
di
lo

potrei volendolo.

VI
DI CORVINO

CHE CUSTODISCE CON CURA

IL

SUO VINO E NON SUA

MOGLIE
Corvino tiene sotto chiave e con serratura
e

non chiude con

dingo della botte


ze di sua moglie

serratura

prodigo

non

si

il

la

sua botte

giardino di sua moglie. Guarsua moglie poich

di

esauriscono,

ma

la

botte

si

le

bellez-

vuota.

VII

EPITAFFIO

DI

PEr.ASO,

SODOMITA SCIANCATG

Se vuoi, o viandante, conoscere

il

mio nome

e la

mia

natura, sappi che io fui Pegaso lo sciancato. Dacch ne hai

saputo

il

nome

trai soddisfare

un

sappi anche qual fu


il

tuo desiderio.

la

Quando

mia natura;
stai

cos po-

per sodomitare

lascivo giovanetto, conducilo, di grazia, su questa

tomba,

o viandante, e con questa unione, non con incenso, appaga

mio animo, d tregua ai miei mani, te ne prego. Questo


per le ombre infernali suprema dolcezza; cos stabilirono
il

18

Quippe iU ChiTOnis cineres placabat Achille,


Sensit et hoc podex, flave Patrocle tuus,
Gnovit Hylas patrio percisus ab Hercule busto.

Tu mihi majores quod docuere

lita.

Vili

DB URSiE TENTIGINE ET NASO

Si

multus multae

est

nasus tentiginis index,

Ursae tentigo tenditur usque pedes.


si multa ampli nasi tentigo sit index,
Nasus ad usque tuum tenditur, Ursa, genu.

Quin

IX

AD CORNUTUM

RESPONDET QUARE RELICTA ETRURIA TRISTIOR SIT

Quaeris ab unanimi, dulcis Cornute, sodali,

Cur videar

lieta tristior Etruria,

Cui" lusus abiere jocique, et pallor in ore est.

Muta quid heic subito

f.acta

Thalia

mea

est.

Pene potens agit heic Gallus, qui cruscula solus


Quaeque
Is sibi

velit,

solus basia

quoque

habet quodcunque natis

Quidquid

et e

vii

velit.

podicis urbe est,

Tuscis aut aliunde venit.

Mumera

dat, Croeso numniato qualia sat


Muneribus blandas adjicit illecebras.

sint;

Inde edicta suis scribit quasi praetor ephebis:

Ne sine

Non
Ni

te tangi,

ne sine

potes ergo loqui puero


velit is,

te subigi.

ni

indulg^at

puero non potes ipse

frui.

ille;

19

prischi padri, poich cosi placava Achille le ceneri di Chi

rone, e lo sapesti tu, biondo Patroclo, lo seppe Ila ucciso

Ercole sul

sepolcro

stabilirono

Tu

padre.

del

dimjiug sacrifica

da

come

nostri antenati.

vin
DELLA LIBIDINE

Se un grosso naso
di Orsa

dice di
ai

ORSA E DEL SUO NASO

DI

indice di

Ma

stende fino ai piedi.

si

im grosso naso,

il

molta libidine,
se la

la libidine

molta libidine in-

tuo naso. Orsa, deve

aiTvari;i fino

ginocchi.

IX

A cornuto:

gli dice per

qual motivo assai triste dacch

HA LASCLTO l'eTRURU

tutti

compagni, tu chiedi, o caro Cornuto, perch

io sia si triste

dacch

lasciai l'Etruria;

riso se ne sono andati, regna

mia

il

perch

pallore sulla

giuochi e

mia bocca

il

e la

Talia s' improvvisamente fatta muta. E' quasi onnipo-

tente

il

gli si

ha

Gallo, egli solo ottiene


tutti

favori e

fessi della citt e quelli

baci che vuole. E-

che vengono dalla To-

come s'addice a
un ricco Creso, e aggiunge ai doni piacevoli vezzi. Quindi,
come un pretore, prescrive ai suoi efebi Non lasciarti toccare, non lasciarti solcare Non puoi adunque accostarti a
Bn fanciullo, se egli non lo consente; se egli non vuole, tu
scana e altrove. Egli paga profimiatamente,

20
centra ingenuas mulieres, tu quoque servas,
Tuve bonas vexas inguine, tuve malas.

Tu

Vix

tibi

natum

quse

sacro de fonte levavit,

Vix sacra, vixque soror, vix tua tuta pa^en^,


Tu futuis viduas, futuis nuptasque maritasve,
Et

Tu

cunni quidquid in urbe manet.


vis igitur tota quid mingit in urbe

tibi vis

tibi

Ille sibi tota quidquit in urbe


Et mihi quin etiam jam constat mentula, qualem

cacat.

Qui superat, certe non homo, mulus

erit.

Et mihi nimirum Constant viresque vicesque,


Quales qui vincit, non homo, passer

erit.

Cur mihi non


Nec si quse coleos hauriat ulla meos?
Quare agedum nobis de partis cede puellam
Aut unam, aut unam tu mihi quaere novam.
Tunc me conspicias laetum laufumque licebit,
igitur futucndi copia fiat?

Candida tunc pulchrum nostra Thalia

IN

MATTmAM LUPIUM, CLAUDUM MALEDICUM

Nescio quis nostram fertur carpsisse


Si

ca\iet.

non

decipior, Lupius

Illa sibi solita est

Camenam;

ille fuit.

nimium

lasciva videri;

Confiteor, vitae congruit ergo suae.

Est vir obscenus, nostrae est lascivia Musae;


Illa

levis versu,

Adde quod

id

moribus

Si cu^pat versus,

sapis

levis.

monstri pedibus non ambulai aequis,

Iniparibus constat nostra

Si

ille

el se

cgo, tace,

Camcna modis.

culpare nccessc est:


prodigiose scnex.

21

Tu

puoi goderli un fanciullo.

jiuii

di

virli

donne

pcna quella che

come

sar sacra e

do\e

maritale

tenne

ti

e tutte le

figlio

il

sorella e

contrario puoi solo ser-

al

buono o

libere o sei ve in

al

in cattivo stato. A.p-

fonte battesimale

come madre,

nature che sonvi in

mio membro

posteriori. Il

son

ri

ro.

lo

che chi ne ha

tali

di pi

Perch dunque non mi

un

in

supera;

stato tale

miei sforzi e

non

dato di

un uomo,

Ma

citt.

lecito usare solo de' fessi anteriori, a lui Bolo

mulo, non un uomo,

ti

tu puoi goderti ve-

a te

son riservati
che solo un
miei deside-

ma un

passe-

sfogarmi per bene? n

una donna che m'accarezzi i baccelli? Per la qua! cosa cadimi qualcuna delle tue ragazze, o cercamene una nuova.
v'

Allora tu

mi

vedrai lieto e di

buon umore,

allora la

mia can-

dida Talia canter per bene.

X
A MATTIA LUPI, ZOPPO MALEDICO

Non

so chi abbia sparlato della nostra musa; se

ro fu Lupi.

corrisponde

musa

lui

alla

sembra che
sua

sia

vita. Egli

lasciva; egli di leggeri

leggeri.

un uomo osceno e
costumi

er-

la

nostra

questa di versi

Aggiungi che costui non cammina su piedi eguali

musa consta

di versi impari. Se incolpa

che pur

mici versi, deve incolpar se stesso;

non

troppo lasciva; confesso che

la

nostra

mostruoso vecchio.

ma

se sei saggio, taci,

Xi

IN

EUNDEM LORIPEDEM

Die mihi, cur longo, Lupi,

An

vestiris

amictu;

vitium surae vis operire toga?

Nil agis, o

demens, humeri,

latera atque

moventur,

Ut tumida nullo remige lembus aqua.

XII

IN

MAMURIANUM, POSTREMB TURPITUDINI8 VIRUM

Si tot

habes scapula penes, quot sorpseris ano,

Et perfers, vincis, Mamuriane, boves.

XIII

LBPIDINUS AB AUCTORE QU/ERIT, CUR QOI SEMEL


PiEDICARE COEPERIT

HAUDQUAQUAM

DESISTIT

Cur qui paedicat semel, aut semel irrumat, auctor


Nugarum, nunquam dedidicisse potest?

Immo

Brito et bardus,

Certat in

quum

vix gustaverit, ullro

hoc ipso vincere amore Senas.

Parthenope Gallis cedit, Florentia Cimbris,


Si semel bis

puerum

sors tetigisse dcdit.

Sic qui forte mares semel inclinaverit,

Haud

idem

facinus coeptum destituisse potest.

XI

CONTRO LO STESSO ZOPPO

Dimmi, o Lupi, perch


se nascondere sotto la toga
nutile,

me

stolto,

tuoi

un

porti

omeri

abito lungo; vuoi for-

gamba? E' isi muovono co-

di tetto della tua

il

tuoi fianclii

una barca senza rematori su l'onda

agitata.

XII

CONTRO MAMORIANO, UOMO DELLA PEGGIOR SPECIE

Se tu avessi sulle spalle tanti biscari quanti ne prendesti

li

portassi, tu saresti pii forte

d'un bue, o Mamoriano.

xm
LEPIDINO CHIEDE ALL 'AUTORE PERCH CHI UNA VOLTA s' RESO

SODOMITA PI NON

SI

ASTIENE

Perch, o cantor di scherzi, chi una volta


il

sodomita, non

la

smette pi il?

Un

si

rende o

fa

bretone, anche grossola-

no, appena l'ha provato, cerca in questo genere d'amore di

gareggiar con Siena. Napoli


bri se

il

caso d ad essi

ba coniugato maschi non

un
se

la

cede

Cim-

modo. Chi una

volta

ai Galli,

fanciullo a

Firenze

ne pu pi astenere.

24

XIV

LENTULUM MOLLEM, ELATUM ET POSTREMB


TURPITUDINIS VIRUM

IN

Solus habes

nummos,

et solus,

Lentule, libros,

Sol US habos pueros, pallia solus habes,

Solus et ingenium, cor solus, solus amicos,

Unum

si

Hoc unum

demas, omnia solus habes.


est podex,

quem cum

Sed

quem non

tibi,

Lentule, solus,

populo, Lentule mollis, hab^.

XV
AD LEPIDINUM RESPONSI, ET QUARB URSUS CAUDA GARBT

Accipe ridiculam, dulcis Lepidine, fabellam,


Et quae quod poscis dissoluisse queat.
Fertur ab horticola divam quaesisse Priapo,

Seu Venus in dubio


Cur,

quum

seu dea Flora

fuit,

valentur quasi quaeque animalia cauda,

Ursus non cauda


Ille refert,

est,

membra pudenta

escam cupide

In tempestivos incidit

dum

tegat?

quaereret ursus,

ille favos,

Nec comedit primum, licet ipse famelicus esset,


Quandoquidem merdas credidit esse favos.
At stimulante fame
Mei

sapit, et

mox

hgeret,

tandem non

edit,

libat et instai,

immo

vorat.

Rusticus advortit, properat, strepit; ursus obaudit,

Rusticus

is

custos mellis et Argus erat.

25

xjy

CONTRO L EFFEMINATO LENTULO, COMO


E DI TURPI

Tu

DI Ai.rC

RAWGO

COSTUMI

da solo hai denari, tu da solo hai

libri,

o Lentulo;

tu da solo hai fanciulli, tu da solo hai vesti; tu da solo hai

ingegno

cuore e amici; anche se

solo hai tutto. Solo

quello l'hai in

lo,

il

tuo pod'ce

comune con

te

ne manca uno, tu da

non hai da

tutto

il

solo, o

Lentu-

popolo, o effemina-

to Lentulo.

XV
RISPOSTA A LEPIDINO E PERCHE L ORSO NON HA CODA

Ascolta, caro Lepidino, la ridicola favola che forse t'in-

segner ci che desideri sapere. Si dice che una dea abbia


chiesto
la

un

rustico Priapo,

dea Flora, perch, mentre

coda, l'orso

non copra con

po rispose che, cercando

la

non

si

sa se sia stata

tutti gli altri

coda

l'orso

le

Venere o

animali hanno la

parti vergognose. Pria-

avidamente da mangiare

si

imbatt casualmente in favi di miele; da prima sdegn mangiarne,

bench famelico, credendo che quel miele fosse

scremento umano.

Ma

l'assaggia, gusta

miele e infine non lo mangia

vora.

non

Un

il

contadino

lo

e-

stimolato dalla fame gli s'accosta 6

vede,

gli

s'avvicina,

ma

lo di-

strepita;

l'orso

sente. Il rustico custode del miele era Argo. Questi pren-

S6

Denique robusti cauda subnititur urei,


Et frahit, ille novo non trahit ora cibo.

Pauperlem timet
Ille

Verum

timet hic de melle moveri,

liic,

suo perstat proposito,

ille

suo.

adeo trahit hic, adco hic confrarius obstat,

Manserit ut stupida cauda revolsa manu.

Hic deus hortorum,


Arrigit, et pepulit

dum

..

subdere plura pararetj

mentula tenta Deam.

XVI
LAUS ALD;B
Alda oculi legere

domum

Charitesque Venusquo,

Ridct et in labiis ipse Cupido suis.

Non mingit, verum si mingit balsama mingit;


Non cacat, aut violas si cacat Alda cacat.
XVII
AD

CORYUONEM, ARDENTEM QUINTIUM, TUnPEM


ET DEFORMEM

Quintius

is,

Corydon,

quem

PUERUM
vesanissime flagras,

Slccior est cornu, pallidiorque croco.

Aridus in venis extat pr sanguine pulvis,

Deque suo

gracili corpore

sudor abcst.

vEthiopi perhibcnt gens concubisse parentem,

Atque ideo gnatos edidit


Si

risum

elicias,

illa

nigros.

rictum inspicies

sibi,

qualem

Prodit in astivo tempere cunnus equai.

buccam olfacias, culum olfecisse putabis,


Verum etiam culus niundior ore suo est.
Hentula perpetuo tibi quam contrada jacebit,
Tu sibi dumlaxat basia fige seml.
Si

procul bine, Quinti, foedum putensque lupanar,

Atque

alio

quovis

ista

vencna

feras.

27

robusta coda dell'orso e

eie la

U muso

dal

nuovo

tira,

non

quello

leva

neppure

L'uno teme d'esser rovinato,

cibo.

l'altro

teme d'esser rimosso dal miele; l'uno e l'altro persiste nel


proprio proposito. L'uno tira, l'altro al contrario resiste,
finch ecco che n^eravigliato egli

mano... Questo dio degli


alz

il

orti si

si

trova la coda staccata in

preparava a dir di pi

suo fratellino e fece scappar

ma

si

la dea.

XVI
LODE

DI

ALDA

Le grazie e Venere presero per dimora

gli

occhi d'Al-

da, sulle sue labbra ride Cupido in persona. Essa

non min-

non evacua o

se evacua

ge o se

minge minge balsami;

essa

evacua viole.

XVII
A CORIDONE AMANTE

DI QUINZIO,

TURPE E DEFORME RAGAZZO

Questo Quinzio, o Coridone, per cui tu bruci d'insano

amore, pi secco d'un corno e pi giallo del croco. Invece del sangue ha nelle vene arida polvere, dal suo gracile

corpo esula

il

sudore. S dice che degli Etiopi abbian go-

duto sua madre e cos ne sian nati


chi

il

suo riso

gli vedrai

figli

neri.

Se tu provo-

alla

natura d'una

una bocca simile

cavalla in estate. Se gli fiuti la bocca, crederai di fiutare

ano,

ma

fratellino

anche l'ano

pi

mondo

della sua bocca.

rimarr sempre a capo basso

sola tu Io avrai a baciare.

se

II

un
tuo

anche una volta

Vattene lontano, o Quinzio, da

questo fetido e turpe lupanare; cerca piaceri dovunque vuoi,

Quis numeret, quot hians absorpserit inguina podex

Quot naves Siculo

littore Scylla voret?

palam patitur, pudet heu, muliebria cuivis,


Ipse palam tota prostat in urbe puer.
Qui puerum hunc agitur quit pajdicare, profecto
Ipse

Is poterit rigidas

supposuisse feras.

XVIII

IN

Hodus

ait

HODUM MORPACEM

nostrani vitam

non

esse

pudicam:

E scriptis mentem concipit ille meis.


Non debet teneros Hodus legisse Catullos,
Non vidit penem, verpe Priape, tuum.
Quod decuit Marcos, quod Marsos, quodve Pedones,
Denique quod cunctos,

Me

sine

Et tu

num

mihi turpe putem?

cum tantis simul una errare


cum vulgo crede quid, Hode,

poetis,
velis.

XIX
AD BAPTISTAM ALBERT UM, DE URS,E LUXURIA

Comis

es, et

totus pulcher totusque facetus,

Litteribus totus dcditus ingenuis.

Atque Albertorum dar de sanguine cretus

Nec

Quum

morum quisquam

est nobilitate prior.

placeas cunctis raris pr dotibus,

Tu mihi pr
Veridicus

cum

idem

vera simplicitate places.


sis et apertae frontis

amicus,

29

altrove. Chi potr contare quanti

ha

il

suo insaziabile podice ne

mare?

presi e quante navi ha inghiottito Scilla nel siculo

Egli prende palesamente, vergogna, tutto ci che prende u-

na donna,
ta la citt.

palesament questo ragazzo

si

prostituisce a tut-

Chi cerca di sottoporsi questo ragazzo, potrebbe

certamente assoggettarsi

rigide fiere.

le

XVIII

CONTRO

Odo

dice che

la

concepisce dai miei

mia

60,

per

me

te,

MORDACE ODO

non pudica: questa


Odo non deve aver letto

vita

scritti.

Catullo, n certo vide

ritener per

IL

idea egli
il

tenero

o circonciso Priapo. Perch dovr

turpe ci che non lo tu per Marco, per Mar-

Pedoni e per

tutti gli altri?

errare insieme con tanti altri poeti,

Lascia che io abbia ad


tu,

o Odo, credi, col

volgo, ci che vuoi.

XIX

A BATTISTA ALBERTI, INTORNO ALLA IMPUDICIZIA

Tu

sei

compagno

piacevole,

bellissimo,

DI

faceto

ORSA

lutto

dedito alle libere lettere. Nato dall'illustre sangue degli


berti

nessuno

a tutti per

ti

superiore

le rare doti e a

per nobilt di costumi,

me

lu

Al-

piaci

tu piaci per la franca since-

rit. Poich tu sei veridico e amico che porta la fronte

alta,

80
In parili nostro casmate die quid agas.
Si

mihi

Uno
Si

quot in

alite plimiss,

luxuriens has edet Ursa die.

mihi

Uno

sint epulae totidem,

sint

totidem vegetes, quot in aBquore pisces,

subsitiens ebibet Ursa die.

mi Ili sint totidem loculi, quot littore arenae,


Ho6 omnes uno depleat Ursa die.
Si mihi sint totidem libri, quot in aere pennae,
Hos omnes uno foencrat Ursa die.
Si

Si

mihi sint totidem

ries,

quot in arbore rami,

Hos omnes uno sorboat Ursa die.


Denique si nasis essem, Baptista, refertus,
Hos foetore omnes imbuot Ursa die.

XX
AD QUINCTIUM, QUOMODO POSSIT ARRIGBRB

Ad non
Si tibi

dilectas, Quincti,

jucunda

Qui vult posse,

est,

suum

tibi

mentula tenta

non potes

est;

arrigere.

digitos intrudat in

anum^

Sic perhibent Helenae consuevisse Parim.

XXI
EriTAPHIUM HORJECTAE, SENENSIS PUELLAE BELLIS8IMAB
AC MORATISSIM^

Po^tquam marmoreo
Ipsa DeuiM

Non

jacet hoc Horjecta sepulcro,


crrdam numina posse mori.

fuit absimilis

C.'celitibus,

forma aut virtutibus

Sena? gloria

magna

suae.

ipsis

81

un

d che tu faresti in

me

caso simile

al

li

le

quanti sono

pesci nel mare, l'assetata Orsa

sol giorno. S'io avessi tante casette quanti

un

rena sul lido, Orsa in un sol giorno


avessi

io

un

sa in

tanti
sol

quante

libri

giorno

pinci quanti sono


li

mio. Se io avessi tanti

piume di un uccello, la lussuriosa Orsa


Se io avessi tante botti
mangerebbe in un sol giorno

quante sono

cibi

li

le

alberi.

berrebbe in
granelli d'a-

spoglierebbe tutte. Se

penne

darebbe a usura; se

rami degli

le

son

li

Or-

nell'aria.

io

avessi

tan&

Orsa in un sol giorno

scrollerebbe tutti; se infine avessi, o Battista, nasi in tut-

to

il

un

oorpo, Orsa in

sol

giorno

li

empirebbe

tutti del

suo

fetore.

XX
A QUINZIO, COME POSSA PROCURARSI l'eREZIONB

ma

La tua verga

tesa,

qualcuna

piace

se

ti

per quello che non ami, o Quinzio,

non

la

puoi drizzare. Chi lo vuole

ai

metta un dito nell'ano; cos soleva lar Paride con Elena.

XXI
EPITAFFIO

D ORIETTA

BELLISSIMA E PUDICISSIMA FANCIULLA

SENESE

Dacch giace sotto questo marmoreo sepolcro


credo che anche
za e per virtij

grande

gloria

lo spirito degli dei

non
di

Orietta,

possa morire. Per bellez-

fu dissimile agli stessi celesti, ed essa fa

Siena.

Oh! n

la

probit

la

bellez-

82
probitas, species aut unica

Heu ben non

quemquam

Abs inclementi demere Morte potest.

Quod

si

Clara

Corpora,

si

Deos

faciat mortalia virtus

coelum simplicibus pateat,

Non dubitem,

per vim

modo non

Dejiciet supera sede puella

sibi jura

negentur,

Jovem.

XXII

EPITAPHIUM BAPTIST.^ VIRGUNCULAE SORORIS HORJECTAE

Hic tumulus longe tumulo

fclicior

omni

Baptistae auricomte virginis ossa tegit.

Dulciter hoec agili pulsabat cymbala dextra,

Mov't

Omnibus

et artifces saltibus apta pedes.

et

cantu plusquam Philomela placebat,

Matre quidem pulcra pulcrior


Indolis egregiae

minimo pr

illa

fuit

errore rubebat,

Sparsa rubore plaoens, fusa robure decens.

Quum

satis haec fecit naturae luce

suprema,

Transierat vitae vix duo lustra suae.

XXIII

AD MATTHIAM LUPIUM, GRAMMATICUM

Annua

publicitus tibi larga pecunia, Lupi,

Solvitur; et pueris quot legis ipse? tribus.

33

za unica al

Ma
se

mondo pu

sottrarre alcuno alla spietata morte.

pu mutare i corpi mortali in dei,


non dubito che, se non si

se la specchiata \'irl
il

cielo aperto agli innocenti,

violano

suoi diritti, la vergine abbia a cacciar Giove dalla

superba sede.

XXII

EPITAFFIO DI BATTISTA, VERGINE SORELLA

Questo tumulo, ben pi

chiude

le

piedi.

tutti

ceva; pi della bella


il

minimo

ogni altro tumulo, rac-

cembali

e atta alla

danza moveva

anche pel canto pi che Filomela

madre

ella fu bella, di delicata indole,

pia-

per

sbaglio arrossiva, piacente era p?r Io sparso rossore,

bella per la diffusa forza.

mo

ORIETTA

ossa di Battista vergine di auree chiome. Dolcemen-

te coli 'agile destra agitava

leggera

felice di

DI

Quando comp

aveva appena trascorso due lustri di

il

suo giorno supre-

vita.

XXIII

A MATTIA LUPI, GRAMMATICO

Per autorit

pil^tilica,

ti

sono dati annualmente, o Lu-

pi, larghi tributi; e a quanti fanciulli insegni?

tre.

B4

XXIV
EUNDBM LITTERARUM IGNARUM

IN

tui libri sunt,

Inde

inde scientia, Lupi;

desipiat, mallet

Qui non

habere libro,

XXV
AD MINUM, QUOD LIBELLUM CASTRARE NOLIT

mones nostro demam de cannine penem.

Mine,

sic cunctis posse piacere putas.

Carmina

meum

Mine,

certe

nolim castrare libellum:

Phoebus habet penem, Calliopeque ieniur,

XXVI
IN

Ergo

MATTHIAM LUPIUM PyEDICONEM

tua. Lupi,

pascitur Hisbo culina,

si

Cur non obsequitur jussibus


Etsi

grammatica

Cur

tibi

instituas

hunc

ille

tuis?

arte magister,

dat tenera verbera crebra

manu?

Nescio Tiresiae sortes, nec haruspicis artes,

Sed conjectura hoc

et ratione scio.

XXVII
AD SANCTIUM BALLUM, VERSUUM

SUORUM

CULTOREM
Sancii,

nugarum

lector studiose

quam

satis est nostra

Cui plus

Desine mirari versus, quo inter

mearum,
Camena placet.
edendum

Edimus, aut hora carmina lusa

brevi.

85

XXIY
OONTRO LO STESSO IGNARO DELLB LlBTTERB

Dove sono

non

tuoi libri, l la tua scienza, o Lupi; chi

stolto, preferisce avere

libri.

XXV
A MINO PERCn NON VOGLIA CASTRARE IL SUO LIBRO

Mino, tu vuoi ch'io castri

miei versi, cos stimi possa*

il

mio

o Lupi, Isbo mangia nella tua cucina, perch

non

no piacere a tutti. Mino, io non voglio certo castrare


Febo ha il brando e Calliope il fodero.

libro

XXVI
CONTRO
Se,

obbedisce
la

ai

tuoi

SODOMITA MATTIA LUPI

comandi? Se

grammatica, perch

conosco

IL

ti

tu,

qual maestro, gl'insegni

batte spesso la tenera

gli oracoli di Tiresia

mano?

l'arte degli aruspici

Io

non

ma

per

coigettura e per ragione conosco l'una e l'altra cosa.

XXVII

SANZIO BALLO,

AMMIRATORE

DE* SUOI VERSI

Sanzio, aa^siduo lettor? de' miei versi, a cui pi di quanto conviene piace la

mia musa,

compon^jo intanto che mango,


ve ora.

Tu

sei

lascia

d'ammirare

versi capricciosi

testimonio che quando

mi

fisso

versi che

d'una bre-

troppo su un

S6
Tests es, ut,

digitis

quum jam

versu defixior essem,

calamos subtrahat Ursa meis;

Carmina, jam gnosti,

strepi tu persaeque

Condita sint medio, qualiacunque

Quum

verbumque locumquo,

platea dubius peterem

sum monitu

Factus

Venim adeo longe me

foroque

legis.

oertior ipse tuo.


diligis,

ut libi vatis

Thraicii videar concinuisse lyra.

qua tamen nostrae dederit sors

Si

Et

me

tranquilla scribere

otia pennae.

mente

sinat,

Est animo, versus, quos nulla obliteret

aetas,

Confcere, ingenii ni mihi vana Fides.

mi

Interea felix et amans,

Fiant et Parcae ferrea

Balle, valete,

fila tuaB,

Et tua crudelis deponat Masia

Atque utinam

folix,

fastus,

compatriota, valel

XXVIII
LAURIDIUS AD AUCTOKEM DE FLAGUANTISSIMO AMORE 8UO

Me

vexat Perusinus amor, vinci Ique Senensem,

Heu

capit,

Collibeat

heu vexat

summo

me

Perusinus amor.

proles Perusina Tonanti,

Grata foret superis stirps Perusina Deis.

Carolus insignis forma natoque decore

Me

tenet, et tenero

sub pede colla premit.

XXIX
AD LAUR'niUM RE<PO\SIO DE AMORI' SUO

Ut lubeat Perusinus amore

Me mea

Senensis Lucia

te verset et

nympha

angat,

capit.

37

verso, Orsa

mi

toglie la

penna

tu leggili

come

sono.

Quando per

va una parola o una frase fui da

Ma

mi ami talmente che

tu

la lira d'Orfeo.

Se tuttavia

ti

Tu

dalle mani.

miei versi furon spesso composti

Ira
la

lo

gi lo sai,

strada io assorto cerca-

richiamato a

ie

strepito o nel foro,

me

stesso.

sembra ch'abbia cantato con

la sorte

dar alla mia penna qual-

che conforto e mi permetter di scrivere con tranquilla monte,

io voglio far de' versi

lace la fiducia che

e beato, o

mio

che sfidino

il

tempo, se non

ho del mio ingegno. Frattanto

Ballo; filino per te le Parche

fili

di ferro e la

tua crudele Masia deponga la sua superbia. Addio, vivi


ce,

fal-

vivi felice

feli-

mio compatriota.

XXVIII

LAURimO PARTECIPA ALL 'AUTORE

Un amore
ticare

Senese.

il

travaglia.

Possa

IL

SUO ARDENTISSIMO AMORB

mi travaglia e mi fa dimenAhim! un amore perugino mi prende e mi

sorto a Perugia

la

prole perugina piacere al

sommo

Giove,

grata sarebbe la stirpe perugina ai supremi dei. Carlo, insi-

gne per

la bellezza e

e col suo tenero piede

per la sua grazia naturale

preme

il

mio

mi possiede

collo.

XXIX
A LAURIDIO, RISPOSTA AL SOGGETTO DEL SUO AMORE

Tu un amore perugino
vuole, io son preso dalla

ti domina e
mia Lucia, ninfa

ti

travaglia

senese.

come

te e ai

88

gensque Jovi placcai Penisina superno,


Me mea dumtaxat nympha Senensis amet.
Nil mortale tenet, Divas et moribus aequat

Gens

tibi

Et specie, et Jovis hscc digna rapina

foret.

XXX
SENA CIVITAS ETRURIE LOQUITUR, ET JOVEM ORAT

UT SALTEM

SIBI

NYMPHAM

SERVET MORTALITATIS EXPERTEM

omnipotens et clementissime Dirum,


Exaudi fundit quas tua Sena preces,

Jupiter,

Justa precor, justas audi, justissime, voces

Urbis, et oh miserae commiseresce, Deusl

Postquam me
Et

nuruum

aflligi

tantorum morte virorum

placuit, vivai

quam

Vivai alumna precor,

Mater amen, stabile

Nympha

est

alumna

precor.

scis prolixius

unam

matris alumna decus.

diu sup^ret, patriae faustissima proles,

Est honor et dos, spes, gloria, fama mei

est.

perirent cuncti, et maneat modo nympha superstes


Damna potest patriae restituisse suae.
Si vivit, mecum est virtus, Victoria, mos, pax,
Nobilitas, et cum nobilitate salus.

Ut

Si migrat, sane cuncta haec et plura peribunt,

Mors sua mors nobis omr'bus

Non amor,

acris erit.

aut cultus, nec erit jocus ullus in urbe,

Plausus, nec risuSj

laeta

nec ulla dies.

Gymnasium pariter solvetur, gloria Senae,


Quod mea jucundo lumine nympha tenet.
Credile vos Superi, Celebris curate puella
Vivat, longaevo est digna puella die.

39

supremo Giove piaccia la gente


fa senese mi ami. Ella non ha
dee per

costumi

la

mia nin-

nulla di mortale, eguaglia le

la bellezza,

Perugia purch

di

questa sarebbe degna d'esser

rapita da Giove.

XXX
SIENA,

CITT TOSCANA, PARLA E PREGA GIOVE CHE

ALMENO

CONCEDA ALLA NINFA L 'IMMORTALIT

Giove onnipotente e clementissimo Dio, esaudisci


ghiere che la tua Siena
ta,

o giustissimo,
della

morte

di tanti

viva la

mia

Dacch

uomini

pupilla.

Viva a lungo

mi

onore

tutti e

re tutti
la

ti

e di tante

Fa ch'essa

neramente d'ima madre,


to.

rivolge;

piacque

donne,

con

affliggermi
fa,

te

viva, io l'amo, lo sai, pi te-

madre sicuro ornamen-

dote, speranza e gloria e fama. Periscano

mia

la

danni della patria. Se vive

io

ninfa, ella

ho

pu

si,

risa,

n alcun giorno

molte

la

salute.

altre

ancora

degna

ci sar in citt,

Perir anche

mia ninfa alimenta

lume. Ascoltatemi, o Superi,


la viva, essa

lieto.

fate

che

la

pur

ripara-

periranno, la sua morte sar per noi tutti pronta morte.

pi amore o lusso n divertimento

essa

la virtii, la vittoria,

tutte queste cose e

gloria di Siena, che la

la

ne prego, che

ia ninfa, prole faustissima della patria,

ne va, certo

pre-

o Dio, e abbi

riputazione, la pace, la nobilt e con la nobilt

S'ella se

le

chiedo cose giuste, ascol-

essa d'una

rimanga superstite solo


i

ti

giuste preci della citt,

le

miseria

piet

ti

mia

il

col suo

Non

n plauGinnasio,

giocondo

piacevol fanciul-

di lunga vita. Dei e dee, ve lo ripeto.

40

moneo, servate puellam,


Etruria stet decus urbe suum.

Dii deaeque itenim

Et sinite
Credile,

si

nigrae truncent sua pensa sorores,

coelicolis

pugna Deabus

Suscipiet siquidem

coelestis regia

Ingens

erit.

nympham,

Atque opus est proprio cedat ut una polo


Aut

sibi

promeritae

Nympha quidem
Dicite vos, coelum

una

Sitis,

Nulla fuit

illa

decimum

statuetis

Olympumit

coelo est Lucia digna novo,


si

poli

pr virtute secutae

munere digna mage

vestnun, veniam

est?

date, purior illa

Moribus, ingenio vel pietate prior.

Denique centenos operam date

Neu

cedat vestris

Ergo simul,

Ut

more sua

victitet aftnos,

forte malis.

mecum exorate Tonantem,


nymphae tempora longa meae.

Divae,

praestet

XXXI
AD

COSMUM FLORENTINUM, VIRUM CLARISglMUM

Quam modo

sensisti si

non

tibi

grata fuit vox,

Cosme, nihil miror: Sena loquuta

fuit.

XXXII

EPITAPHIUM

Hoc

CATHARIN/E

PUELLAE 0RNAT1S81MAB

jacet ingenuae formae Catbarina sepulcro;

Grata

fuit

multis scita puella procis.

Morte sua lugent cantus lugenlque choreae,


Flet Venus, et moesto corpore nioeret

Amor.

41
consen'ate

mia

la

fanciulla, e lasciate che sia

Crede! e, se

la citt Etrusca.
filo

della sua vita

Certo

il

mo

granJe lamento sorger

celeste soggiorno accoglier

dovr cederle

la

proprio posto: oppure

il

cielo poich

ornamento

del-

nere Parche troncheranno

le

le

il

fra le celesti dee.

ninfa e una di esse

un

decreterete

deci-

ninfa Lucia ben degna d'un nuovo cie-

la

lo.

Ditelo voi, dee, se per

v'

qualcuna

di voi

che

vostri meriti conseguiste

sia di lei

il

cielo,

pi degna? JJessuna di voi,

lasciatemelo dire, fu di costumi pi puri, nessuna la sorpassa per ingegno e per piet.

anni perch

la

Fate dunque ch'ella viva cento

sua morte non sia a voi di danno.

con me, o Dee, pregate Giove che conceda lunga

mia

Adunque
vita

alla

ninfa.

XXXI
A COSIMO DR

Non mi
non

ti

MEDICI,

UOMO EMINENTE

meraviglio, Cosimo, se la voce che ora sentisti

fu grata;

ha parlato Siena.

XXXII

EPITAFflO

DI

CATERINA,

ELEG.ANTISSIMA FANCIULLA

Qui giace Caterina, di belle forme;


la lu

cara a molti amanti. Per

la

la

canti e le danze, piange Venere e sul suo

more.

graziosa fanciul-

sua morte sono in lutto i

mesto corpo A-

XXXIII

MAMURIANUM TUSCUM PENISUGGUM

Tuscus

es, et

Tusculus

et

populo jucunda

meus

est,

est

mentula Tusco|

Mamuriane,

liber.

Attamen e nostro praecidam codice penem,


Mamuriane, jubes.

Praecidat simulac,

Nec prius abscindam,


Promittas

nisi tu prius ipse virilem

demptam suggere

nelle notam.

XXXIV
AD AMILUM P.BDICONEM

Hunc

paedicato, qui portat. Amile, tabellam,

Et referas, quae

sit

pulcra tabella magis.

XXXV
DE VILLICO STULTO, ALDAM BASIANTE

Porticus ingentem facie

dum

sustinet

Aldam,

Villicus incautae basia rapta dedit.

Hunc

vulgus stolidum credit, sed stultius

Vulgus.

Quum

Me miserum, quam

liceat stultis

ilio est

bene, stulte, sapis!

impune suavia nymphae

Figere, Dii facerent, stultus ut ipse forem.

43

XXXIII

CONTRO

Tu

sei

IL

TOSCANO MAMORTANO SUCCHIATORE

toscano e

mio libro
mio libro io

la

un po'

il

pinca piace

ritiro la pinca, e

imponi, o Mamoriano.

Ma

io

al

popolo toscano; anche

o Mamoriano.

toscano,

che io

non

Tuttavia dal

la ritiri subito tu

la torr

prometta di non succhiaria una volta che

me

lo

prima che tu mi
stata recisa.

XXXIV
AL SODOMITA AMILO

Sodomita
ferirai

il

portatore di queste tavolette, o Amilo, e

dopo quale

ri-

tavoletta sia migliore.

XXXV
DI

UNO STOLTO VILLANO CHE BACIAVA ALDA

Mentre un portatore solleva Alda dal largo


lano

d di nascosto un bacio.

le

ben pi
stolto I

stolto

il

un

vil-

volgo lo crede stolto,

ma

viso,

volgo. Povero me, quanto giudizio hai, o

Poich lecito agli

fe, fate,

Il

o Dei, che io

sia

stolti

come

baciare

impunemente

quello stolto.

_^

le nin-

44

XXXVI
MATTHIAM LUPIUM P.EDICONEM

IN

dum

Lupius indoctum
Dixit:

Hic

ait;

ephebum,

paedicaret

Io clunes, dulcis ephebe, move.

Id l'aciam, verbo

Ille refert:

dixeris uno.

si

Ceve; diximus, ergo move.

XXXVII
EPITAPHIUM SANZII LIGORIS, BELLI AC DOMI Pn.EClPUI

Temporibus

luteis in

Virtus prisca

Nomen

me Romana

domi

refulsit

militiaeque simul.

erat Sanzus, clara de stirpe Ligori;

Sarcophago hoc tegitur corpus,

et

umbra

polo.

XXXVIII
AD PONTANUM, POLLAM SEMIDEAM ARDENTEM

PRO QUA VEnEMENTER ORAT


Si vacat,

Aoniis o vir pergrate Camenis,

Accipe quod pr

Ut

libi

Dignior
Et tibi

te

lingua animoque precer.

dent annos Superi, dignissimus aevo es,

digno candida Polla \iro.

est

sit facilis

Dignior

tenera

cum

matre Cupido,

est teneras Polla favore Deae.

Et \isens nullo possis, Pontane, videri,

Dummodo

semidea tu videare

tua,

Alque anus enervis, quae semper murmurat in


In lontes urnae pendere tracia cadat.

At via declivis

fieri

Sentiat et gressus

pianissima possit,

semper amica

tuos.

te,

45

XXXVI
CONTRO

IL

SODOMITA LUPI

Lupi sodomitando un ignorante efebo disse

muovi

le natiche,

lo dirai

con una sola parola. Rispose

Bu dimenati

l'altro:

avanti,

Lo

dolce efebo. Quello disse:

far,

se

Sculetta, or

XXXVII
EPITAFFIO DI SANZIO LIGORIO NOTO

GUERRA E

IN

Nei tempi dell'et dell'oro rifulse in

neam^te l'antico valore romano


mio nome era Sanzio dell'illustre
corpo

in

me

PACE

IN

contempora-

in guerra e in pace.

famiglia Ligorio.

Il

mio

Il

questo sarcofago e l'ombra in cielo.

XXXVIII
AL FONTANO AMANTE DELLA SEMI DEA POLLA PER LA QUALE

FORTEMENTE ARDE
Se
le

sei libero

da cure, tu che

Aonie Muse, accogli

ca e col cuore. Gli dei

un

secolo,

so.

Cupido

gna

come

la

voti

ti

te io faccio

conservino, tu

bianca Polla

e la sua tenera

sommamente

sei

che per

madre

degna
ti

sei

degno

di tanto

al-

boc-

di vivere

assecondino. Polla de-

esser visto da nessuno, purch

lo sia dalla

vecchia decrepita che sempre

mormora

nella fonte tratta dal peso del secchio.


la tua

la

degno spo-

del favore della tenera dea. Possa, tu, Pontano,

possa riuscir pianissima e

grato

con

vedendo

tua semidea, e la

contro di

La via gi

cada

te,

in declivio

amica avverta sempre

tuoi

46

Et

si

dulce canas,

possit.

vox ipsa videri

Dulcior, et credat suavius esse nihil.


et possit

Inque dies crescat calor hic,

amare

Strictius hic illam, strictius illa vinim.

Et

libi

jam

nymphe

possit

Tyndaris, ac

illi

praeclara videri

tu videare Paris.

Hispidus actutum queat expirare maritus,


Ni deus hortorum vir
Sive

Te
Et

sit

ipse deus, seu non,

fingat,

tibi

sit,

ut esse putas.

tamen ipsa maritum

tecum seque cubare

contingat

demum

putet.

inclusisse labellis

et dominae sustinuisse femur.


unanimis pr me. Fontane, precari

Et linguam,
Si forte

Atque vicem votis reddere

forte velis,

Id precor adsidue, noctuque diuque precare,

Ut

sit

deformis nulla superstes anus.

Sit tibi nil

In risu

mirum, si inculta et dissona mitto:


medio carmina fcta joco.

et

XXXIX

IN

MALEDICUM

me coram meque et mea carmina laudet.


me clam laniet meque meosque sales.

Est qui

Et

Obticeat, ni se laniavero clamve palamve,

Inque suas maculas ipse trilinguis ero.

47

passi.

Se tu canti dolcemente, pussa

ancora pi dolce e creda che nulla

no pi cresca

il

lortemente ed

ella te; e

l'a

di

tua voce sembrarle

pi soave. Ogni gior-

fuoco d'amore; possa tu amarla ancor pi


possa sembrarti pi bella della nin-

Tindaro e tu sembrarle Paride. L'ispido marito possa

morirle subito, a

meno che non

Sia o

dei giardini.
te

la

sia

non

sia

come

sia,

tu lo credi,

il

dio

questo Dio, essa prenda tuttavia

per marito e reputi di dormire con

te.

Ti sia dato alfine

di stringere la sua lingua fra le tue labbra e di sostenere i

fianchi della tua donna. Se da parte tua, o Fontano, vuoi ri-

cambiarmi

voti,

ti

prego ardentemente, invocami ci che

notte e giorno chiedo, che cio nessuna vecchia deforme ri-

manga

Non

viva.

ni e informi:

li

meravigliarti

scrissi in

mezzo

se
al

ti

mando

giuoco e

versi

disador-

al riso.

XXXIX

CONTRO UN MALEDICO

Ewi

chi in presenza loda

sto sparla di

me

me

miei versi, e di nasco-

e de' miei canti. Taccia, altrimenti io lo at-

taccher e in privato e in pubblico e per denunciar

magagne mi varr

di tre lingue.

le

sue

XL
AD CRISPUM, QUOD 8UAS LAUDES INTERMISERIT RUSTICO
CACANTE

Arbor inest medio

viridis gratissima

Limpidus hinc constai

campi,

nemus.

rivulus, inde

avis adventat, pulcraque sub arbore cantat,

Hanc

Lenitur sonitu Incus et unda suo.

Heic de more aderam, versus dictare parabam,


Adstiterat calamo Clio vocata meo.
Crispe, tuos coepi sanctos describere mores,

Quive vales prosa, Carmine quive

Utque

tua

summus

sis civis in

vales,

urbe luturus,

Ut meritum virtus sitque habitura suum.


Rusticus interea satur egesturus in herba
Se

Mox

fert,

contigua pallia ponit humo,

aperit bracas, coleos atque inguina prodit,-

Leniter et nudas verberat aura nates,

genua, ac totum se cogit in orbem,

Inflectit

Imposuit cubitos crure, manusque genis,

jam

Poster

Se premit,

Tunc ex

talos contingere crura videntur,


et

venter solvitur, inde cacat.

vocali ventosa tonitrua culo

Dissiliunt, strepitu tunditur

omnis

ager.

Excutior, calamus cecidit, Dea cessit in auras,

Ad crepitum

trullae territa fugit avis.

Deprecor, ut primas plantes, male nistice, vitea.


Post

modo

sat sitiens

non sua vina

bbas,

Rustice, sulcatae summittas semina terraB,

Nec panem esuriens, nec miser

esse queas.

tum cum concinna revertilur oes,


Jam pergam laudes scribere, Crispe, tuas.

Ergo

vale, et

49

XL

A CRISPO

CUI INTERRUPPE

DI

CONTADINO GLI

Vi
scorre
cello

in

si

l'onda

mezzo

un limpido
si

avvicina

un verde prato un

ruscello, l

Ma

mi disponeva

cia

le

rannicchia, pone

si

s
i

io era,

rilascia

secondo

il

tu sia per essere in citt

tua virt sar ricompensata.


di s pieno viene nell'er-

per terra

il

mantello,

si slac-

baccelli e la pinza e l'aria ca-

le

gambe,

le

sembran toccare
si

uc-

che tu voglia in prosa

sue nude natiche. Piega


cubiti su

chi, le sue parti posteriori


il

la

pone presso

calzoni, mette all'aria

ventre

sia

come

come

Un

bosco

il

Crispo, io comincio

penna.

un contadino troppo

liberarsi,

rezza dolcemente

za,

bell'albero,

a scriver versi, Clio, ch'io a-

la

versi, e

cittadino, e

ecco che

ba per

delizioso albero; qui

stende una foresta.

un

tuoi retti costumi,

che tu voglia in

primo

si

canta sotto

veva invocata, mi dirigeva

a decantare

il

POSE VICINO A FARLA

SI

compiacciono del suo canto. L

mio costume,

sia

SCRIVER LODI ALLORCnE UN

DI

svuota.

le

ginocchia,

mani su
i

si

ginoc-

talloni, si sfor-

Allora dal sonoro ano

il prato ne risuona.
Mi scuoto,
mano, la Dea se ne vola via, l'uccello
rumore di quella ventosit fugge. T'auguro,

escon ventosi tuoni e tutto


la

penna mi cade

spaventato dal

di

o malvagio contadino, che tu pianti per primo


poi assetato non ne abbia a bere

il

le viti e

vino; che tu semini

il

che
fru-

mento nella terra lavorata e che avendo fame, tu misero,


non abbia a mangiarne il pane. Addio adunque, solo quando
ritorner l'uccello cantatore continuer a scrivere le tue lodi,

o Crispo.

50

XLI

AD COSMUM, VIRUM CLARISSIMUM, DE LIBRI DIVISIONE

In binas partes diduxi, Cosme, libellum,

Nam

totidem partes Hermaphroditus habet.

Hsec pars prima


Ha3c pr pene

fuit,

fuit,

scquitur quae dende secimda

proxima cunnus

est.

erit.

XLII

AD COSMUM, VIRUM CLARISSIMUM, QUANDO ET CUI LECERE

LIBELLUM DEBEAT

Hactenus, o patriae decus indelebile, panxi,


Convivae quod post prandia, Cosme, legas.

Quod

reliqui est,

sumpta madidis

Sicque leges uno carmina nostra

sit

lectio coena,

die.

61

XLl
A COSIMO,

UOMO EMINENTE, PARLANDO DELLA

DIVISIONE

DEL LIBRO
In due parti, o Cosimo, ho

l'Ermafrodito

prima

parte,

il

mio

libro diviso, poich

parimenti in due parti diviso. Questa

ora segue

seconda. La prima tiene

la

il

la

luogo

del pinco, la seconda del fesso.

XLII

A COSIMO,

UOMO EMINENTE, QUANDO


IL

E A CHI DEVE LEGGERE

LIBRO

Fin qui, o indelebile gloria della

patria,

che dopo pranzo, puoi, o Cosimo, leggere


Il

resto leggilo

dopo cena

giorno tu leggerai

miei

a'

ho cantato ci
tuoi convitati.

a degli ubriachi, cos,

versi.

in

un

sol

52

LIBELLUS SECUNDUS

AD COSMUM FLORENTINUM
EX ILLUSTRI PROGENIE MEDICORUM VIRUM CLARISSIMUM, QUOD
CIVILI JURI

OPERAM DARE ET MERITO PERGIT, QUUM HAC TEM-

PESTATE NON SIT QUISQUAM REMUNERATOR POETARUM.

Cosme,

vir Etrurias Inter celeberrime terras,

Si sileas,

tuum
jamjam Lusuve Jocove

videor velie videre

Malles, posthabitis

Clausissem

forti

Ut tu inagnanimus,

strenua bella pede.


sic et

pennagna

cupiscis;

Hei mihi, sed nostro tempore Caesar abest.

Hic

tibi sit

Sed
Laurea

largo pr Cassare gloria dices;

tales epulas
sit cuivis,

non meus alvus

dum

edit.

domus aurea
aurea jura domum.
sit

nobis:

Auratam facient
Dant lites requiem, donant chirographa nummos.
Hoc lex dat, voces gloria sola dabit.
Haec

alit,

haec fatuas duntaxat inebriai aures,

Scilicet et venter carior aure

mihi

est.

63

LIBRO SECONDO

A COSIMO FIORENTINO
UOMO DELL ILLUSTRE

CHIARO

CIVILE DAL

MOMENTO

FAMIGLIA

DE

PERCHE

MEDICI,

CONTINUA A DEDICARSI AL DIRITTO

l'autore, e CON RAGIONE,

CHE

IN

QUESTI TEMPI

POETI NON SON

RIMUNERATI

Cosimo, uomo pi celebre dell'Etruria, mi sembra,


se l'ammetti, di aver indagato l'animo tuo.
lasciati

ormai

giuochi

Come

to verso le grandi guerre.

sideri cose grandiose;


sare.
re;

Qui dirai:

ma

abbia

il

poso,

tu sei

ohim, manca

sia a te la gloria

mio ventre non

chiunque purch

risprudenza

aurea

far

Tu

vorresti che,

un
magnanimo

e gli scherzi cantassi in

si

io

casa

la

cos de-

tempi un Ce-

invece del generoso Cesa-

nutre di

abbia

ai nostri

sostenu-

tali

banchetti. Lauro

una casa aurea

aurea. Le

liti

danno

si

giu-

la
il

ri-

testamenti procurano denari. La legge procura tutto,

la gloria

non procura che

parole; quella nutre, questa talvol-

ta inebria le stolte orecchie,

delle orecchie.

Adunquo,

ma

il

mio ventre mi pi caro


mi dedico alle leg-

fatto accori;o, io

u
Famaque

quantalibet veniat post funera nobis,

Excipiam nullos mortuus aure sonos.


Ergo sequor prudens leges ac jura Quiritum,
Prostituo prudens verba diserta foro.

Cum

vacat officio legali, ludicra condo,

Dum

bibo, quae nobis immeditata fluunt.

In mensa nequenut heroum gesta reponi,


Non sunt implicitae proelia mentis opus.

mihi Maecenas, claros heroas

Sii

Cantabo,

et

et

arma

nugis preefera bella feram.

II

AD PUELLAS CASTAS

Vos iterum moneo,

castae nolite puellae

Discere lascivos ore canente modos.


Nil

mihi vobiscum

Me

est.

Vates celebrate severos.

Thais medio fornice blanda legai.

Ili

LAUS ALD.E

Si tibi sint pharetrae atque arcus, eris, Alda,


Si tibi sit

Sume lyram
Si tibi sit

manibus
et

fax, eris, Alda,

plectrum,

comu

Si desint haec, et

fies

et thyrsus,

mea

sit

quasi verus Apollo;

lacchus

tibi

Pulcrior, Alda, Deis atque

Diana;

Venus.

eris.

mentula cunno,

Deabus

eris.

55

g e al diritto dei Quiriti, e accorto

nel

rola

mentre bevo,

non

tavola

no opera

si

libero

vendo
dalle

mia faconda pa-

la

cure legali, scrivo,

mi vengono improvvise. A
non soSe io avr un Mecenate, can-

delle bazzecole che

trattano

le

gesta degli eroi, le battaglie

di spiriti preoccupati.

armi

ter le

Quando son

foro.

e gli

illustri eroi e preferir le

guerre

ai

sem-

plici scherzi.

II

A PANCIULLE CASTE

Io vi avverto di nuovo,
i

versi lascivi ch'escon dalla

re

con

ge

la

voi.

non
non ho

o caste fanciulle,

mia bocca.

Io

ascoltate
a

Leggete severi poeti. In pieno postribolo

che

mi

fa-

leg-

blanda laide.

m
ELOGIO D ALDA

Se tu hai l'arco e
hai in
e

il

mano

il

la

faretra, o Alda, sarai

fiaccola, o Alda, sarai Venere.

plettro, tu diverrai quasi

corno e
e

la

il

tirso, sarai

lacco.

mio, fratellino sar in

ti gli

dei e le dee.

te,

Diana; se tu

Prendi

la lira

un vero Apollo; se tu avrai il


Se ti mancheranno queste coso
tu Alda sarai pi bella di tut*

66

IV
ALD E MATREM

IN

Ut mihi

tu claud's,

ma ter

stomachosa, lenestram,
iniqua parens!

Sic tibi claudatur cunuus,

Id

tibi erit gravius, caslebs

Quam

tibi si coeli

vidiare liccbit,

janua clausa

foret.

LATJS Af.D.C

Alda, puellarum fortunatissima, gaude:

Vincitur omnlpolcns igne Cupido tuo.

Alda Deos omnes specieque


Sit

minime mirum,

si

et

moribus

acquai;

capit Alda Deos.

VI
inULOPAPPAM

AIJ

DEPERIENTKM STERCONUM, VIHUM TURPEM

Ni

Sterconus, scire volebam,

te delineat

An slomachus
Et stomachus

peni

Albicat hiberna

Quid loquor

sit,

Philopappa, tuo.

certe talis, qui digcrit .(^tnam,

cum magis

in nebulis, qui

^^tna nive.

non

in'ellig or ulli?

Simpliciter dicam, quid, Pliilopappa, vclim.


Est puer,

hunc

araes, quin deperis; et put^r

Sit tibi, ter decies

J.im pridem a^grota!; cur aridus instar ar^slai

Et dubiles, \ultus

ille

qui nova musta bibii?

lar\'a sit,

an

facies.

esi ?

IV
CONTRO LA MADKE D ALBA

Allo stesso

madre, a

te

si

modo

che tu mi chiudi

chiuda

pi grave che se

ti

la

finestra, fastidiosa

natura, iniqua genitrice. Ci

la

ti

bench

chiuciesse la porla del cielo,

si

sar

tu sembri vedova.

ELOGIO D ALDA

Alda,

bellissima

godi:

fanciulla,

vinto dalla tua

fiamma. Alda per

mi

gli dei:

eguaglia tutti

vigliarsi se

Alda pareggia

non

c'

Cupido

l'onnipotente

la bellezza e i>er

costu-

per nulla affatto da mera-

gli dei.

VI
A FILOPAPPA CHE ML'OR D AMORE PER STERCONE

UOMO TURPE
Se Stercone non
se

il

te

lo

vieta,

vorrei sapere, o Filopappa

tuo fratellino ha uno stomaco;

e lo

stomaco certo

da digerir l'Etna, quando l'Etna pi biancheggia per


nale neve. Perch parlo fra

le

nubi in

modo

tale

l'inver-

da non essere

inteso? Dir solo, o Filopappa, ci che voglio dire. E' gio-

vane, tu l'ami, tu

ti

struggi; ed giovane per te

che bevve trenta volte

il

un uomo

vino nuovo? Gi da un pezzo am-

come una paglia? Non sai


d'uomo od ombra. Bench abbia la

malato; perch secco

se

viso sia faccia

gola lun-

il

suo

ts

quum tamen

ipse gula sit longus,

Quamvis

ossa

Proluit OS, vellet gutlur habere gniis.

Est sibi pr bello nibicundula tibia naso,

Et patula cerebrum nare videre potes.


Cruribus atque ano densorum sylva pilonim

Qua

est,

possit luto delituisse lepus.

Mentis niultivolae

Ille, ita

est, venalis,

potor edoque,

tantum munera, more

Diligit et

me

lupae.

Dii ameni, sic est, aut turpior; at tu

Proh pudor, hunc plus quam viscera caecus amas.


Nescio quem vulgus dicat flagrasse lucernam;
Derisi quondam, sed modo vera putei.
Non erat in populo formosior alter Etrusco,
Non erat Italico gratior orbe puer?
Csecus amor plerum mortalia pectora csecat,

Nec nos a

Cur edat

falsis

ille

cernere vera

sinit.

fmum, vulpes quasivit asellum;

Nam memini

dixit,

quod

fuit

herba fmus.

Sic puto tu referes cuivis fortasse roganti.


Diligis

Caecus

hunc

es, et

ideo,

credis

quod tener ante

Sterconum eximiis laudibus usque


Crura

licet

pueri

Crura tamen

Jam modo

Immanem

dicas,

pumicis instar habet.

verpum posse Priapum

Libycas accubuisse

ergo fovet

corani

ferens.

bombycea lautaque

siccae

crediderim, te

Scilioet et

fuit.

me cassum lumine

feras.

stomachum

Nil videt, usque oculos ederit

tua mentula,

illa

suos.

VII

AD AURISPAM DE URS^ VULVA

Ecquis

erit, vir gnare, modus, ne vulva voracis


Ursa testiculos sorbeat usque meos?

verum

59

quando beve vorrebbe avere

tuttavia

ga,

gola d'una gru.

la

Invece d'un gentil naso ha una rubiconda tibia


larga narice puoi veder

stende

una

una densa

io resta di peli

non ama che

prio cos, gli dei

che

abbruciasse

Non

credo vero.
gliore?

come
e

Non

per una

ve n'era uno piii piacevole


amore spesso acceca i mortali,
il

mangiasse
fu erba.

il

che tu

cieco e

tu

Io

letame. Rispose.

mi

le

Io

fanciullo mi-

ci

impedisce di

poich ricordo che

di-

il

fieno

a chi te lo chiedes-

ricordi che gi fu giovane.

credi privo di vista

Bench tu dica che

disse

ora

nel territorio italico?


e

penso che tu risponderesti

ami perch

si

La volpe chiese all'asino perch

vero dal falso.

Io

un

mano ver-

e tu,

ma

risi,

nel popolo etrusco

v'era

sicuro

al

so di chi

lucerna; allora

si

Quello pro-

anche peggio;

tue viscere.

le

sua

la

bevitore e

le prostitute.

Non

cieco

scernere

se,

doni,

mi proteggano,

gogna, l'ami pi che

Il

ove potrebbe porsi

lepre. E' di spirito capriccioso, venale,

giatore,

per

cervello. Sulle coscie e sull'ano

il

quando

esalti

Tu

Stercone.

sue coscie sono delicate e satinate,

sue coscie sono tuttavia come

la secca

sei

le

pomice. Ormai potrei

credere che tu possa scdom.itare Priapo e metterti sotto le


fiere

della Libia.

stomaco,

ma

Il

tuo fratellino possiede duntjue

nulla vede,

si

mangiato perfin

un

fiero

gli occhi.

vn
AD AURISPA, INTORNO ALLA N.\TURA

DI

ORSA

Qual mezzo, o saggio uomo, dovr escogitare perch


vorace natura di Orsa non abb^a a sorbire anche

la

miei bac-

60

lotum femur haec ne sugat hirudo,


Ne prorsus ventrem sugat ad usque mcum?

Ecquis

erit,

Aut illam stringas quavis, Aurispa, mcdela.


Aut equidem cunmo naufragor ipse suo.

Vili

AfJRISP.E

Si

RESPONSIO

semper tantus spirarci in aequore foctor,


Neminis ut nasus littora ferre queat,

Quis vel in Adriaco, Scythico quis navita posset,


Aut in Tyrrheno naufragus esse mari?
Et tu ne timeas;

Cumve magis
Haec

Haec

ita

fiat

Ursae

fiat ita,

ut,

Sit violae et

sit

arrigie Ursae.

horrendum, quod pingue

cum cunmo

Sin tuus

Ut

nam cum magis

cupias, vulva repellet olens.

lilla

merdis

et

putre cadaver

pulcra foret.
si

quisquam conlerat inguem,

suaves multa cloaca

rosae.

hunc talem non horret nasus odorem,


tunc vulva strict'or Ursa dabo.

IX
AD URSAM FLENTEM

Quid

fles? ei nitidos turbat tibi fletus ocellos!

Quid fles, o lacrymis Ursa decora tuis?


Forte quod adversus te acciverit ira Camenas,
Aut mihi quod tu sis non adamata putes?
Crede mihi, mea lux, t-antum

te diligo, quantum
Non magis ex animo quisquis amare queat.
Tu quoque me redamas. Dubium est, qui vincit amora,

Alter

utram

vincit, vincitur alter utra.

61

celli?

ta la

tre?

Qua] mezzo perch questa sanguisuga non succhi tutmia coscia? e in seguito non mi succhi fino il mio venstringila, Aurispa, con qualsivoglia modo, o di certo

naufragher nella sua natura.

Vili

RISPOSTA D AURISPA

Se sempre spira sull'onde fetore tanto che nessun naso


pu tollerare il mare, qual nocohiero potr naufragare nel
mare Adriatico o Scitico o Tirreno? E tu non temere; poich

quanto

pii

tu ardi per Orsa e quanto pi la desideri, la sua

putrida natura
seante che

ti

Essa

respinge.

un grasso

vulva di Orsa sarebbe

emana un odore

e putrido cadavere al

un profumato

odore che, paragonata agli escrementi,


violette e in soavi rose. Se

il

giglio.
la

cos nau-

confronto della
Essa

cloaca

si

emana un
cambia in

tuo naso non rifugge tale odore

cercher di rendere pi stretta

la

vulva di Orsa.

IX
AD ORSA CHE PIANGE

Perch piangi?
piangi, o Orsa?

ha

ti

Il

pianto vela

tuoi nitidi occhi

Perch

abbelliscono le tue lacrime? Forse perch

mia musa, o perch ritieni di


essere pi da me amata? Credimi, o mia bella, ti amo
tanto come nessuno pu amare dal profondo dell'animo. E
l'ira

eccitato contro te la

non

tu pure

mi ami. Non

si sa

chi di noi due

ami

di pi; l'uno

62
igitur credis vitio qui ductus iniquo

Cur

Inter nos rixam dissidiumque cupit?

Juro per has lacn'mas

Quod nunquam

crura simillima

et

Perque nates molles,

et

nisi quae le laudent

Sic sit versiculis gratia

lacti,

femur, Ursa, tuum,

carmina

feci;

multa meis.

Ah pereat quaeso libi qui mendacia dixit!


Ah pereat falsum qui libi cumque referti
Terge tuos

fletus, sine te dissuavier,

Ursa:

Farce mihi, luctu torqueor ipse tuo.

Tandem siste tui lacrymas, curaque salutem,


Namque ego te domina sospite sospes ero.

DE PCENA

INI

QUAM DAT URSA AUCTORI

ERMALI,

SUPERSTITI
Si caler et foetor, strider

Sint

quoque sentibus umbris

apud infernos ultima poena

Ipse ego TarLareas,

dum

locos,

vivo, perfero poenas,

Id mihi supplicium suggerit Ursa triplex.

Nam

sibi

merdivomum

stridit

resonalque foramen,

Fervet et Ursa femur, puiet et Ursa pedes.

XI
IN

HiODUM MORDACEM

Quod genium versusque meos relegisve probasve,


Grat,um est; quod mores arguis, Hede, queror.
Crede velim nostra vitam distare papyro;
Si

mea

charta procax,

mens

sine labe

Delicias pedibus celebres clausere poetae,

Ac ego Nasones Virgiliosque sequor.

mea

est.

63

ama

dunque credi

ed amato d'ugual amore. Perch

l'altra

tu che per

un iniquo

difetto ci possa esser fra noi dissidio e

discordia?

Te

me

lo

latte,

giuro per
per

che non mai


i

le

tue lacrime, per

tue coscie bianche co-

le

tue molli natiche, per la tua natura, o Orsa,

le

scrissi versi se

non

in tua lode ed per te

miei versi hanno molta grazia. Possa perire chi

queste false cosel possa perire chiunque

Asciuga
piet,

tue lacrime;

le

mi struggo per

Orsa,

baciare.

lasciati

riferisce

ti

lo stesso tuo dolore.

ti
il

che

disse
falso!

abbi di

me

Raffrena ormai le

tue lacrime, abbi piet della tua salute, io star bene, se tu,

mia donna,

starai bene.

della pena infern.ale che orsa infligge

all'autore superstite
Se

il

calore,

il

fetore, lo stridore travagliano le

anime

nell'inferno, ultima loro pena, io, ancor vivo, soffro le


del

Tartaro.

suo ano

Orsa m'infligge

sofTia e

trulla,

la

triplice

il

supplizio,

sua vulva ferve e

ree

pene

poich

il

suoi piedi pu-

tono.

XI

CONTRO

Che
piacere,

Credi, la

bro

tu lodi

ma mi
mia

lubrico,

il

MORDACE ODO

mio ingegno

rilegga

lagno che tu riprenda

vita
la

ben diversa

mia mente

versi delle scurrilit; io


vidio.

IL

miei

versi,

di que-ste carte: se

pura. Illustri poeti

seguo

le

mi

fa

miei costumi, o Odo.


il

mio

li-

misero in

traccie di Virgilio e di 0-

G4

XII

EPITAPniUM ERASMI B.BKRIT EBRII

Qui

legis,

Erasmi sunt contumulata Biberi

Ossa sub hoc sicco non requieta loco.


Eripe, vel saltem vino consperge cadaver.

Eripe; sic quseso sint rata quoeque voles.

Ossa sub oenophoro posthac erepta niadenti

Conde, natent temete

fac; requietus ero.

XIII

AD

AMICUM CARUM, QUOD

SUI CAUSA PISTORIUM

SE CONFERAT

Salve, vir

populo spes certa

Salve, pracclaros inter


Salve, qui, longos

Tempora Phoebea
Accipe

sileam

si

sis

si

maxima Tusco,
viros,

provectus in annos,

virgine cincia feres.

tibi

Quacque animo

et

habende

nil

rem
non

fortassis
sit

emendam,

placitura tuo.

Nuper apud molles Senas fit pesi Ter acr,


Quo fit, ut ipse petam Pistoriense sohim.
i

Sunt

aliae

Etruriis potiores

montibus urbcs,

Sed tu non alios incolis ipse locos.


Sis

modo

Cum
Inierea

Pistoni,

niagis

illa

Romam
armis

vidisse fatcbor,

fioruit aucta

suis.

pathicam mihi, dulcis amice, pueilam

Delige, quae vernas exspuat ore rosas;

Neve
Sit

sit

exiguus foto sub corpore nasvus,

quoque cui tenerum

Digna
QusB

sit affectu,

velit et

spiret

amoma

fernur,

suavem quae novit amorem,

flammis reddere grata

vices.

XII

EPi>.

Tu che
mate

le ossa,

\FFIO DELL EBREO

leggi sappi ctie sotto queste aride

si

zi.

Ile

sono inu-

che ancor non han pace, di Erasmo Biberio. Tra-

fugale o almeno aspergi di vino

gher che

ERASMO R!BER!0

compiano

pieno di vino,

fa

che

tutti

vi

il

cadavere. Trafugale; io pre-

un ocre

Mettile in

tuoi voti.

nuotino dentro: allora avr pace.

XIII

AD UN CARO AMICO AFFINCH PER MOTIVI

DI

SALUTE

VADA A PISTOIA

Salve,

sicura e

massima speranza

tu che devi essere fra

pii

vanzando negli anni avrai

le

illustri

al

uomini;

Toscana; salve,
salve, tu

ti

diletta,

voti

tu

non

soffia-

in suolo

Sui monti Etruschi sonvi altre citt notevoli,

abiti altri luoghi. Staitene ora a Pistoia,

r d'aver visto

Roma quando

a-

che pi piac-

tuo cuore. Poc'anzi presso l'effeminata Siena

va un'aria pestifera, onde mi fu necessario andare


Pistoiese.

che

tempia cinte del lauro di Febo.

Accogli, se ben veggo, cosa che

ciono

della

ma

io confesse-

fioriva ingrandita dalle sue ar-

mi. Ma, dolce amico, procurami una lasciva fanciulla dalla


cui bocca escano rose primaticce;

non abbia

in tutto

il

cor*

p il pi piccolo neo, e la sua natura spiri tenero amomo; sia


degna d'affetto, conosca il soave amore, e sappia corrispondere alla fiamma con

la

fiamma. Incline

al vizio,

vincendo

B6

amore

Mersilis in vitium, vvens in

jocove,

Prasque proco cupiat postposuisse colos,


Divitibas vates, prieponat carmina gazis,

pr versiculo

Sit

Denique

sit

arena Tagi,

vilJs

pr qua

sic

possim dicere vero,

Pace Dei dicam, pulcrior

ilia

Deo

est,

Illam ego continuo noslris celebrabo Camens,

Carmina
Quae

placeant, carmina mille dabo.

si

pr numeris ferat oscula, carmina condam,

si

Qualia Yirgilium

composuisse putes.

Nec mihi Castalios latices


Sit mihi Castalius salsa

petiisse necesse est,


saliva liquor.

Hasc ego praestiterim, tu tantum quaerito

Quas thiaso

Tandem

Cum

et

cantu docta

perpetua salve
tua

nimirum

sit

ante

nympham,

alias.

mens digna salute,


mea paene salus.

sit

XIV
AD SANSEVERINUM, UT VERSUS FACERE PERGAT
Sanseverine,

Et placet,

tuam
et

legi bis

terque

nullo claudicat

Camenam,

pede.
Dii simulac facili praeslant libi peclora vena,
illa

Hortor Pierios condere perge modos.

Res sane egregia

est,

mortalia fngit et

omat

Pectora, post

Tu duce me

obitum miscet et illa Deis.


actutum viscs Parnassea Tempe,

Deque sacro pieno pectore fonte


Nec te destituam, modo tu consortia

Cum

rudis atque hebetis,

tum

bibes.
vites

rudis atque hebetis.


Crassa quidem ruditas parvo te polluet
usu,
Inficielque tuos transitione sinus.

67

nell'amore
re
i

giuoco

e nel

compiaccia per l'amante trascura-

si

perpendicoli, ai ricchi preferisca

un versetto

versi, per

essa sia tale che possa per

pace di Dio,

nei miei versi e se

in

modo

dare

alle

che tu

li

miei versi

numero

loro

il

le

piaceranno gliene scriver

ella offrir tanti baci,

Non

riterrai di Virgilio.

acque Castalie,

una ninfa che pi


Addio

tua salute

mi

li

scriver

avr bisogno d'an-

sua salata saliva sar per

la

da Castalia. Ecco a che cosa mi presto

infine,

Con buona

dire e a ragione:

lei

ricchezze

alle

pi bella d'un Dio. Io la celebrer sempre

ella

mille. Se per

poeti,

sabbia del Tago, infine

le sia vile la

me

l'on

tu intanto cercami

d'altre sia esperta nel canto e nella danza.

mente degna

d eterna salute, senza

cuore quasi quanto

sta a

la

dubbio

la

mia.

XIV

SANSEVERINO PERCH CONTINUI A SCRIVER VERSI

Sanseverino,

due o

lessi

tre volte

no, sono perfetti; dacch gli dei

ti

tuoi versi,

accordano

mi

facile

piaccio-

vena

ti

esorto a continuare a scriver versi. E' questa un'arte squisita, diletta e

ne

orna

gli

e dopo la morte li pomia guida vedrai ben presto il Tempio

animi dei mortali

fra gli dei. Sotto la

Parnasio e nella sacra fonte berrai a pieni polmoni.

Non

ti

lascier; tu ora evita di convivere tanto coi rozzi e gli ebeti

quanto cogli ebeti e coi


perebbe anche con
taccherebbe

il

rozzi.

la sola

tuo cuore.

La crassa ignoranza

vicinanza,

il

ti

corrom-

suo solo contatto in-

68

XV
MATTHIAM LUPIUM CLAUDUM

IN

Lupius, absposcis

Concedam,

me

recti s

rara

Epigrammata Marci;

passibus ip&e veni.

XVI
IN

EUNDEM GRAMMATICUM

Tres habet aretina Matthias Lupius aula


Discipulos; unus de tribus est famulus.

XVII

MAURAM

PRO M. SUCCINO AD
Pulcrior argento
Si

es,

scd eris formosior auro,

bona reddideris vcrba, benigne puer.

Est pia vestra domus, fralres, germana, parentes:


Sis pariter mitis, si pia tota

Est tua forma decens,

mens

domus.

sit

quoque pulcra

Conveniant formae reddita verba


Conservare viros perituros regia res

licebit;

tuae.

est;

Haec nos coelilibus res facit esse pares.

Ast ego Castalio doducam fonte Sorores,

formam et mores et tua facta canant


Quid melius Musa tribuam? Quid Carmine majus?
Quse

Si potius

Quem

quid

sit

Carmine, posce: dabo.

sacri vates voluere, est

fama perennis;

Tu quoque, ni fallor, cannine clarus eris.


Namque ego doctiloquo vivaces Carmine reddam
Sempei; amic^'^ias, sit modo vita, pias.

69

XV
CONTRO LO ZOPPO MATTIA LUPI
Lupi, tu

mi

chiedi

rari

epigrammi

di .Marziale; te

li

da-

r a patto che tu venga senza zoppicare.

XVI
CONTRO LO STESSO GRAMMATICO
Mattia Lupi nella sua aula privata ha
dei tre

tre

alunni: l'uno

suo servo.

il

XVII
A MAURA,

Tu

IN F.VVORE DI

pi bello dell'argento,

sei

benigno

l'oro se tu,

M. SUCCINO

ma

fanciullo, darai

tu sarai pi. bello del-

una buona

risposta. Tut-

ta la tua casa pia, fratelli, genitori, sorelle: sia tu


te,

la

se tutta la casa pia.

per morire

cosa egregia;

questa

agli abitatori del cielo. Io dalla fonte Castalia

sorelle a cantare

Che posso

il

tuo aspetto,

offrirti di

d'un canto?
lo

pure mi*

tuo aspetto bello, sar pur bella

tua mente; la tua risposta risponda al tuo aspetto. Salvar

la vita a chi sta


ri

Il

S3

ci

rende pa-

condurr

la

tuoi costumi, le tue imprese.

meglio della musa? Che di pi grande

v' qualcosa di pi del canto chiedimelo, te

la fama di quelli che i vati cantarono;


non m'inganno, sarai illustre ne' carmi. Io, in

conceder. Eterna

tu pure, se

un dotto canto,

se avr vita,

render eterna

la

nostra santa

70

Quippe boni de

te capient

Gaudebunt
Lux mea, Maura,

vale, tibi

exempla minores,

actus ssepe re ferre tuos.

Dedo, velis

mcque meamque Thaliam

lux mea, Maura, vale.

uti,

XVIII

PRO M. SUCCINO ORAT, ET UT SPERET DE

L.

MAURA EXHORTATUR

Dii faciles incepta precor, Succine, secundent,

Cum

puero fautrix

Ut responsa

sit

Cytherea suo,

hilari sint convenientia formae,

Et reddat pulcher verbula pulcra puer.


Est pia tota domus, fratres, germana, parentes,

Nescio quin speres,

pia tota

si

domus.

Ipse pios longe superat pietate propinquos;

Nescio cur patri Maura

sit

absimilis.

XIX

MATTHIAM LUPIUM

IN

Lupius in pueros,

Dum

si

quis screat, intonat; idem

comedit, pedit;

cum

satur est, vomitai.

XX
IN

Si

neque tu
Si tibi

Si dicas,

LENTULUM MOLLB

futuis, viduas neque, Lentule, nuptas,

nec meretrix, nec

quod

sis

calidus

tibi

virgo placet,

magnusque

fututor,

Scire velim, mollis Lentule, quid futuas?

Da

amicizia.

te

prenderanno esempi

giovani onesti e

ce,

statti fc'sne,

ra,

mia

dono

a le

me

e la

si

com-

Maura, mia

piaceranno sempre di ricordare le tue viri.

mia musa,

prendila, o

lu-

Mau-

luce, addio.

XYIII

PARLA

IN

FAVORE

M. SUCCINO E L 'ESORTA A

DI

VI L.

Gli dei tutelari, assecondino, prego

suo
la

figlio

ti

assista Citerea,

graziosa belt,

ta la

casa pia,

il

bel

BE.\

SPERARE

MAURA

perch

la risposta sia

fanciullo dia

fratelli, sorelle, genitori;

con

tuoi progetti e

buone

non

conforme
parole.

al-

Tut-

non

so perch

speri, se tutta la casa pia. Egli stesso per la sua piet sor-

passa di gran lunga

assomigli

al

suoi parenti;

non so perch Maura non

padre.

XIX
CONTRO M.\TTIA LUPI
Lupi, se qualcuno de' suoi scolari

si

pulisce

il

naso, gri-

da; egli mentre mangia trulla, quando pieno vomita.

XX
CONTRO L EFFEMINATO LENTULC
Se
ti

tix

non

fotti,

o Lentulo, n vedove, n maritate, se

non
un

piacciono n meretrici, n vergini, e tu affermi d'essere

esperto e grande fottitore, vorrei saper che


to Lentulo.

fotti,

o effemina-

72

XXI
EPITAPHIUM MARTINI POLIPHRM., COGI EGREGI!
precor,

Siste,

lacrymisque

meum

consperge sepulcrum,

quicumque studens forte tenebis

Hac
Sum Polyphemus

iter.

ego, vasto pr corpore dictti

Martinus proprio nomine notus eram,

Qui juvenes studiis devotos semper amavi,

Quem

liquet et famulos et superasse coquow

Nunc ego

funebri tandem spoliatus honore,

Thure carens

Me

summa sum

tumulatus Immo.

Mathesilanus tempesta in nocte recondi

Jussit, et exequias luce carere

Nec cruce nec cantu

meas.

celebravit nostra sacerdos

Funera, nec requies ultima dieta mihi,

Clamque

fui

sacco latitans raptimque sepultus,

Nec capiunt coleos arcta sepulcra meos.

Dum

feror obstupui, timuique subire latrinas,

Nec loca crediderim religiosa dari.


Oro pedem ad j et claudas tellure parumper,
Qui patet, heu vereor ne lanient catuli.
Continuo domini complebo ululatibus sedem
Infaustis, poenas has dabit ipse suas.

XXII

LAUS AURISP^ AD COSMUM


Si

quis erit priscis quandus, Cosme, poetis,


Et

''\

si

quis

cui Phoebus Pieridesque favent,

cum

loquitur vel splendida facta reponit,

Mercurium jures ejus ab ore


Quive alios laudet,

cum

sit

loqui,

laudabilis ipse,

73

XXI
EPITAFFIO DI MARTINO POLIFEMO, FAMOSO CUOCO

Fermati,

chiunque tu

il

mio

sepolcro,

che verrai a passar di qui. Io sono Polifemo,

sia

mio grande corpo. Martino era il mio proprio


che amai sempre i giovani studiosi, io che primeg-

cos detto per

nome. Io

prego, e bagna di lacrime

ti

il

giai fra valletti e cuochi, ora infine privo di onori funebri,

senza onor d'incenso giaccio qui sotterra. Mantesilano in


notte buia

mi

fece seppellire e volle

che

le

mie esequie

una

fossero

senza luce.
Il

sacerdote n con croci n con canti celebr

me

funerale, n per

nascosto, fui messo in fretta in

un sacco

cro non contiene

Mentre mi

ti

andar a

di

il

mio

fu detto l'ultimo requiem. In secreto, di

miei

finire in

testicoli.

una

e lo stretto sepolsi

portava temet-

latrina n avrei creduto d'esser se-

un po' di
temo che i cani me li mancasa del mio padrone di gri-

polto in luogo religioso. Copri, te ne prego, con


terra

miei piedi,

essi

sporgono

gino. Senza tregua riempir la

di funesti, egli avr questo suo tormento.

XXII
ELOGIO d'aURISPA, A COSIMO

Se vi chi merita, o Cosimo, di esser paragonato agli antichi poeti, e

Febo e

o decanta grandi

le Pieridi lo

fatti,

proteggono; se v' chi parla

dalla bocca del quale puoi ritenere che

parli Mercurio, che lodi gli altri, lui

porti esso a

buon

diritto le

che merita tutte

le lodi,

tempia cinte di edera; se v' im

74

Quive hedera merito tempora nexa

ferat,

Si quis erit linguae doctus Grajae alque Latinas,

non Aurispa est hic, periisse velim.


Quisquis in hoc mecum non senserit, arbiier aequus
Si

Non

fuit,

aut certe Zoilus

ille i'uit.

XXIII

AD GALEAZ,

QUEM ORAT UT

CATULLUM

SIBI

INVE.NMAT

Ardeo, mi Galeaz, mollem reperire Catullum,

Ut possim dominae moriger

esse meae.

Lectitat illa libens teneros lasciva poetas,

Et prsefert numeros, docte Catulle, tuos.

Nuper

et

hos abs

me

multa prece blanda poposcit,

suum vatem me penes esse putans.


Non tcneo hunc, dixi, mea lux, mea nympha,
Forte

Id tamen effciam, forsan habebis opus.

Instai, et

Et

libel-

[lum,

omnino librum me poscit amicum,


graA'ibus nunc agit illa minis.

mecum

Quare ego per Superos omnes, o care

sodalis,

Sic precibus lenis sit Cytherea tuis,

Te precor atque iterum precor,

Quo

id

mihi quaere

libelli,

fiam noslrae gratior ipse deae.

XXIV
MATTITI.^ LUPII

Balbe, scias calidi quao

Quam modo

sit

sententia Lupi,

versiculis prosequar ipse meis:

cupiat mea mentula cunnum,


Interdum adfectet cruscula cauda salax,

Si saepe eflliclum

SENTENTIA AD BALBUM

75

non

dotto in lingua greca e Tatina e

Chi

rire.

la

sia

o certo quello

mobuon giudice,

Aurispa, possa io

pensa diversamente da me, non

Zoilo.

XXIII

A GALEAZZO, LO PREGA

PROCURARGLI UN CATULLO

DI

Io ardo dal desiderio, o

mio

ge volentieri
Catullo.

delicati poeti e preferisce

Anche poco

si,

o mia
e

stella,

mia

avessi. Io

li

ma

ninfa;

mi chiede sempre

il

minacce. Per questo, per

il

un

dol-

ella leg-

tuoi versi, o dotto

me

no ho questo

li

chiese,

libro, dis-

far che tu l'abbi. Ella in-

libro favorito e ora

tutti gli dei,

rea cos assecondi la tue preci,

mi

con blanda preghiera

fa

credendo per certo ch'io

siste

Galeazzo, di trovare

mia donna. Lasciva

ce Catullo, per poter piacere alla

ti

prego

volume, onde divenga pi grato

mi

fa gravi

o caro amico, e Citee

alla

ti

supplico, cerca-

mia

dea.

XXIV
SENTENZA
Tu, Balbo,
te la

sai

DI

MATTIA LUPI, A BALBO

qual'
:

so una vulva floscia, talvolta

una

fresca; tuttavia la

sentenza dell'astuto Lupi; ora

la

la mia verga desidera spesmia coda lasciva ha fame di


mia libidine non cos sfrenata e folle

esporr nei miei versi

Se

la

76

Non tamen usque adeo delira aut piena libido


Ut popisma palam cumve cohorte rogem.

est,

((

Nolim cum populo compadicare Jacinthum,


Cum multis ipsam non Helenem futuam.

Sic ait; id digito

dictum

tibi,

Balbe, ligato,

Et clam paedico clamve l'ututor agas.

XXV
AD

MEMMUM

Cum modo

DE PARTU LUCI.E NIMPHAE

per dominae vicum mihi transitus esset,

Haec ego pr nynpha parluricnie precor:

Nunc

Ab

age, nunc, Lucina, mese succurre puellae,

Qua3 parit, atque aliquem jam pari'.ura

numina

dolor, en clamat supplex tua

Vocibus

et

lacrymas addit amara

deum

poscens,

suis.

In me, Dii, luctum dominai transferre velitis,

Quid ccssas?

me miserum non minor

Etsi

((

<(

Et

si

in te

mala

forte rogarim,

lasisse puellam,

ut veniant in caput
te

illa

dudum Venus

meum.

cffera vexet,

Sicque tua poenas impietate luas.

Ergo tuo mitis

Quid

si tres

restituisse potes.

moratam. Superi,

facite,

Cernis ut ultricem

maxima,

Audierint, votis et cruciere meis.

Quin vereor, neu

Incolumi nympha

Farcite

angor babet.

Diva, libi laus

Hei mihi, ne Superi,

est,

-tardas,

durum

est offendere

sis facilisque

Divam;

proco.

Lucina? veni faustissima nymphae,

Lenis io nimphae prospera Diva veni.

est.

77

da desiderare carezze in pubblico e


rei sodomitare Giacinto insieme con
sa Elena

con

Cos egli dice

altri.

dunque

in gran segreto e sia

non

fra la folla. Io
altri,

ci

sia detto,

o Balbo,

sodomita e

fottitore.

ti

in segreto

vor-

fotterei la stes-

XXV
A MEMMO, SUL PARTO DELLA NINFA LUCIA

Quando poc'anzi
ci

passai per la via della

questa preghiera per

la

Lucina in soccorso della mia


per mettere

al

mondo

mia amante,

fe-

ninfa partoriente: Vieni, vieni o


fanciulla,

Ah

qualche Dio.

ella

sta

partorisce,

ella gri-

che dolore,

tuo aiuto e alle voci aggiunge amare lacrime. In me, o dei, trasferite le doglie della mia donna, bench non minore angoscia mi tormenti. Perch indugi? a te
da, supplice invoca

il

sar la pi grande lode, o dea, l'aver salvato con


fra tre esseri.

mi abbiano
o

dei, dal

po.

Temo

Ohim!
udilo e

punire

la

inveito contro di

se mai ho
non siano duri
mia fanciulla e

che Venere crudele

Tu

ti

na della tua poca

piet.

dicatrice dea; sia

dunque mite

tardi, o
alla

mia

sai

miei

ai

mia nindei non

voti.

Astenetevi,

fate vendetta sul

mio

ca-

travagli e che tu porti la pe-

come

grave offendere

e proclive al tuo

Lucina? Vieni propizia

la

te, gli

alla ninfa,

ninfa, o dea. Ella in seguito

ti

la

ven-

amante. Che

vieni in soccorso

elever solenni altari

78

Postmodo solemncs certe tibi construet aras,


Imponetque tuis menstrua thura focis.

Hac ego, sed quoniam Dea

sit tibi

Ipse tuas praestes, splendide

promp'.ior, oro,

Memme,

preces.

Nil dubito, quin flore dato votisque peractis

Exsolvet partus molliter

illa

suos.

XXVI
DE suo OCCULTO AMORE
Uror, et occultae rodunt praecordia flammae:

ego

si

sileam terque quaterque miseri

XXVII
IN

MATTHIAM LUPIUM, VIRUM IGNAVUM

Aonia rediens Mattliias Lupius ora


Castalidum steriles nunciat esse lacus,
Et siccas laurus, nullam et superesse puellam,
Singula contatus comperit esse nihil.

Impuri nequeunt oculi spectare Sorores,


Scilicet ignavis Pegasis

unda

latet

XXVIII
PRO CENTIO AD CONTEM, UT EX RURE REDEAT
Centius hanc vidua

tibi mittit

ab urbe salutem,

Lux mea, mi Contes, dimidiumque animse.


Quid mihi laetitiae superest, ubi rura petisti?
Spiritus est

Id mihi

membris

laetitiae

tantum

visus abire meis.

est, puer urbe remansii,


Inque suos vultus conspicor ipse tuos.

79

e tutti

mesi abbrucier incensi

al

tuo focolare.

Cos io pre-

ma perch la dea sia per te pi pronta, tu stesso, o


dido Memmo, rivolgile le tue preghiere. Io credo che,

gai,

tuoi fiori e accettati

splenofferti

tuoi voti, la ninfa partorir senza do-

lore.

XXVI
d'un suo AMORE SEGRETO
Io ardo, e di segreta
io taccio tre e

fiamma mi

ijrucia

il

cuore: oh, se

pi misero!

quattro volte

XXVII
CONTRO MATTI.\ LUPI, PARASSITA
Mattia Lupi ritornando dalle spiaggie Aonie,

che

laghi di Castalia sono secchi, che

lauri si

annuncia

sono

essica-

ti,

che non rimane neppure una musa; che esplorata ogni co-

sa

ha trovato che non v' nulla. Gli occhi impuri non pos-

sono osservare

le Sorelle;

l'onda pegasea

si

nasconde

di cer-

to per gli ignavi.

XXVIII
A CONTI, PER CENCI, AFFINCH RITORNI DALLA CAMPAGNA
Cenci

ti

manda

il

suo saluto da questa

citt,

di te pri-

va, mio caro Conti, mia luce, met dell'anima mia. Qual letizia mi resta dacch tu sei andato in campagna? Mi sembra
che l'anima mi sia uscita dalle membra. La mia sola letizia

che

sia

ravviso

il

rimasto in citt
tuo.

Non

il

fanciullo, nel volto del quale io

andartene, caro fanciullo, lasciati vedere,

80

Ne

fuge, care puer, sine

Dumque

te,

germane,

videri,

ne fuge, care puer.

agit in sylva,

Plura velim, sed plura loqui dolor impedii: ergo,


Vivere

cupias me, cito rure redi.

si

XXIX
AD LEUTIUM FCENERATOREM, UT PLAUTUM CoMMISSUM HABEAT

quam possum Plaulum commendo, Leuti,


Plaulum, quem vocitat lingua Latina patrem.

Hunc

tibi

Haud de te modicum, vates, aboleverat


Te modo pernicies altera foenus edit.

aetas,

XXX
EPITAPHIUM NICHIN^ FLANDRENSIS, SCORTI EOREGII

paulum, versus

Si steteris

et legeris istos,

Hac gnosces meretrix quae tumulatur hunio.


Rapta

fui e patria teneris pulchella

sub annis,

Mota proci lacrymis, mota proci precibus.


Flandria

me

genuit,

totum peragravimus oibem,

Tandem me placidae continuere Sonai.


Nomen erat, nomen notum, Nichina; lupanar
Incolui, fulgor fornicis

Pulcra dccensque

Membra

fui,

unus eram.

redolens et mundior auro,

fuere mihi candidiora nive.

Quae melior nec erat Senensi in fornice Thais


Gnorit vibratas ulla movere nates.

Rapta

\iris

tremula fgebam basia lingua.

Post eliam coitus oscula multa

dabam.

81

suo

tu,

fratelle.

Mentre

non

egli si trattiene nelle selve,

ma

dartene, fanciullo. Vorrei dir di pi;

il

dolore

me

an-

l'im-

pedisce: adunque, se desideri ch'io viva, ritorna presto dalla

campagna.

XXIX
all'usuraio LENZIO, prestandogli un PLAUTO
Ti raccomando pi che posso, o Lenzio, questo Plauto,

Plauto che

lingua latina chiama suo padre.

la

Il

tempo, o poe-

t'aveva in gran parte distrutto, ora un'altra peste, l'usura,

ta,

a sua volta

stnigge.

ti

XXX
EPITAFFIO A NICHINA DI FIANDRA NOTA BAGASCIA

Se tu

ti

fermi un poco

leggi questi versi, tu saprai chi

la bagascia che qui sotto sotterrata. In tenera et lasciai


la

mia

patria, vinta dalle lacrime dell'amante cedetti alle sue

preghiere. Nacqui in Fiandra, peregrinai per tutto


infine sostai nella tranquilla Siena.

nome famoso
li.

Fui bella

membra

stetti

il

mondo,

era Nichina,

profumata

e pi pulita dell'oro, di

pi bianche della neve. Nei bordelli senesi nessuna

casti baci agli

me

sculettare. Di lingua titillante da-

uomini

anche dopo

Il mio letto era pieno


mia mano industre asciugava i

vo a baciare.
e la

mio nome

nei lupanari, fui lo splendore dei bordel-

e piacente,

Taide sapeva meglio di

vo non

Il

di

il

molle

nervi.

coito continuae

bianche

tele

Avevo nella stan-

82

Lectus

multo

e rat

centone refertus,

et niveo

Tergebat nervos officiosa manus.


Pelvis erat cellae in medio,

qua

ssepe lavabar,

Lambebal madidum blanda Catella femur.


Nox erat, et juvenum me sollicitante caterva
Substinui centum non satiata vices.
Dulcis,

amoena

mea

multis

fui,

Sed praeter pretium

nil

facta placebant,

mihi dulce

fuit.

XXXI
CONQUERITUR, QUOD PROPTER PESTEM A DOMINA AMOTUS SIT

Quando erit, ut Senas repefam dominamque revisam?


Me miserum molli pestis ab urbe fugat.

XXXII
OPTAT PRO NICniNA DEFU.NCTA

Oro tuum violas


Pieriae cantent

Et Phoebus

sepulcrum,

spiret, Nichina,

Sitque tuo cineri non onerosa

circum tua busta


lyricis

silex.

puellae.

mulceat ossa sonis.

XXXIII

LAUS COSMI,

Cosma, quis

VIRI

CLARISSIMI

est Latiis vir felicissimus oris

Conjuglo, gazis, prole, parente,

Quis patriae spes

est!

domo?

quis sanguine clarus avito?

Vates quis priscos servai, amatque novos?


Pace quis Augustus, Cassar quis Julius armis?
Quis fiet mira pr probitate Deus?

Cosme, quis hic


Aut certe quis

est? aut certe tu,


sit

nescio.

Cosme,

Cosmus,

vir hic es,

es hic.

83
in cui spesso mi lavavo, e un bianco cagnomia madida natura. Una notte, sollecitandomi una compagnia di giovani, sostenni un centinaio d'assal-

una bacinella

za

lino lambiva

la

senza esserne sazia. Io fui dolce

ti

ceva

ma

mia maniera,

la

me

piacevole, a molti pia-

nuli 'altro che

il

denaro pia-

ceva.

XXXI
SI

LAMENTA PERCH

IN

CAUSA DELLA PESTE ALLONTANATO

DALLA SUA DONNA

Quando

sar che ritorner a Siena e rivedr la

na? Me misero,

mi

la peste

mia don-

allontana dalla voluttuosa citt.

XXXII
FA VOTI PER NICHIN'A DEFUNTA

Prego che
sul tuo cenere
rie
ti

il

tuo sepolcro senta di viole, o Nichlna, e che

non

vi sia

una pesante

pietra.

Le fanciulle Pie-

cantino intorno alla tua tomba, e Febo coi suoi

plachi

tue ossa.

le

lirici

can-

XXXIII
ELOGIO DI COSIMO, CITTADINO ILLUSTRE

Cosimo, chi

in tutto

il

Lazio pi felice per matrimo-

ni, ricchezze, prole, parenti e case?

tria?

Chi

poeti e

illustre

ama

nuovi? Chi in pace

in guerra? Chi per

Chi

questo, o

o ignoro chi

sia.

Chi

speranza della pa-

per antico sangue? Chi onora

la

Augusto

gli antichi

e Giulio Cesare

meravigliosa probit diverr un dio?

Cosimo? Certo sei tu quell'uomo, o Cosimo,


Cosimo sei proprio tu.

84

XXXIV
AUCTORIS DISCIPULI VERSUS AD

MAURAM,

L.

QUOD NON SERVET PKOMISSA

Cur non, Maura, venis? cur non piomissa fidemque


Solvis? cur nullo pondere verba reiers?

Nam memini
Ite

dixti nobis venienlibus ex te:

alacres, cras bine vos petiturus ero.

Cras venit, nec


Cras

it,

te

aerea deducis ab arce,

nec tu nunc, perfide Maura, venis.

Quodsi nos

flocci facias, et ludere

jam

fas

Esse putas, noli spernere, Maura, Deos.

Maura Deos temnit, juravit numina Divum,


Quod nos paganico viseret ipse solo.
Maura Deos temnit memores fandi atque nefandi,
Spernit et

ille viros,

levior foliis,

Femineum
Si te,

spernit et

avium ventosior

et

Deos.

ille

alisi

turpe est fallere sic alios.

Maura, juvat

me

fallere, falle,

sed illum

Carmine qui claret ludere, Maura, cave.


Tu va lem et nomen, verum non dogmata nosti;
Nosce, capesse cito, cannine doctus eris.

Non mercede
Virtutis

Me

docet

quemquam, non indigus auro

solum motus amore docet.

docuit doctor doctissimus edere versus;

Perdidici, et

nunc jam carmina nostra

legis.

XXXV
AD LIBELLUM, NE DISCEDAT

Quid

vis invito

Quid

Quo

te

domino discedere? quid

fugis, infelix,

Mille,

vis

de nostra dejicit a:de, liber?

degunt ubi mille Catones,

quibus tantum seria

lecta placent?

est,

85

xxxrv^
VERSI d'un discepolo DELL 'AUTORE A

L.

MAURA PERCH NON

HA MANTENUTA LA PROMESSA
Perch non vieni, o Maura? Perch non mantieni

messa e

Perch non dai nessun peso

la fede?

alle tue

la pro-

parole?

dicesti, ricordo, quando venni da te: Andatevene aldomani verr io a trovarvi. Venne il domani, e tu
non ti sei mosso dalla tua aerea rocca. Il domani passato e
tu non vieni ancora, o perfido Maura. Se non fai nessun conto di me, e ritieni che con me si possa scherzare, non sprezzare, Maura, gli dei. Maura sprezz gli dei, giur per gli dei
che sarebbe venuto a trovarmi in campagna. Maura sprezz
gli dei memori del bene e del male; egli sprezza gli uomini

Tu mi

legri,

e sprezza gli dei.

tu,

pi leggero d'una foglia, pi agile del-

femmine

le ali degli uccelli, delle

cos gli altri! Se

nami,
per

ma
i

Tu

conosci

vergognoso l'ingannare

ha bisogno d'oro.

Il

il

poeta e

il

suo nome,

ma non

imparali, apprendili subito e tu di-

suoi precetti:

verrai dotto in poesia. Egli

versi;

compiaci d'ingannarmi, o Maura, ingan-

guardati, o ^laura, dal prender in giro chi noto

suoi versi.

conosci

ti

non insegna per

lucro, egli

mio dottissimo maestro m'insegn

imparai e ora leggi

le

mie

non
a far

poesie.

XXXV
AL suo LIBRO, PERCH

Perch vuoi contro

Chi

ti

caccia dalla

mia

la

.\0N

SE NE V.\DA

volont mia andartene? Perch?

casa, o libro?

Dove

vai, infelice,

vivono mille Catoni, mille a cui piacciono soltanto


serie?

Tu

arrossirai a scherzare, o misero, presso

le

dove
cose

im rigido

86

Cum

censore, miser, rigido laedere, rubesces,

Cumve minus
Vana

poteris, laese, redire voles.

quaeso domini prsesagia sunto,

tui

Sitque timor vanus: thusque piperque teges.


I,

verum

auctoris rogitet

Immemorem

nostri

si

nomina

nominis

lector,

esse refor.

XXXVl

CABALLUS FAME PERIENS DE LELPHO LUSCO

DOMINO CONQUERITUP

Si

qua tuus queritur, cupidissime Lelphe, caballus,

Da veniam, macies

cogit et alta fames.

Pulcer equus certe, velox pinguisque fuissem,


Pectora

Aplaque

quam

sint et fortia et

sint videas

Quod natura

quam

dedit,

cetera

ampia

vide,

membra

peraeque.

sumpsit avara manus.

Ah quotiens phaleris tectus fera bella subisserai


Ah quotiens cursus praslitus esset honosl
Rodo

nihil, rodit sed nostras inedia vires,

Non etiam

nostris dentibus herba datur.

Vix mihi dat noster paleas aliquando dominus,

Barbariem metro barbarus

Turpe quidem

ille

dictu, sed cogit

dedit.

turpia fari

Turps henis, proprio stercore pascor ego.


Stercore pascor enim, sed stercore pascimur

Nam

ambo,

tu ne comedas, non, vir avare, cacas,

Neve bibas etiam, non mejere, Lelphe,


Extitit,

videris.

ut perhibent, dira Celaeno parens.

87

quando pi non

censore, e ofleso,
Io vorrei che
il

potrai, vorrai

suo timore: tu accartoccerai l'incenso

ma

que,

ricordi

se

il

lettore chiede

il

ritornare.

presagi del tuo padrone fossero vani, e vano

il

nome

il

pepe. Va, dun-

del poeta, di che

non ne

nome.

XXXVI
UN CAVALLO CHE MUOR

DI

FAME

SI

LAGNA DEL PADRONE

LELFO LUSCO

Se

tuo cavallo

il

lo costringono la
to

un

si

lagna, avarissimo Lelfo, pei donagli,

magrezza

e la

fame estrema. Certo

cavallo bello, veloce e pingue, guarda

chi sono potenti e larghi e guarda

come

come

tutte le

bra sono ben conformate. Ci che natura diede,


tolse.

Ohi quante volte bardato

combattimenti
la

corsa

denti

Io

non

Oh quante

non rodo

si

miei fian-

mie mem-

mano

avara

di ferro avrei affrontato aspri"

volte sarei riuscito vittorioso nel-

nulla, l'inedia rode le

d neppur

sarei sta-

l'erba, solo talvolta

mie
il

forze; ai

miei

padrone mi d

mio verso. E'


mio turpe padrone mi costringe a dir cose turpi; io mi nutro del mio sterco. Poich mi nutro di sterco, ambedue ci nutriamo di sterco; poich tu non mangi, o
avaro, non cachi, e poich non bevi, o Lelfo, non mingi.
Tua madre, come narrano, fu la crudel Galeno. Le ulcere che
una sella senza lana m'ha fatto al dorso tu le vedi, o Lusoo;
vedi le mie reni ferite. Perch a cavallo mi laceri i fianchi coi
a stento paglia; quel barbaro diede barbarie al

turpe a dirsi,

ma

il

68
Sella carens lanis quae fecerit ulcera dorso,

Lusce, vides caudae vulnera, Lusce, vides.

Cur equitans aspris calcaribus


Si vix sat, piane debilis ire

Cur

dem

agilis vis

Tibia

crudelis in aera saltus.

nequeat lassa movere pedem?

si

Ipse qui dem collo

Degere

tundis,

ilia

queam?

quam

mallem

vectare quadrigas,

miseri sub ditione

viri.

Ocius affectem pistrino, Lelphe, dicari,

Sub

te

funestam

quam

tolerare

famem.

Vera quis hac credat, nsi credunt vera molares?


Ferrea sunt longa frena comesa fame.

Ordea cornipedi dulcis datur esca caballo,


Sorbuit hos

nunquam

sed

mea bucca

cibos,

Vera loquar, verum quis possit credere ventren

Duntaxat vento vivere posse

meum?

Est mihi, vai misero, macies incognita toto

Corpore, et infractis artubus ossa sonant.

Sim

licet

Quam

informis, simque aridus, hoc

mage malim,

Lelphus vacui pectoris esse velim.

Est Lelphus rationis inops et mentis egenus,

Corpus ei.ut sus trux

Quum

loquitur, boat ut bos, et

Ut dubius

Quum

efferitate riget.

ridet,

perstes, culus

fiat

putor ab ore,

an os loquitur.

fauces inhiant, ut asellus hiascens,

Fit mihi de risu nausea saepe suo.

Plura equidem quererer, quoniam sunt plura, sed heu heu

Lingua loqui plub nunc

debilitata

nequit.

Jam morior; socii, slabulum, pra^sepe,


Me miserum, videor debilitate mori.
Vos procul

Quo

ferae,

procul hinc vos

ite,

volucres:

modo vos pellis et ossa manent.


nam Lelphum Luscum mandetis avarum,

ruitis,

Plaudite,
Ille

ite,

valete.

crucis poenas, furcifer

ille,

dabit.

89

duri speroni, quando, debole

come

sono, posso appena star

in piedi? Perch vuoi tu, cmdele, ch'io faccia in aria agili


salti, se la

mia

non pu muovere

tibia stanca

il

piede? Io pu-

re vorrei col collo tirar quadrighe piuttosto che vivere sotto

padrone. Vorrei, o Lelfo, essere

6 tristo

al servizio

che tollerare sotto di te cos

gnaio piuttosto

Chi crederebbe che queste cose sono vere


molari?

miei ferrei morsi

fame. Ai cornipedi cavalli

li

si

Tutto

ma mi

manca

di

quello di

un bue,
parli la

un

mio ventre

si

il

vero,

ma la mia
ma chi potr
me miserol

nutre di vento?

preferisco all'essere Lelfo dal ventre vuoto. Lelfo

senno ed

un

povero di mente,

istrice sa di bestiale.

bocca o

il

culo.
il

Quando
suo riso

il

Quando

dalla bocca gli esce fetore al

asino che raglia e

suo corpo come


parla grida

punto che non

ride, spalanca le fauci

mi provoca

gua indebolita non pu pi


mangiatoia, addio.

parlare.

Oh me

Io

misero,

come
sai se

come

nausea. Potrei

cordar altre cose, poich sono molte, ma, ohim

stalla,

prolungata

mio corpo d'ima magrezza ignota e per le giuntumi risuonano le ossa. Io sono orribile, io sono sec-

il

re rotte

co

il

la

l'orzo, dolce cibo,

bocca non ne ha mai mangiato. Dico


credere che

miei

ali 'infuori dei

ho mangiati per

d'un mu-

funesta fame.

la

mia

ri-

lin-

muoio; compagni,

mi vedo morir

di

inedia. Voi andatevene lontano, fiere, e voi pure, uccelli*, do-

ve voi precipiterete,

non

c'

che pelle e ossa. Plaudite, voi

mangerete l'avaro Lelfo Lusco, quello, quel scellerato pagher

il

fio.

90

XXXVII

AD I.IBELLUM, UT FLORENTINUM LUPANAR ADEAT

domini monitus parvi

Si

facis,

Fiorentina petas moenia, parve

Est locus in media,

quem

verum

luge,

i,

liber.

tu pjte, festus in

Quove locum possis gnoscere, signa dabc


Alta Reparatae scitare palatia Dve,

Aut posce agnigeri splendida tempia Dei.


Heic

iueris,

dextram teneas, paulumque profeclus

Vetusque petas,

Siste,

Heic prope meta

lesse

Forum.

libelle,

heic est geniale lupanar,

viae est,

Qui sua signa suo splrat odore locus.

Huc ineas, ex me lenasque lupasque


A quibus in molli suscipiere sinu.
Occurret

tibi

flava Helcne, dulcisque Mathildis,

Docta agitare suas

Te

illa

viset Jannecta, sua

vel

nates.

illa

comitante Catella:

Blanda canis domina

Mox

saluta,

est,

est

hera blanda

veniet nudis et pictis Clodia

viris,

mammis,

Clodia blandi tiis grata puella suis.


Galla tuo peni vel cunno,
Injiciet nullo tacta

Annaque Theulonico

Dum

nan

tibi se dabit

canit Anna, recens

Te quoque conveniet

tibi

ucrque

est,

rubore manus,

afllat

crissat.rix

obvia canfu:

ab ore

maxima

merum
Pitho,

Qua cum delicise fornicis Ursa venit,


Teque salutatum transmiltit Thaida vicus
Proximus, occiso de bove nomen habens.
Denique tam celebri scortorum quidquid in urbe
Te pelet, adventu aia caterva tuo.

est

91

XXXVIl

AL SUO LIBRO PERCHE

Se tu

Ewi

in

DI

FIRENZE

poco conto degli ammonimenli del tuo padro-

fai

ma guadagna

ne, va, fuggi,

bro.

VADA AL LUPANARE

mezzo

le

alla citt

mura

di Firenze, o piccolo

li-

ove tu vai, un luogo piacevole,

perch tu lo possa conoscere

te

ne dar

Domanda

segni.

dove l'alta chiesa di Santa Reparata, dov' la splendida cattedrale del Dio che porta l'agnello.

ni la destra e

Quando

tu sarai l,

stanco libro, del Vecchio Foro. L vicina la meta,


geniale lupanare,

il

luogo

entra, saluta per

me

seno t'accoglieranno
la

tie-

dopo breve cammino fermati e domanda, o


si rivela

da

se stesso col

il

suo odore.

ruffiane e baldracche, sul loro tenero

tutte.

Ti verr incontro

la

bionda Elena,

dolce Matilde, abili l'una e l'altra a sculettare. Ti vedr

Giannetta seguita dalla sua cagnolina: blanda


alla

padrona

nude

e la

dipinte

padrona

mamme,

agli

la

cagnetta

uomini. Poi verr Clodia dalle

Clodia,

fanciulla grata per le sue

carezze. Sulla tua verga o vulva, poich tu hai l'una e l'altra,

Galla porr la

mano

contro cantando una canzone tedesca;


scir dalla

Anna ti verr inmentre Anna canta e-

senza alcun rossore;

sua bocca odor fresco di vino. Verso

grande crissatrice Pito

con essa Orsa,

te

verr la

delizia del bordello.

Per salutarti Taide verr dalla via vicina, che prende

il

me

mere-

dal

bue ucciso. Infine tutto ci che

tricio verr a vederti e la

v' in citt di

moltitudine sar

nuta. Qui potrai dire e nello stesso

tempo

lieta della

no-

tua ve-

fare cose oscene

92

Heic obscena loqui, simul

et

patrare licebit,

Nec tinget vultus ulla repulsa tuos.


Heic quod et ipse potens, quod et ipse diutius optas,

Quantum

vis futues et futuere, liber.

XXXVIII
AD

COSMUM

DE LIBRI FINE ET DEDIGATIONB

vaie, vatum spes et tutela novorum,


Jamque suos fines Hermaphroditus habet,,

Cosme,

Cum

nequeat majus,

Hoc

tibi

nam

quodcumque

turbant otia curae,

est devovet auctor opus.

93

il

tuo viso avr ad arrossire d'alcun

talenta e fin che lo desideri, o


ti

mio

rifiuto.

libro,

Qui finch

puoi fottere e

ti

far-

fottere.

XXXVIII
A COSIMO, INTORNO ALLA FINE E ALLA DEDICA DEL LIBRO
Cosimo, addio, speranza e sostegno dei nuovi poeti.
L'ermafrodito
piti,

poich

st 'opera,

le

giunto in

cure non

comunque

fine.

L'autore non potendo far di

gli lasciano il

essa sia.

temgo,

ti

dedica qua-

DA

L'ECATELEGIO
DI

PACIFICO MASSIMO

INTRODUZIONE
Massimo poco conosciuto, anche le letterature
nome. Nato da una ricca famiglia di Ascoli ebmisera e randagia; fu un bohmien delle lettere; pro-

Pacifico

ne tacciono
be

vita

tutti

il

mestieri senza trovar quello adatto alla sua natura.

Suo padre, Giovanni de' Massimi,

era, verso

1390,

il

il

capo

dei Guelfi di Ascoli. .Cacciato dalla citt vi ritorn con la for-

za insieme coi suoi fautori,

a sua volta

me

Ghibellini

e,

riconquistato

il

narra lo stesso Pacifico ne' Hecatelegium,

fuoco
lare

alla

sua casa. Allora

da una

finestra

della fuga egli

potere, cacci

quali tornarono alla riscossa

il

(II,

padre, per salvarsi,

8)

si

e,

co-

diedero

lasci ca-

con una corda. In quella notte tragica

nacque

in

mezzo

della sua nascita e ricorda

anche

ai

campi.

il

nonno Martino

Il

gendo su un asino bolso, venne divorato dai

poeta ci parla

lupi.

ni de' Massimi riusc pi tardi a riconquistare

creato dal pontefice governatore d Ascoli,

in

il

che, fug-

Giovanpoter e fu

premio

della

sua fermezza di carattere.


Pacifico pass

suoi primi anni a Campii, cittadella po-

co distante da Teramo, cos invece di poeta


si

asculanus che

legge in testa ad ogni libro dell' Hecatelegium, ricorre quel-

lo di poeta camplensis, in altri lavori


cati a

(i)

tnis

Braccio Baglioni

Christi

(1),

come

nei Trionfi dedi-

pubblicati per la prima volta da

nomine invocato. Pacifici Cam-plensis de MaxiT num-phorum incipit feliciter.

de Asculo liber primus

98

Giov. Battista Vermiglioli


la

PaciOco amava questo asilo del-

(2).

come un'agglomerazione

sua giovinezza e lo ricorda

borgate. {Hecalel.,

di tre

II, 8.)

Nella biografia

latina (Vita Pacifici

Maaimi ex atheneo

Asculano deprompta) che precede un'edizione espurgata delle sue opere (3) si ricorda che appena suo padre pot ricuperare
il

potere in Ascoli egli ebbe eccellenti maestri e che

il

fanciullo,

grammatica,

dotato di fervido ingegno,


la rettorica,

la

filosofia,

la

studi in breve la

matematica,

l'astro-

nomia. Pi tardi acquist grande riputazione nel diritto e fu


uno dei pi abili giureconsulti del suo tempo. Ma sopratutto

come poeta che merita

uno

dei

migliori quantunque lascivo

Lo

si

reputava

nella vita e

nell'arte

d'esser ricordato.

e cinicamente confessasse di esser tale.

Nato nel 1400 mor, a cent'anni, nel 1500 ed ebbe


ta stentata e misera. Il

bellina e gran parte de' suoi beni vennero confiscati.


ta

si

vi-

padre mor vittima della fazione ghipoe-

Il

lamenta spesso della miseria in cui piombato dalla

smisurata ricchezza in cui


ta al re di Napoli,

si

In

trovava.

una supplica

Ferdinando d'Aragona, (Hecalel., V,

dev'essere del 1458

ali 'incirca,

regni, ci fa sapere che

si

dacch

lo

rivol9)

che

chiama nova gloria

trovava in esilio e che la fazione

ri-

vale l'aveva spogliato de' suoi averi. In questo frattempo egli

con

aveva perduto, oltre

tre figli

rugia

il

padre

e la

madre, anche

quale non visse troppo d'accordo (Hccatel.,

la

al

che da essa aveva avuto. Nel 1459


collegio

come

una sedizione armata

egli stesso

Cosimo

I,

moglie
5) e i

troviamo a Pe-

gregoriano della Sapienza Vecchia, proba-

bilmente era professore di diritto o di belle


se parte a

lo

la

di

lettere.

Quivi pre-

studenti dell'Universit,

racconta in due epistole in versi dirette a

de' Medici pubblicate a pag. 281 e 282 delle

Memo-

Poesie inedite di Pacifico Massimo Ascolano in lode d


II Paglioni, cafita.no de^ Fiorentini e generale d S.
Chiesa. Perugia, 18 18, in-4.
(3) Carmina Pacifici Maximi, poeta Asculani. (Parma, a'fud Galeatium Rosatum, Superiontm consensu, 1691, in-4'>.).
(2)

'Braccio

99
rie di

Jacopo Antiquari.

Il

tumulto fu sedato da Braccio Ba-

glioni luogotenente della Santa Sede a Perugia. Pacifico


che
era con lui legato di amicizia lo cant nei due Lbri dei
trion-

primo consacrato

il

fi,

alle virt

civili,

secondo

il

alle vir-

tu belliche e nella Draconide poemetto in tre canti in


cui
le origini favolose della famiglia Baglioni.

[
^'

ri-

cerca

Roma

Passato a

fu ospite del

papa

Sisto

IV nella Villa

Farnese di cui lasci una descrizione (Hecatel, IV,


3) e tesper aver abbellito la citt di gran-

s gli elogi del pontefice

diosi monumenti {Hecatel, IV, 5) (4). In mezzo a tanto


splendore parrebbe che Pacifico dovesse trovarsi bene, ma
cosi
non fu. Scrivendo al suo amico Bittinico {Hecatel, IV, 4) di-

chiara di trovarsi nell'impossibilit di poter vivere


a modo
suo in Pioma e lamenta che, pur sapendo di astrologia,
di

medicina, di grammatica, di

non

riesca a sbarcar

nella

medicina

risulta

cie III, 8, V, 10) ove

Napoli,

di

il

rettorica....

lunario.

di

arte culinaria,

Ch'egli fosse esperto anche

da diversi passi

dell' Hecatelegium (spe-

domanda ad Alfonso d'Aragona,

assunto quale medico dell'esercito

esse.' e

re di
e

pre-

tende di possedere un'acqua miracolosa che risana le ferite.


La sua arte pi fruttifera fu certo quella del precettore e co-

me

tale fu presso

Baglioni

Salviati.

Come

avr insegnato quest'uomo immorale? Noi certo


non l'aAremmo voluto per maestro e non gli affideremmo i
nostri

figli.

Ben

vero che Virgilio scrisse

za aver fatto l'agricoltore e l'Eneide senza


ce,
la

ma
vita

le

Georgiche sen-

mai

esser stato dunoi non giuriamo che Pacifico sia stato corretto nel-

anche

se

rispondendo a Braccio che condannava

l'o-

pera sua, affermasse:

Desine me. Bracci, sacrum damnare poetam;

Mens mea, cantato Carmine, munda manel;

E. Mlntz, les arts la cour


(4) Su l'opera di Sisto IV cfr
des fapes -pendant le
.e et le XVI. e siede. Troisime partie,
Siste IV, Leon X. Paris, 1882.

XV

100
Virgilius nullo disjecit

Nec pecudem
IV

Sisto

tettori. Egli

moenia

belio,

nec bove

pavit,

liumum.

vertit

Braccio Baglioni non furono

cbb3 anche

il

favore di

soli suoi pro-

Nxolo V,

(5)

di

Po

Lo-

II, di

renzo de Medici, del re d'Ungheria Mattia Corvino, di Alfonso e di Ferdinando d'Aragona re di Napoli i quali ultimi lo

colmarono d'onori,
lo fece

decretarono

gli

anche cavaliere,

la

qual titolo

il

corona poetica. Alfonso


si

accordava solo

alle

era ritirato,

non

persone di merito insigne.


Pacifico fin
si

suoi giorni a

Fano ove

si

sa per qual motivo. Nella sua lunga vita scrisse moltissime

opere che ora sono pressoch ignorate. Egli

esercit

si

generi pi diversi, anche nella matematica e lasci

un

nei

calen-

dario perpetuo dedicato a Jacopo Salviati. Risolveva mediante

un sistema

grafico speciale tutte

le difficolt

di costruzione del-

l'esametro e del pentametro. Questo sistema riprodotto nella


edizione espurgata dei

Carmina (Parma, 1691) ornava un opu-

scolo che aveva fatto stampare a Firenze nel 1-185 contenente

un poema

latino in onore di Giovanni Fatale Salvaglio,

un

discorso in prosa pronunciato dal poeta nel senato di Lucca


in occasione

d'una distribuzione di stendardi

componendo hexameiro
'Hecatelegium
tata,

dice

precisa

la

del

et

il

trattato

L'autore della biografia latina

1489.

d'averne vista una


data,

ci-

seconda edizione, di cui non

stampata a Bologna, portante

il

ritratto

molto vecchio, cinto dal lauro poetico. Una terza

Pacifico,

De

pentametro. La prima edizione del-

di
e-

Fano (1506 per Hieronymum Soncinum) e


questa contiene fra l'altro due poemi in cui Pacifico, rinundizione fu fatta a

ciando

precedente, si fa campione di castit e di pulaudem


Lucretiae Lri duo; in laudem Virginiae
In

alla vita

dicizia:
libri

duo. L'edizione di Fa:

pere

ma

(5)

tnOj

cit.

G.

l'Hecatelegium

B.

Vermiglioli^

ma

(1691) contiene pure queste o-

espurgato. L'Hecatele^ium fu inol-

Poesie

inedile

di

Pacifico

Massi

101

Mercier de Saint-Lger nella raccolta dei quin-

tre edito dal

que

illiistrium

poel(rum, Parigi, 1791, in estratto dal For-

berg nel 1821, nell'edizione Liseux, Parigi 1885 su un esemplare che

conserva

si

Nazionale di Francia, e

alla Biblioteca

in forma molto ridotta e scorretta nel 1914.


Scrisse inoltre Pacifico:

de bello Spartasio

bello Cyri regis libri seplem; de

libri

sex; de

bello Syllae et Morii libri

duo; grammalica de regimine verborum graecorum, soluta

Hyppolytum filium, opere


1506 a Fano da Gerolamo

vincta orai'ione conscripta, ad

et

che furono edite


Soncino.

Altri

fra

suoi

il

1500 e

il

rimasero manoscritti e ignorati.

lavori

Giov. Battista VermiglioU stamp

illuminare

la

memoria

epigrammi che
se:

De

lo

Trionfi e la Dracouide per

di Braccio Baglioni

aggiungendovi 42

riguardavano. Si occup di

filosofia, scris-

odo; de ma-

sapieniia libri sepiem; de castitate libri

deratione animi; de bono; de fato; de anima

divina providentia libri


ce nella prefazione

libri

novem, de

decem almeno secondo quel che

al libro

di-

Vili dell'Hecatelegium.

L'opera per a cui legato

il

suo

nome

'Hecatelegium

medicinte la quale egli passa alla testa dei poeti erotici del

suo tempo.

Il

libro troppo scurrile perch

durre e tradurre integralmente. Noi

ne un piccolo saggio

e di

ci

si

possa ripro-

accontentiamo di dar-

aggiungere dei puntini ove

se sarebbe riuscita troppo cruda. E' questo

vo di versione che

si

compie presso

il

primo

la fra-

tentati-

di noi.

Angelo OttoHni.

V HECATELEGIUM

DE MARTIA

amor meus est, nec se bene temperai ardor,


Flammaque non certo stat mea fixa pede.
Saepe meam laudo fortunam saepeque damno;
Ccecus

Saepe miser cupio vivere, saepe mori.

modo cum cecidit, rursus


Nuno ego laetitia tristitiaque

Spes

spes altera surgit;

vehor.

Sic labat in Ponto, sic ventis credit utrisque,

Cum

levis assueto

pendere cymba

caret.

Sic et se Boreae Zephyro sic praebet, et

Virga nec aversa


Si

me

cum

est,

venit

ille.

Euro
Noto.

turbato respexit Martia vultu,

Dispereo, et vitae nil superesse puto.

Gaudeo,
Rideo,

si

gaudet:

si

ridet:

sum

tristi tristior illa;

si flet, et

ipse fleo.

cum jungit cum me complectitur, ipsum,


Timc me majorem non reor esse Jovem:
Cum mihi complexus, vel cum negat oscula, buxo
Tunc sum pallidior, turbidiorque freto.

Oscula

Cum

mala narrai

sua,

quamvis

Qua me suspendam tunc ego

sit

fabula mendax,

quaero trabem.

UECATELEGIO

MARZIA

mio amore cieco, il mio ardore non si pu frenare


mia Camma non sta ferma su un sicuro piede. Spesso
io ringrazio la mia sorte e spesso la condanno; infelice, spesso desidero vivere, spesso morire. Ora tramonta una speranIl

e la

ne sorge; ora son preso da gioia ed ora da

za, e un'altra

stezza.

Cos

tri-

leggera barca traballa nel mare, cos cede

la

al-

l'uno e all'altro vento quando difetta del naturai suo peso.

to

ramo si presta a Borea e a Zefiro e non contrario ad


quando spira a Noto. Se Marzia mi guarda con il volturbato, mi dispero e credo che poco mi rimane di vita.

Io

godo

Cos

Euro

il

se gode,

son pi

triste di lei s'ella triste; rido, se

Quando mi d
penso che Giove non maggiore

ride; se piange io stesso piango.

braccia allora

do

si rifiuta

d'abbracciarmi, o

pili pallido del

ra

una

bosso,

pivi

mi nega

ima

di

mi

ab-

me: quan-

suoi baci, divento

torbido del mare.

disgrazia, cerco allora

baci e

Quando mi

nar-

trave per ivi impiccarmi.

104

Si

quem respectat, vel


Nunc facis (exclamo

ensem
meumi)

cui ridet, et

si

per latus

ire

omni lux et nox quaelibet anno


Longior, insomnen noxque diesque vldet.
Si cubo non possum placidam sentire quietem,
In nulla possum parte jacere thori.
Fundo graves gemitus; nunc liac nunc volvor
Me miserumi quamvis non dolor ullus agat.
Quaelibet est

Sed dolor ccquari misero quis possct amori?

Non

ilio toto est

major in orbe dolor.

II

AD UXOREM

Dii te disperdant, uxor malegrata marito,

Sarcina non humeris apta sedere meis!

Et

libi

dematur

non uno

Et mortis gravius
Quae mihi

te

vita dolore.

sit libi

morte genus.

Furiae (da juxere jugali?

Concinuit bubo quod mihi Carmen avis?

Et satjus fuerat flammas immittere

Quam
Et

te,

Dii- te

tectis,

quae flammis deteriora facis;

primo jugulassent limine, sponsa,


cum mala signa pede.

Offenso dederas

Et bene tum poteras non respirare palato,

Cum l'ueras thalamo tu mihi pacta meo.


Tum potuit melius mea frangere gultura dextra,
Cum dare conccpit te mihi mente pater.
Si te

cum

poperit mater, tibi

Trunca, foret sub tot non

fila

mca

fuissent
vita malis.

Femina Tartareo tu me generata baratro,


Tu me, tu media sub Styge naia petis?

et

illae,

105

Se riguarda qualcuno, se a qualcuno sorride, una spada,

mi trapassi il cuore. Allora un giorno,


pi lunghi di tutto un anno; il giorno e
mi
sono
na notte,
notte io li passo insonne. Se mi sdraio non posso gustare
grido, con cui tu

ula
la

placida quiete; in nessuna parte del letto posso trovar riposo.

Verso gravi lamenti; or mi volto da una parte or


o

me

mi

misero, sebben nessun dolore

dall'altra,

Ma

travagli!

qual do-

pu competere con un mal d'amore? ISessun maggior


dolore vi in tutto il mondo.
lore

Il

ALLA MOGLIE

Alla malora, moglie odiosa al marito, peso


alle

mie

to della

spaJlel Ti sia tolta la vita

morte

con quale

inton per

ti sia

fiaccola

me

il

da mille dolori

pi grave della morte


ti

hanno

gufo? Avrei

casa piuttosto che sposar

te

me

sti

tormen-

congiunta? qual canto


la

peggiore del fuoco; gli

sei

dei avrebbero dovuto strangolarti sulla soglia

candola col funesto piede, davi

il

Quali Furie

meglio ad abbruciar

fatto

che

stessa.

non adatto
e

tristi

quando

presagi.

dovuto pi respirare quando per contratto

tu, var-

Tu non
mi fosti

avre-

data

in moglie. Avrei fatto meglio a tagliarmi con la destra la gola

quando tuo padre pens

do tua madre

Femmina

ti

mise

di darti a

alla luce io

me. Se

non

fosti

morta quan-

soffrirei cos tanti mali.

generata dal profondo Tartaro, nata in pieno Stige

106

Et

modo me vinctum
Dicis, et

Nil sapis, et stulta es,

Te

modo

pacto,

jure jugali

invitum credis habere virum?


si

me

tu velie redire

non abeunte

viva et vita

putas,

Ante sua bellum concors igne manebit aqua,


Cumque suo concors igne manebit aqua

Quam

redeam,

Dum

quam me reducem tua tect


dumque superstes eris.

rcvisant

vitam duces,

Ante velim media caput hoc immittere

quam
emoriar quam

Pectoribus

Et prius

sint haec

mea

terra,

juncla

tuis.

quovis tempore fiant

Obvia luminibus lumina nostra

tuis.

Te bene qui memorat, vult hic meus hostis haberi:


Te male qui memorat vivere, vult ut amem.
Nuntiat ereptam

Quas mea

si

quis

te

rebus, habebit

secretas arca coercet opes;

nobis veluti genialis agetur;

Illa dies

Inter et albentes tunc erit

Res mala, quid vivis? quid

dics.

illa

vivis

Quidve tua tardas frangere

pessima rerum?

colla

manu?

te melior, melior Medea reperta est,


Tuque venefcio vincis utramque tuo.
Tu quoque tres a me peperisti, femina, natos:
Die ubi sunt nati, pignora cara, mei?
Te Phoebus nollet, nollet te Luna videre;

Pontia

Te

visa vultu pallet uterque suo.

Prassentem mairi,

Dum

Te dccet

Si

dum natam

luget

ademptam,

luget natum, te decet esse patri.


in solis tractare cadavera bustis,

Deque sepulchretis ossa tenere sinu.


sapis, in lucem tentes prodire caveto:
Haec solet obscuris

Sic ibat repetens,

umbra vagare

pomis deceplus

Tantiileam sicco Tantalus ore

locis.

et undis,

domum,

Et sic Herculeos Athamantheosque petebat


Tisiphone, misso crinibus angue suis.

107

tu che

sei tu,

mi tormenti? Tu

pretendi ch'io

per contratto, per diritto coniugale


sua voglia,

Tu non

marito?

il

e credi

ti

legato

sia

contro

di aver,

sai nulla, tu sei stolta se

pen-

prima che tu abbia lasciato


s'accorder
con
la pace, l'acqua col fuoguerra
la vita. La
co e col fuoco l'acqua vivr in buon accordo prima che io
ch'io voglia ritornare a

si

ritorni,

che

la

te,

mi abbia

tua casa

a rivedere finch tu sei in

finch sei superstite. Vorrei piuttosto andar sotterra an-

vita,

il mio petto col tuo, e prima morire in


tempo anzich i miei occhi abbiano ad incontrarsi

zich congiungere
qualsiasi

mio nemico; chi dice che tu vivi malamente vuol ch'io l'ami. Chi mi annuncer la tua morte avr tutto l'oro che racchiude il mio scrigno. Quel giorno sar per me di festa come il giorno natacoi tuoi. Chi parla bene di te vuol esser

lizio,

quel giorno sar fra quelli che

tivo

soggetto,

Perch indugi a strozzarti con


pi di

miei

anche
Il

ta,

te,

Medea

pure, tu

Tu pure mi

tra.

figli,

la

miei cari

luna:

con

la

la tua

valeva

mala superi l'ima e


figli.

l'al-

dove sono

Di,

l'altra

impallidirebbero

una madre che piange

davanti a un padre che piange

le

pessima creatura?

mano? Ponzia

tua

figli? Il sole rifiuterebbe di vederti e

l'uno e

conviene togliere

segnano in bianco. Cat-

vivi,

o donna, tre

desti,

tuo posto davanti a

dere in seno

si

perch vivi? Perch

la

a vederti.

la figlia

morte del

figlio.

mor-

te

cadaveri dai roghi abbandonati e nascon-

ossa sottratte ai sepolcri.

di esordire in quest'arte:

Se

un'ombra come

te

sei

saggia tenta

deve errare nei

luoghi oscuri. Cos andava, ingannato dall'acqua e da frutti,

riguadagnando

asciutta.

la

Casa

Tantala

Cos Tisifone riguadagnava

Tantalo, con
le

dimore

la

bocca

di Ercole e

108

me non una

Exerces in

Non

noxia culpa,

interposita pessima

cum

Hac tua

loquilur de

quoque mora

me male

Apta foret natibus lingua sedere

Non

satis est

Cum
Et

pr

te

dulci patria

me

fugisse,

caruisse

mea

domoque

modo me teneros pueros tu dicis amare,


Me modo nolle pati teque tuumque genus.

Mentiris. Vel

si

forsan sunt vera, tegenda

publica voce

Illa forent, et tu

Et

profugum

tincta veneno,
tuis.

non

Mente putas ad

valere,

testibus esse meis.

Si valeo, si sunt testes, si

Scis bene;

facis,

modo me male pene

modo
Et modo privatum
succ^sum,

mentula

tota,

illud dissimulare potes.

te

sana

me

velie redire?

Ad te me sana mente redire putas?


Non res, non facies, non mos, non ulla venustas
Est in te, quae me cogat adire domum.
Interea

te

si

stimulat vesana voluptas,

non olidum quod petit ulcus habet,


Ardentem poteris torrem demergere cunno,
Et

si

Qui

vermiculos tergat agatque foras.

tibi

Ili

AD PAULINUM

Convenit

et laus est depellere

Semper
Qui vult

crimlna semper,

virtutes et benefacta sequi.

se

socium cuiquam pra?bere malorura,

Vult etiam socii

nomen habere

sui.

109

d'Atamante messosi un serpente ne'


le
le.

me non una

verso di

Quando

la tua

atta a leccare

ch'io
te

amo
il

non

Tu

Non

colpevo-

sei

ma-

cessi di far

lingua velenosa parla male di

tuo sedere.

il

siglio, ch'io sia

capelli.

volta sola, tu

me

sarebbe

basta che per te io sia in e-

privo della casa e della dolce patria: tu dici

miei teneri

figli e

che non posso sopportare n

tuo sesso. Menti. Se fosse questa cosa vera bisogne-

rebbe non dirla

e tu la

putato, ora che sto

rendi pubblica e ora tu

mi

dici

am-

male in arnese e ora che ne son privo

Se ho tutte

le mie parti tu lo puoi provare. Puoi tu cremente sana, ch'io abbia a ritornare a te? Credi che
mente sana, ritomi a te? Tu non hai cosa, n figura,

dere, a
io,

n carattere, n belt che

mi

esorti a ritornare a casa. Frat-

tanto se qualche frenetico prurito


teggia adopera

un

ti

slimola e nessuno

ti

cor-

tizzone ardente

UI

A PAOLINO

Conviene sempre ed
praticar

sempre

la

virtili

lodevole respingere le accuse e

e le

buone

azioni.

Chi vuol essere

compagno di qualche disonesto vuol anche avere


del

il

nome

compagno. Anche questo zoppica poich quello con cui

110

quoniam cum quo commercia

Claudicat hic,

Unus

erat longus, pes brevis alter erat.

Saepe aliquem vidi, balbo

Non
StTspe

junxit,

quod junctus

adhaesit,

habere sonos.

satis integrae vocis

pecus totum vidi quod ovile peremit,

una

Mille licet pecudes, haec licet


Saepe etiam

laetis

languida facta

v^icinae vitio

Causa mei moris solus

ma ter

Cui pater et

Rex paediconum

foret.

arbor pulcherrima pomis


perit.

fuit ipse

magister,

ine male cauta dedit.

non unus ab hujus

fuit hic:

Effugit manibus, talis in arte fuit.

Multa quidem

didici, quae

non

didicisse juvaret:

Plurima per culum, multa per ora

Tu quoque quid non hunc

Cum

quo conjungis non

mecum

Et

bibi.

vitas, Pauline,

quid ipsum,

latus ipse vides?

dubito, simili ne sorde traharis,

Namque solet semper par adamare parem.


Non bona narrari de te jam fabula coepit;
Per sua

Jamque

te

populus plurimus ora

terit.

longam succidere caudam,


Prima novo non haec nomine fama cadet.
cani pateris

Et nisi tu sapies, nisi

Non aqua

te

revocabis ab

te poterit tota

isto,

lavare maris.

Hic a gallina subduceret ova fovente,

Hic soleas

vigili

Si paedico tenet

Qua puer
Sicque

arctis,

hic artem subtraheretur habet.

manum

Hermogenes,

Nuper

surriperetque pedi.

puerum complexibus

cohibet, sic linguam: victus ut esses.


furto, Batteque, fraude tua.

in orchestra spectator forte

sedebam:

Surripuit natibus molle sedile meis.

Non puenum tetigit, puero non verba locutus,


Non vidit: brachas attamen ille tulit.
Hujus avus

Non

aliter

fracta,

vitam

pater hujus fauce pependit;


fniet iste

suam.

Jll

unito ha un piede lungo e uno corto. Spesso vidi che chi


accompagna a un Lalbuziente non pronuncia intere le parole. Spesso vidi un montone infettar tutto il gregge, quans'

si

tunque

egli fosse solo e

il

gregge risultasse di mille. Spesso

pure vidi un albero bellissimo pe' suoi ridenti

guido

e perire

fu solo

per

mio maestro

il

m'affidarono.

cauti,

frutti farsi lan-

mali del vicino. Causa de' miei costumi

mio padre

a cui

Fu

questi

re de'

il

mia madre, mal-

sodomiti: non imo

de' suoi scolari gli sfugg dalle mani, tanta fu la sua arte.

Molte cose imparai che sarebbe stato meglio non imparare

Tu
Perch non osservi

eviti?

pure, o Paolino, perch non lo

corpo di quello con cui

il

ti

pii? Io credo che tu sia infetto dello stesso vizio poich

pre

simile suol

il

amare

il

di te, e

la

lunga coda del tuo cane,

fama

ti

popolo concorde

non

rimarr. Se tu

ti

ma

diffama.

Tu

Chi sottraesse

le

anche cambi nome

se

il

ciullo nelle sue chiuse braccia,

il

berarsene. Cos egli trattiene la

mano

Ermogene

fu vinto

mare

non

tale
t'al-

baster a

uova a una gallina che cova, a un

vigile piede leverebbe le scarpe. Se

vinto.

potrai tagliare

ridiventi saggio, se tu

lontani da costui, neppur tutta l'acqua del


lavarti.

sem-

suo simile. Corre voce non buo-

na

il

acco-

dil

sodomit^a tiene

fanciullo sa

il

un

fan-

mezzo per

li-

e la lingua perch tu sia

tuo furto

e dal

tuo inganno, o

Batto. Poc'anzi si sedeva, per combinazione, spettatori in or-

chestra: a

tocc

il

un

tratto egli

fanciullo,

nemmeno:

non

tuttavia egli

suo padre pure, con

mi

tolse

gli disse
si

il

molle sedile di sotto. Non

una

slacci

parola, egli

calzoni.

la gola strozzata.

Non

Il

non

Io vide

suo avo cadde,

finir

diversamen-

112

Te quoque

(ne dubita) similis

Respice

Non

assis

si

collo funis et

mea

jam poena manebit;

uncus

inest.

dieta facis; libi dicitur il!ud;

Nemo datam pecudem

subtrahet ore lupi.

IV
AD

Si fueras,

PTOLEM^UM

Ptolemaee, meus, tuus pse, quid obstat

Nunc quoque quod non es tu meus, ipse tuus?


Jamque bonus fueras; nunc es tamen optimus: unde
Optimus es non nunc, ut meus ante bonus?
Ante minor, nunc est major tibi gratia cur non
Est mea nunc major gratia, ut ante minor?
Difficilis fueras aliis, mihi mitis; es unde
Mitis nunc aliis, difficilisque mibi?
:

Mirabar quare tantum pietatis haberes;

Nunc miror quare

nil pietatis habes.

Hei mihi! quot miseris spes invidiosa


Spes tamen haec

Verane

fata

illis

Deum?

non

nisi

vere sunt

vana

omnia

fuistil
fuit.

vera,

aetemum nil statuere Dei.


minima nec perstat in bora
Mundus, et in stabili non manet axe polus.
Nunc lustrai terras, nunc sol descendit ad umbras;
Giare dies noctem, nox sequiturfjue diem.
Sub

coelo

Vestitus assiduo,

Sors etiam refugit; cito ne deprendis, abivit;


Sistere

non

didicit

nec revocare pedes.

Me miserum, quod non quondam mea tempora


Nunc dare

tu

non

vis sponte

quod ante dabas.

novil

113

te la

sua

Guarda

Simile

sta certo,

se v' la corda e l'uncino per

il

vita.

fine,

nessun conto delle mie parole

suno sottrarr

la

si

risenafa a
tuo collo.

te

stesso.

Tu non

dice appunto per

te

fai

Nes-

pecora dalla gola del lupo.

IV
A TOLOMEO

mio amico e io tuo che s'oppone ora


mio e io tuo? Tu eri allora buono, e ora tu
sei ottimo: donde viene che tu non sia ottimo per me, tu
che per me eri buono? La tua cortesia da prima era minore,
ora maggiore in te perch la tua cortesia non maggiore
verso di me come prima era minore? Allora eri riservato cogli altri, affabile con me; donde viene che ora sei cortese cogli altri e con me scontroso? Allora mi meravigliavo di tanta gentilezza, ora mi meraviglio che tu non abbia alcuna piet.
Ohim! quale astiosa speranza fosti ai miseri! Tuttavia
questa non fu che una vana speranza. Non sono forse veri
Dacch tu

perch tu non

fosti

sia

destini dati dagli dei? Sono tutti veri: sotto il cielo nulla
hanno stabilito gli dei di eterno. Assiduamente si muove e
non resta in riposo un'ora il mondo e il polo non rimai

ne stabile sul suo asse. Ora


scende nell'ombra;

il

il

sole illumina la terra, ora di-

giorno chiaro segue

alla notte e la not-

Anche il destino se ne fugge; se presto non le


va;
acciuffi se ne
non impar a fermarsi n a ritornare indietro. Oh me misero, che non conobbi altra volta il mio tempo! Tu non vuoi ora pi darmi ci che spontaneamente mi
te al

davi.

giorno.

Spesso io vidi l'asino rifiutare l'asinella che

gli

si

of-

114

Ssepe ego praelatam

cum

nollet asellus asellam,

Vidi quod frustra post petit,


Est resecanda seges,

illa

cum campus

negat.

canet aristis:

postmodo falce metes.


poma
gerit gravidis pendentia ramis,
nunc
Quse
Postmodo imda suis fructibus arbor erit.
Nil in nudato

quotiens

illic,

ubi fons uberrimus undis

Erupit, pulvis,

non aqua

Saepe, ubi constiterat tellus,

Sape etiam

Quantum

aetas

tellus hic

lecta fuitl

mare nascitur ingens:

ubi ponlus erat.

annique valenti mutatus ab

illa

es:

Nil primi moris mos habet iste tuus.


Tempora fecerunt crudelem, et t/cmpora mitem;
Crudelis nunc es, qui modo mitis eras.
Ast ego semper amo, nulloque extinguilur ignis
Tempore; decrescit non mea fiamma mora.
Uror, et igne cremor majori; fiamma medullas

Major

major corde

agit,

Crevit amor,

quantum

Decrescet, stabit

sagitfa sedei.

crovit tua l'oima,

dum mea

non unquam

vita mihi.

Et prius emoriar, tenuesque resolvar in auras,

Quam
Fortis

te

de nostro pectore cura cadat.

amor meus

est,

nec tempore

Non me mutaret fulmen


Et

tu,

deficit ullo;

et ira Jovis.

crudelis, nulla pietate moveris

Iiprobus in tanto quid facis igne mori?

Quid tua deceptus

sinis alter ut ubera sugat?

Inque tuam messem quid

Jam

tibi

sinis alter eat?

servantur quascumque, ingrate, paravi,

Et nisi tu nostras nullus Imbebit opes.


Illa

ctiam major multo

Tunc babuit

digitos,

est

mea mentula: septem

nunr habet

illa

decem.

116

friva, di poi

quando

tere

po

spoglio

ta frutti

invano chiederla ed essa


il

invano adopperai

rifiutarsi.

falce.

la

deve mie-

Si

quando

di spighe:

cam-

il

L'albero che ora por-

pendenti dai suoi carichi rami sar poi spoglio de'

quante volte dove sgorg una fonte copiosissi-

suoi frutti.

ma

campo biondeggia

d'acqua

stende non acqua

ma

Spesso dove

si

apriva una terra s' formato un ampio mare; spesso anche

si

stende una terra ove prima eravi mare. Quanto contano

il

tempo

e gli

si

annil

Come

tuoi antichi costumi.

ti

sei

tempi

polvere

cambiato! Nulla pi hai de'


ti

fecero crudele,

tempi

ti

Ma

io

resero mite: tu che poc'anzi eri mite ora sei crudele.

sempre ti amo, il tempo non estingue questo mio foco; la


mia Camma non decresce col tempo. Ardo e abbrucio di un
amore. pili forte: una fiamma maggiore mi serpe per l'ossa,
dardo maggiore fsso nel mio cuore. Cresce l'amore quanto cresce la tua bellezza; non mai diminuir, durer quanto la mia vita. E morir, scomparir nell'aria leggera pri-

ma

che

l'affetto

che

nutro venga meno.

ti

Forte

mine

e l'ira di Giove.

malvagio, perch mi

lasci

tu,

crudele,

non

ti

muovi

ho apprestato, comunque

fuorch

te lo avr.

Ora

rava sette dita, ora dieci.

il

ful-

a piet;

morire in cos grande fuoco? Per-

ch permetti che un altro entri nel tuo campo? Per


grato,

mio

il

amore, n verr meno col tempo: non mi muterebbe

sia,

il

mio

te,

o in-

tesoro e nessuno

molto pi ingrandito

prima misu-

116

DE PUELLA
Quisquis amat longum non
Atterere, et tardis

sit sibi taedia

currat ut annus

tempus

equis.

Vidi ego montanis nnollescere collibus uvam;

Quse vento

et glacie

dura rudisque

fuit.

Oraque marmorei quotiens consumpta notavi


Fontis,

dum

gelidas fune trahuntur aquael

Saepe Jovi pes est iterum formatus aeno,

Admota

trivit

Quid docuit

quem

pia turba

manu.

rigidis aures praebere magistris

Hyrcanas tigres Parrhasiasque feras?


Quid docuit Libycos domino dare colla leones?
Quid facit ut redeat, cum citat alter avem?

Omnia maturo tempus producit in aevo,


Et quod non posse credere, tempus agit.
Quod nunquam rcbar, fieri quod posse negabam,
Quod spes nulla dabat, longa dat ecce diee.
Ecce sedet gremio, mediis jacet ecce

lacertis,

Et cubat intepido nostra puella sinu.

Haec

est quae totiens

mortem

juravit amanti,

meum.
Non haec, cum vidit laqueis subnectere colla,
Cumque ensem vidit stringere, tristis erat.
Quae voluit totiens in caput

ire

Ridebat lachrymas, gemitus ridebat amaros.


Et

mea spernebat carmina, dona,

cane vexato
Haec

preces.

fuit haec truculenlior apro,

et calefacto saevior

angue

fuit.

Nunc me suspirat, de me nunc cogitat, illi


Nunc sine me nox est, nunc et amara dies.
S|X)nte dat, et

majus quod multo

est,

cogor ad artem;

117

ALLA SUA FANCIULLA

Chi ama non

preoccupa di sciupare

si

come

l'anno scorra

ammollirsi l'uva, che per

Quante volte

una fune

si

mano consuma. Chi

Bo Cere a
ci leoni

dar ascolto

che

la

insegn

ai rigidi

ad assoggettarsi

quando un

vento ed

al

il

il

colline

tempo e che
moniane vidi

gelo era dura

Aerde.

una marmorea fonte quando con

ghiacci. Spesso

ta di bronzo, quel piede


la

il

vidi in secco

tirano

Su

cavalli stanchi.

il

piede a Giove ridiven-

pia turba a forza d'accostar

Ircane tigri e alle Parra-

alle

maestri? Chi insegn

padrone? Chi

chiama?

fa

ai Libi-

che l'uccello

ri-

tempo conduce ogni cosa a maturanza, il tempo compie ci che ora non puoi credere. Ci che non mai pensava, ci che diceva non poter essere, che non dava nessuna speranza, ecco che il trascorrer
del tempo mi d. Ecco siede sulle mie ginocchia, ecco giace
torni

altro lo

Il

fra le

mia membra

seno.

E' essa che tante volte giur morte all'amante, essa

che tante volte

de stringere

si

la

mia

fanciulla, e riposa sul caldo

slanci contro di me. Essa

lacci al collo e

impugnare

la

quando mi

spada non

si

mio
vi-

preoc-

cup. Rideva delle mie lacrime, rideva dei miei amari gemiti,

sprezzava

miei

versi,

miei doni,

le

mie

preci. Essa era

d'un cignale morso da un cane, pi crudele d'un


serpente riscaldato in seno. Ora mi sospira, ora pensa a me,

piii truce

Ora non passa una notte senza


senza di

me

le

di

amaro, yolentieri

si

me, ora anche

il

giorno

dona e per di pi mi

ec-

118

Sponte intermissum saepe reposcit opus,

Ergo ego sum felix, Jove sum felicior ipso,


Audiat hoc quamvis, invideatque licet.

Hoc etiam

est aliquid potior post mille labores;

Saepe fatigato plus placet ore cibus.

Qui mala sunt passi, quae sint bona noscere possunt;

Ardua qui fuerant per loca, plana volunt.


/um sapiet vinum, cum prsegustatur acetum,
Felleque libato dulcia mella juvant.

eram quondam, curaque premebar avara:


Nunc ego sum laetus, curaque nulla premit.

Tristis

Longa dies dedit hoc, dedit hoc patientia nobis;


Cunctando felix exitus ipse fuit.
duro nemo desperet amori
quod amat, quis vult, discat amare diu.

Difficili et

Si

VI
AD PRIAPUM
Miles in arma furens rigidum vocat horrida Martem;
Si quis

amat,

facilis sit

rogat usque Venus.

Pallada, qui lanas, Cererera, qui ducit aratra,

Tutorem pecudum Panaque pastor habet.


Mercurius

furi, pariturae

maxima Juno,

Et venatori casta Diana favet:

Te natumque tuum pudet ad mala nostra vocare;


Carminibus

Hortorum

vires te dare, Phcebe, sat est:

custos, tu solus,

summe, tuorum,

Arte salutifera, Sancte Priape,


Sic tibi

non

dcsit

E manibus

fanel

maturi copia pomi,

nulius fur fugiatque

tuis.

Sic tu considas tectis sublimis eburnis,

Ne

sol exurat,

ne granet unda caput

119

cita; spesso

domanda che

si

riprenda

la cavalcata a bella po-

Io ne sono felice. Pi felice dello -stesso Gio-

sta interrotta.
ve, e lo sappia

chiunque

mi

invidi chi vuole.

questo

di

cibo piace di pi a

io gioisco

dopo mille fatiche: spesso

una bocca

stanca. Quelli che soffrirono tanti mali, quelli so-

lo

possono conoscere

desidera

il

piano.

dopo

l'aceto;

il

cammina

bene. Chi

fa

fiele

pi piacere

il

s' gustato

dolce miele. Altre vol-

oppresso da un grave pensiero: ora sono

nessun pensiero mi turba. La lunghezza del tempo mi

concesse ci che desideravo, questo


za: pazientando ebbi questo buon

l'amore inflessibile
ri a

per luoghi ardui

vino ha pi sapore quando

Il

te io era triste, ero


lieto,

il

il

me

lo

diede

pazien-

la

Nessuno

disperi del-

duro: se vuol avere ci che

ama impa-

esito.

perdurare in amore.

VI
A PRIAPO

Il

chi

te;
si

soldato nel suo furor guerresco invoca l'orribil Mar-

ama prega Venere che

gli sia propizia.

Chi tinge lana

rivolge a Pallade e chi coltiva la terra a Cerere,

ha per tutore
dri,

la

del suo gregge Pane.

grande Giunone

le

il

pastore

Mercurio protegge

partorienti, la casta

ciatori: a te e a tuo figlio

vergogna chiedere

basta, o Febo, che tu ispiri

il

canto. Tu, o

Diana
il

mio

sommo

la-

cac-

aiuto,

custode

de' tuoi orti, tu solo con l'arte salutifera, o Santo Priapo, soc-

corrimi! Mai

non

ti

nessun ladro sfugga

manchino abbondanti

alle tue

sto su sublime tetto d'avorio,


ti

bagni

il

capo.

frutti

maturi e

mani. Segga tu in un trono po-

il

sole

ti

bruci, n l'acqua

Se Nettuno rifiuter d'aiutare

naviganti.

120

Neptunus opem nautae praebere negabit,


Fluctibus in modicis obruet unda ratem.

Si

Quod

Vulcanus nulli succureret

si

igni,

Flagrarci subita quaelibet igne domus.

meum

Tuque

si

Decidet. Heul

non properas sanare priapum,


non hoc nobile robur erit.

Ante mais oculis orbatus priver, et ante


Abscissus foedo nasus ab ore cadati

Non me
In

respiciet,

me

Tunc

nec

etiam mittet

me

volet ulla puella;

tristia

delecta ager, gravidis

Vinea,

cum

Sed semper

sputa puer.

cum

canet aristis;

pingues congerit uva lacus.

Isetis

didicit

Fortuna nocere:

Indoluit nostris invidiosa bonis.


Laetior,

me non erat alter in orbe;


non me tristior alter erit.

heul toto

Si cadet hic,

Me miserum!

Sordes quas marcidus ore remittitl

Ulcera quae foedo marcidus ore geriti

me miserum

poma, per hortos,


Per caput hoc sacrum, per rigidamque trabem,

Aspice

Summe

precor, o, per

Pater, miserere mei, miserare dolentis,

Meque tuis meritis


Hunc ego commendo
Fac
Ecce

valeat, fac sit

tibi offici

fac precor,

usque tuum.

tota tibi mente, Priape;

sanus ut ante

quo sim memor:

Cerea ponatur tantaque quanta

fuit.

ista

mea

columna
est.

Vox prece finita, signum dedit ille priapo,


Quod me sanandi maxima causa fuit,
Quodque magis mirum est, nil sentit mentula
Convalui, et melius
Illa salit:

Occurret,,

quam

prius

illa salit.

quicunque puer, quaecunque puella


est hanc recacare trabem.

certum

morbi'^

121

l'onda ancne con leggeri

cano non

sommerger

flutti

aiuta a spegnere

fuoco tutte

il

bero per improvviso fuoco. Se tu non

col taglio del nasol

vorr alcuna fanciulla; contro di


ti

la

ragazzi.

La campagna

grosse spighe; la vigna

fortuna

si

duole della mia

cuno in

me

tutto

mondo;

il

no sarebbe pi

felicit.

me

di

volto esser-

quando biondeggia

l'uva rende laghi di vino.

Oh me

mi
di

Ma

ai lieti; invidiosa

me, ohi non v'era

mi

questo

triste.

il

lanceranno schivi spu-

Piii lieto di

se

mio

il

riguarder, n

compiace sempre di nuocere

la

si

Non mi

rigioisce

quando

sanare

sua distinta for-

Possa prima esser privato de' miei occhi e

za.

mi deturpato

nave. Se Vul-

t'affretti a

non avr pi

priapo, io son perduto. Ohi

la

case abbrucereb-

le

venisse

al-

meno, nessu-

misero! Qual

marciume

esce dalla sua bocca!

Abbi
ti,

piet del

mio malore,

te

ne prego, per questi

frut-

per questi giardini, per questo sacro capo, per questa

gida trave, o

Sommo

dolente, e fa di

padre, abbi di

me

piet,

me, per tuoi meriti, un tuo

piet di

fedele.

ri-

me

Io te lo

mie forze, fa che stia bene, fa che sia sano come prima. Ecco come ti ringrazier del
tuo t^nefdo: ti dedicher una colonna di cera grossa come
raccomando, o Priapo, con

tutte le

il dio mi diede un segno che fu


mia guarigione, e ci che fa pi meravi-

la

mia. Finita questa preghiera

la

prima causa

glia, io

non

della

sentii

pi dolore

....

...

122

VII
DE LUSCA

Luscam amo; nec minus hanc vellem, s caeca fuisset:


Non opus est oculis, plus satis unus erit.
Lumina si quis habet, teneat precor et tegat illa,
Nam me, cum videor, non juvat ulla Venus.

Hoc

et honestatis iubet

Stultus

erit, si

Nemo unquam
Quod

Non

Lumine,

Tum

causa pudoris:

non ut

mea

tegit.

facta videre:

facta, referre potest,

tecto caelari gaudia pene;

laetor, si

opus

Illud

et

potuit patiens

facta haec,

Amor

Jussit

hos

quis non sua furta

cum
fit

non
fit

ille

si

sepultus

erit.

tantum spector ab imo

multo gratius

illud opus.

mihi, ni tanquam calce insultaret asellus,

Ore potest nemo,

Quod

si

nemo

nocere manu.

luminibus caperer, non ipse macellis

Abstraherer, pictis eximererque locis.

Per vineta gradus,


Vere novo, rebus

et

moverem

per canneta

cum

nova

gemma

redit.

Qui laxat bellum, qui pacem claudit amarem,

Aut Argum, aut Argo quas dea pinxit

aves.

Non pascor vana, nec re minus utile, nam me


Quod facio, non quod specto juvare potest,
'Aspicio multos,

quos visus pascit inanis.

Et juvat insana se saturare face.

Crede mihi, nihil hi sapiunt, nec dulcia noscunt,

Qui possunt vento vivere, more

Hos ego non timeo

Unum
Hos

rivales mille:

lupi.

timerem

illmn, insidias qui locat arte magis.

cave, qui vadunt soli, qui

Defigunt,

lumina terrae
mutos quosque putare potes.

123

VII

6U UNA LOSCA

amo una

Io

non

c'

non l'amerei meno se


due occhi, basta anche uno

losca, e

bisogno di

que ha due occhi

li

tenga chiusi, lo prego, e

fosse cieca:
solo.

Chiun-

copra, perch

li

volutt mi diletta. Ci impone l'onest,


impone il pudore. E' stolto chi non cela il suo piacere.
Nessuno mai anche pazientando potr scoprire i l'atti miei:
potr riferire che furon fatti, non come furon fatti. Amor
comanda che si celino i suoi piaceri; non mi compiaccio se
non sono segreti. Quando compio i fatti miei e son visto da
un occhio solo, fatti miei mi seno pi graditi. Allora, a meno che un asino mi tiri un calcio, nessuno mi pu nuocere
con la bocca, nessuno con la mano. Se amassi d'esser visto
non fuggirei dalle piazze, non mi sottrarrei ai luoghi dipinse

mi vede nessuna

ci

ti.

Per vigneti

per canneti io moverei

quando nuove gemme mette

vera,

provoca guerre, chi arresta

la

miei passi a primanatura.

la

Amerei chi

pace, o Argo, o gli uccelli che

per Argo una dea dipinse. Io non mi nutro di cose vane e


inutili

mi pu
e si

poich non ci che faccio, non ci che guardo che


dilettare. Io

compiacciono

storo son

stolti,

modo

si

nutron di fantasmi,

vane apparenze. Cre<limi, coi

essi

che possono

non temo

questi mille

piaceri,

dei lupi. Io

temerei quel solo che meglio sa tender insidie. Guar-

dati da quelli che

da quei

di saziarsi di

non conoscono

vivere di vento a
rivali

ne vedo molti che

tali

vanno

soli,

che tengono

gli

occhi a terra,

che tu potresti creder muti. Chi mai mi vide con

124

Quis

me cum

socio videt

unquam? semper

in urbe

Solus 60, solus per fora perque vias:


Et tamen hoc egi: quis credei? mille puellas
Pressi,

Raro

quas castas forsitan esse putas.

solet

magnis rebus

se accingere, qui se

habere

Jactat, et in cunctis dicit

Ardua qui loquitur,


Qui

latrai,

minimo

modum.

solet ille timere;

praedam non capit ore canis.

Pinguibus, ora tenet, qui tendit retia turdis;

Neve pedes crepitent callidus arte locat.


Crede mihi, pauci norunt bene vivere: nulluL

Me
Non

futuit, vel potiora facit.

melius

Noeta mihi tenta


Si

me

canis, aut ullus melius

mihi lusca

est

calcat asellus,

mentula, tenta

die.

bene lusca fututa redibit;

venit,

Inveniamque oculum,

si

mihi

caeca venit.

Vili

DE PALM ERA

ego
Si

quam bellum tempus sum

nactus amicae,

Fortuna meo non nocet ulla bono!

Non miror fulvam Crocsi non divitis arcam,


Alcinoique omnes dcspxiuntur opcs.
Non ullum Occasus, non ulhim vidit el Ortus,
Qui mihi

Igetitia se

pulet esse parem.

Det mare Nepiunus, Styga Pluto, Juppiter astra:

Mutarcm Superis non bona


Ilice

ego

si

Qui bene
Divitias

Non

stat,

animus
ullas

lecta tribus.

faccrem, possem bene slullus liaberi;


cavcat se removere loco.
lajtus complectitiir

animus

fristis

omnes:

habebit opcs.

125

un compagno?
ze,

Io vado sempre solo in citt, solo per le piaz-

solo per le vie: e tuttavia ecco quel che

crederebbe?

mi sono godute

io

ho

fatto: chi lo

mille fanciulle, che forse tu

credi caste. Di rado suol compiere grandi imprese chi


ta e

pretende di giungere sempre

ha paura anche
de.

Chi tende

mina con
ben

delle

arte per

vivere.

minime

le reti ai

Nessuno

al

segno. Chi

cose: cane che latra

losca

mi

van-

si

millanta

non mor-

pingui tordi non parla e astuto cam-

non

rumore. Credimi: pochi sanno

far

meglio

di

me

ne n asino meglio di me. Notte e giorno

mia

si

e pi di
io

me. N ca-

son pronto. Se

vien a trovare se n'andr ben contenta, e se

verr cieca io sapr trovare

il

la

mi

suo occhio.

Vili

PALMIRA

Ohi quanto son

felice

tuna non cospira contro

la

d 'esermi fatto un'amica se


mia felicit! Io non invidio

la forle ric-

chezze di Creso e disprezzo tutti gli averi d'Alcinoo. L'oriente e

l'occidente

no mi

offrisse

cambierei

la

il

non hanno uomo

piii felice di

mare, Plutone lo Stige e Giove

mia

felicit coi

me. Se Nettuil

cielo io

non

beni dei tre dei. So io ci

cessi potrei a ragione esser reputato stolto: chi sta bene, si

L'animo lieto possiede tutte le


non ne possiede alcuna. Sono lieto

guardi dal cambiar posto.


ricchezze: l'animo triste

126

Contentus

Nam
Si

sum

mihi

Quam

amplius opto,

nil

addi nilque duci potest,

nil

modo quod
Si sit

mea,

sorte

non

teneo

tempore

ullo

perpetuum perpetuoque

desit,

fruar.

bene constitui vitam mihi, quamque beate,


mea;

Quilibet, ut vivat discat ab arte

Ut volo nunc potior placida

Qua

et sine

labe puella.

nihil est melius, simpliciusque nihil.

me

Credere non posses, quanto

Quantum amet,

me, sed

Nil capit haec a


Accipit,

observet amore,

quanta serviat

et

illa fide.

quid porrigit

si

alter,

acceptum restituitque mihi.

Detque mihi quamvis uni, dat

ssepe cynedis

Hos mihi cum vidit supposuisse nates.


Cumque tamen fessa est summittit saepe
Aut opus exercet juncta sorore

Rem

cum

quoque,

sororem,

soror.

volui, laxat, rursusque cohercet,

Seque parat cunctis ingeniosa modis.

Hanc ego cum

Omne

futuo,

Concessa est

illi

fatis aeterna

Quae data, Phoebe,


Illa ego,

tum me

dum

Defecietque

tibi,

urbem

vivam,
illi,

Saepeque

Surgentem
latori

dum

vivet,

cum mea

jaceo,

vestit,

Juventus,

qus

Si surgo, surgit pariter; si

Et

futuisse per

genus, sensit femlna masve, puto.

me

libi.

Bacche,

mecumque
vita mihi.

dormio, dormit,
fovet illa sinu.

nudatque cubare volentem,

juncta est nocte dieque meo.

Et ponit mensas, coenamque ministrai,

Ad mea

fuit.

peribit,

(nil

et

omnes

sumit) porrigit ora cibos.

Si quis erit nobis hostis, defendit

ab hoste,

Nec sinit ut laedat, membraque tuta facit.


Illa modo, pr me Superisque virisque minatur|
Pro

me nunc

Haec et plura

Ut

Superos,

facit,

nunc rogat

illa viros.

sed nec narrare decebit,

cito perfciam,

quo juvet

illa

modo.

127

della

mia

non desidero

sorte e

A me

di pi.

nulla

si

pu ag-

giungere e nulla togliere; se ci che ora tengo non mi verr

mai meno

e sar eterno,

quanto beatamente

una dolce

in eterno godr. Ciascuno, per vi-

me come

ver bene, impari da

io

viva.

pura fanciulla, nulla v'

la mia vita e
accomoda mi godo

abbia regolato

Quando

di ir.cglio, nulla di

pi

Tu non potresti credere di quanto amor mi circondi, quanto essa mi ami e quanta fedelt mi serbi. Essa
non mi domanda nulla, se un altro le porge qualcosa l'acpuro

di essa.

cetta e quel che

destino

II

te,

ha ricevuto dona a

ha concesso l'eterna giovinezza che fu data

le

o Febo, e a

con me,

la

me

te,

o Bacco. Ella vivr fnch'io vivo e peri-

sua vita non Gnir che con

dal letto, anch'essa


io giaccio essa

mi

si

alza; se

riscalda.

quando voglio andare

la

mia. Se

dormo dorme

io

e spesso

Mi veste quando mi

mio

alzo,

mi

alzo

mentre

mi

sve-

lato

giorno e

notte. Apparecchia la tavola, prepara la cena e alla

mia boc-

ste

in letto ed al

ca (senza essa prenderne) porta

nemico

essa

vaguarda
gli

il

cibi.

Se ho qualche

mi difende, non permette ch'io sia offeso


mio corpo. Essa ora minaccia per me gli

me prega gli dei e


ma non converr dire,

uomini, essa per

anche

tutti

altse cose

gli

e sal-

dei e

uomini. Essa fa

per finir presto, in

128

Quis non invideat? quis non putet esse beatum?


Quis non ante homines ponat et ante Deos?
Si quis erit facilis sensus

Ne mea

divulget quae

sit

mentisque capacis,

amica rogo.

129

qual

modo

essa

crede (elice? Chi

mi giovi. Chi non m'invidia? Chi non mi


non mi prepone agli uomini e agli dei? Se

qualcuno, di spirito intuitivo e di mente


chi la

mia amica,

sottile,

pregato di non dirne

il

ha compreso

nome.

INDICE

Introduzione a l'Ermafrodito

L'Ermafrodito

Libro primo

Libro secondo

Introduzione a L'Ecatelegio

L'Ecatelegio

......

pag.

-.

^^

,.52

..,..,

.........

G7

,.

102

Costa L.

wB^

PA
3475

Beco ad e Ili, Antonio


L'ermafrodito

19^2

PLEASE

CARDS OR

DO NOT REMOVE

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