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LA SCATOLA DELLE FARFALLE IMPAZZITE

Il palcoscenico era drappeggiato con balze di velluto rosso, ai lati

facevano bella mostra due grosse macchie di colore create da un insieme di stelle

natalizie, rosa, rosse e verdi, che avrebbero dovuto donare all’ambiente

un’atmosfera raffinata e festosa, ma la composizione piuttosto sciatta ed alcune

foglie che si erano rotte durante il trasporto delle piante disturbavano

l’armonia dell’insieme e urtavano la sensibilità estetica dei presenti.

I bambini sfilarono sul palco uno ad uno, s’inchinarono al pubblico, chi

timidamente, chi impacciato, goffo e pieno di paura, chi esibendo il self control

tipico dell’attore che possiede una grande capacità di padroneggiare un

palcoscenico.

-Braviii!!! Bravissimiii!!!- urlò ed applaudì doverosamente il pubblico.

La platea era formata perlopiù da genitori e parenti dei bambini, che fino a

quel momento, complice l’oscurità della sala, avevano bisbigliato pettegolezzi

all’orecchio del vicino di posto.

Aprivano e chiudevano la fila due ragazzine in tutù e scarpette da ballo

rigorosamente immacolati, saltellavano piccoli passi sulle punte dei

piedi accompagnandosi con la gestualità aggraziata delle braccia che in ogni

movimento si allungavano esageratamente verso il soffitto o verso il pavimento

per mettere maggiormente in risalto l’eleganza del lungo collo, simile a

quello di un cigno altero galleggiante sul lago.

-Dormito bene?-

-Benissimo, grazie.......Ho fatto un sogno.....-

- Ah!... E cos’hai sognato?-

- Angela.-
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Difficilmente si parlava di Angela, nessuno era capace di parlare di lei.

Il solo pronunciare quel nome era un evento di grande potenza ,un mantra che

faceva piombare tutti nel silenzio, capace di ammutolire immediatamente chi la

conosceva, si formava un alone di energia straordinaria e misteriosa, come se

solo pronunciando il suo nome fosse già stato detto tutto quello che era

possibile dire o non esistesse parola capace di esprimere pensieri su di lei.

Non era frequente per nessuno sognarla e quando avveniva non erano mai sogni

banali e non erano mai sogni che al risveglio si potevano dimenticare

presto.

Sognare Angela era come respirare aria rarefatta di montagna coi polmoni

spalancati, ti sentivi alleggerito, con le spalle più dritte, gli occhi

più luminosi, la pelle si era fatta trasparente e il passo fiero e felpato

come quello di un maestoso felino.

La gente che incontravi per strada aveva nuove sembianze, non vedevi intorno a

te più nessun colore sbiadito, persino gli oggetti più banali le vedevi tutti

lucidi, belli e interessanti come riverniciati da una mano dorata.

E i problemi che la sera prima ti eri portato a letto cominciavi ad osservarli

con un rispettoso distacco, senza più coinvolgerti in opprimenti cappe di ansia

stavano finalmente lì accanto a te come un bagaglio in deposito, così superfluo

da poter anche essere abbandonato.

Quanto tempo era che non vedevo Angela? Che non la incontravo fisicamente,

voglio dire, che non ascoltavo la sua voce e tutte quelle cose straordinarie

che non avevo mai sentito uscire dalla bocca di nessun’ altra persona, che

non mi rispecchiavo nel lago nero del suo sguardo...

Un anno, forse un po’ meno.

E’ appagante sapere che esistono persone capaci di mettere radici nel cuore

degli altri e aiutarli a farvi crescere dei fiori profumati e dei frutti succosi
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anche senza l’obbligo della presenza fisica.

Quando incontri queste persone ti senti talmente arricchito che il tempo

perde consistenza, queste persone non ti mancano mai, nemmeno dopo un anno

dall’ultimo incontro, perchè giorno dopo giorno hai potuto attingere a una rigenerante riserva di
linfa vitale che ti fu donata e che resta ancora, sempre

lì, pronta da bere, dissetante come l’acqua di un torrente che non smette di

scorrere.

Mentre vai per i fatti tuoi spesso anche un po’ incazzato, inaspettatamente

affiora tra i tuoi pensieri una parola magica, l’incanto di un’ immagine sublime

ti cattura, ti riempie il cervello, è l’energia di Angela che ti raggiunge,

determinata e diretta come una freccia che il suo arco ha scagliato in tuo aiuto

con la mira esatta e potente di chi è divino, capace di trascendere il tempo,

sorvolare le distanze per raggiungerti, avvolgerti e cambiarti profondamente,

alla velocità della luce.

Ti senti intontito e sciocco, perchè nonostante questa grazia meravigliosa che

la vita ti ha offerto sei sempre capace di dimenticare tutti i doni che hai

ricevuto, le parole magiche ereditate che, solo che tu lo voglia, ti possono

far salire dignitosamente ogni scalino in cui stai inciampando.

Quando la tua piccola mente sfiora tale onnipotenza e ti appare davanti il volto

sorridente di Angela che ti rasserena come l’apparizione di una Madonna senti di

non avere più alcuna richiesta da fare all’esistenza.

Talvolta mi chiedo da dove sia giunta questa donna, se sia davvero una creatura

della Terra o se non sia piuttosto un angelo che il cielo ha mandato in missione

tra noi poveri umani, tanto per seminare qua e là qualche perla di luce.

Ad Angela non si può telefonare, lei non risponde mai al telefono e non le passa

per la testa di avere un cellulare o di farsi un indirizzo di posta

elettronica, “sono inganni che l’Uomo del Serpente usa per deviarci,
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fanno parte del mondo delle bugie”, così l’ho sentita dire più volte, raggiante

nella sua fierezza austera, se qualcuno le domandava come contattarla.

Puoi comunicare con lei attraverso i sogni , oppure devi imparare a raggiungerla

usando la potenza della mente. Un modo più terreno, alla portata di noi comuni

mortali, è scriverle, procurarsi carta, penna e francobollo, come l’uomo ha

sempre fatto prima di essere invaso della grande tecnologia.

Cara Angela,

non sono mai stata tra i tuoi discepoli migliori, se fossi stata raggiunta dal

tuo raggio di luce non avrei, ora, sentito la necessità di presentarmi usando

subito un termine di paragone, che non è altro, come tu dici sempre, che un

confronto senza significato. Durante tutti questi anni mi sarei presa cura di

eliminare dal mio lessico e dai miei pensieri l’uso del comparativo.

Se avessi compreso a fondo ogni tuo insegnamento avrei saputo fare qualcosa di

meglio che contattarti attraverso questa mera materia… carta..penna… servizio

postale… sarei stata capace di inviarti piuttosto simboli e immagini pieni

d’energia anziché parole, e con la forza del pensiero come tu ci hai insegnato,

così avresti ricevuto e decifrato le mie notizie in un tempo assolutamente reale.

Mi riempie di gioia dirti che, nonostante la mediocrità che ancora avvolge

il mio spirito, posso ricevere i tuoi messaggi mentali, che mi arrivano

raramente ma chiari e potenti, nutro però il dubbio, si tratta anzi di una

certezza, di non avere trovato ancora la via per trasmettere i miei pensieri

telepaticamente, così ora, per raccontarti questo mio sogno, devo scriverti.

Certamente saprai già tutto, il mio sogno ti avrà coinvolta mentre avveniva,

onnipotente come flash. Perdona questi miei primi, incerti passi da fanciulla

inesperta di metafisica.

L’altra notte, nel cuore di un sonno profondo, limpida e vibrante mi è apparsa

una scatola molto, molto grande. Intuivo che era limitata da spigoli nonostante

la mia attenzione si perdesse nella ricerca di attribuirle delle dimensioni


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definite, un perimetro che intuivo, ma che sfuggiva alla mia mente.

Essa conteneva all’interno scatole più piccole, ognuna delle quali ne conteneva

altre ancora più piccole, un concetto simile a quello della matrioska, tra una

scatola e l’altra aleggiavano ampi spazi vuoti, che permettevano a tutte le

scatole ampi movimenti.

Erano scatole bellissime, luminose e colorate, arcobaleni di pura arte.

Qualcuna era fissa, immobile, altre ruotavano su se stesse come trottole, altre

ancora oscillavano come se fossero state appese a un filo.

In mezzo alle scatole vibrava un suono armonioso e dolce, un carillon percepibile talvolta debole
e lontano, altre volte con note forti e scandite, non

riuscivo a capire se la musica fosse provocata dal movimento stesso delle

scatole o se un musicista invisibile dirigesse inesorabilmente un’oerchestra per

mantenere vivo il suono.

Era una visione aurea e amena che nell’insieme trasmetteva un’ armonia

identica a quella delle vecchie e lente giostre di legno dai pittoreschi cavalli

a dondolo, fascino e stupore per grandi e piccini.

Stupita, ammaliata dai colori, dalla luce, dai suoni celestiali, incuriosita

da quell’apparizione inaspettata e sbalorditiva, che, in cuor mio, non sentivo di

meritare, stavo allungando le mani per aprire una bella scatola tutta stellata,

quando ho sentito la tua voce determinata:

-Cosa fai? Non puoi. Fermati!-

Una visione in quel momento mi è apparsa: tu mi stavi venendo incontro con

passo sicuro. Non c’è stato tra noi alcun saluto, nessuna enfasi, solo una

profonda, intima sensazione di felicità reciproca, la certezza di un’amicizia

infinita priva di vuoti.

-Angela, perché queste scatole? Cosa sono, cosa contengono?-

-Sei di fronte a una rappresentazione di galassie e di pianeti, se lo desideri

puoi viaggiare attraverso gli universi, sii consapevole che si tratta di

un privilegio e come tale dovrai farne un buon utilizzo .-


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-Sono scatole, non globi- obiettai.

- Hai questa immagine per poter comprendere meglio. Ti sarebbe difficile capire

attraverso una geometria diversa da quello che vedi.-

-Vuoi dire che quello che vedo è il... tutto...l’eternità....?-

-Si. Ora lasciati andare all’immaginazione, se davvero vuoi conoscere.-

-Mi dici, Angela, quale è il Mondo, la nostra Terra, il nostro pianeta?-

-Guarda con attenzione e lo vedi da te. -

Restai in silenzio, a mente vuota, provando di seguire il suo consiglio.

Vidi lontano, all’estrema destra, in alto, una bella scatola piena di luce

rosso porpora che emanava un lamento dal profondo dell’anima, una nenia continua

simile ad un rantolo; soffiava intono un vento disordinato che in alcuni momenti si cullava la
scatola, poi all’improvviso la scuoteva con violenza.

Ciò che vedevo somigliava vagamente a quei cartoncini plastificati che muovendoli

ricevono la luce da direzioni diverse cambiando così, più volte, l’immagine.

Apparivano ora i colori e le forme di una foresta, poi bastava un soffio di vento

o spostarsi di qualche passo e il paesaggio si trasformava. I toni di verde

sfumavano nel grigio, nel marrone, la macchia delle foreste scompariva

per apparire qua un grattacielo, là una piramide o si allargava mostrando

lunghi ponti. Non potevo avere dubbi, era Gaia, la Terra.

Dovevo allontanarmi un poco, o spostarmi a lato, bilanciare il mio corpo per

mettere a fuoco al meglio la scatola e dirigermi al suo interno, laddove

desideravo. Dentro era popolata da un’infinità di farfalle svolazzanti.

Alcune davano l’impressione di sentirsi prigioniere, stavano tristemente

aggrappate alle pareti come se fossero alla ricerca di un’ improbabile

via d’uscita, mentre tutte le altre, la moltitudine, era occupata in mille

svariate faccende.

Si distinguevano farfalle guida, al comando di piccole o più grandi schiere

di altre farfalle, che, ovviamente, erano destinate ad obbedire.

Le farfalle avevano un ordine gerarchico e si erano date delle regole, era logico
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che certune si fossero assunte, per indole o per ricerca di prestigio, il compito

di farle rispettare, tuttavia nella scatola regnava un grande caos.

Tra le farfalle mancava la comprensione e l’amore , era evidente che

mancavano d’ amore anche quelle apparentemente più dolci e mansuete e

quelle che si erano date il compito di soccorrere e aiutare i bisogni del

gruppo.

Non mi servivano di spiegazioni per capire, al volo, le vicende delle farfalle,

ricevevo percezioni chiare di tutto quello che osservavo

all’interno del contenitore, senza che tarli di dubbio potessero

confondermi.

L’intera storia delle farfalle era davanti a me trasparente e comprensibile

in tutto l’insieme: il loro passato, il presente e il futuro.

Nascevano ricevendo in dono un paio d’ali per volare ma contemporaneamente si

sviluppava in ognuna il gene della paura di spiccare il volo.

Era stata affidata loro una scatola meravigliosa, forse la più bella tra tutte,

in cui poter vivere ogni sogno immaginabile e possedevano tutte le carte in

regola per andare ovunque volessero, dentro e fuori dalla scatola, e far

ritorno a piacimento, ma, per un assurdo gioco del destino, i loro occhi erano

bendati da un velo invisibile che le inibiva rendendole quasi cieche e

precludeva loro ogni tentativo d’ evasione.

Potevo vedere alcune altre forme di vita nelle scatole circostanti librare

sicure nel vuoto, mentre le povere farfalle svolazzavano in piccoli e

angusti spazi, internate nella loro gabbia, poichè sapevano di avere il

privilegio di vivere dentro una gabbia dorata riuscivano lo stesso a sentirsi

fiere e potenti e trascurare l’infelicità che l’ invisibile

benda oscura creava loro, vivendo la cecità come un dettaglio, con sciocca

inconsapevolezza.

Stava registrato nelle loro cellule, sebbene non ne fossero coscienti, che

erano creature adatte ad altro tipo di vita, nei loro geni era
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custodito il bene sublime della libertà.

L’immagine mi procurava tutta la pena di un branco di cani braccati, umiliati a

vivere come servi rassegnati a un triste destino e mi voltai per vedere se anche

tu, Angela, provavi le mie stesse sensazioni.

-Si dice- cominciasti a raccontarmi - che un tempo le farfalle fossero

delle regine, le regine della Galassia del Sole, non solo del mondo

riservato a loro.

Avevano ali per poter volare ovunque desiderassero andare, ed essendo esseri

buoni e generosi, erano amate e rispettate in tutto l’universo.

Accadde poi che alcuni individui, abitanti dello spazio, esseri curiosi di

sperimentare la propria intelligenza creativa, le convinsero a

restarsene per un po’ rinchiuse nella loro bella scatola.

Questi signori raccontarono alle farfalle di essere dotati di poteri che le

avrebbero fatte divenire più belle, più forti e più ricche e, perchè

l’esperimento si verificasse davvero efficace le rinchiusero e celarono al loro sguardo ogni


probabile via d’uscita.

Per un po‘ di tempo l‘esperienza fu gradita alle prigioniere, come puoi renderti

conto la scatola è un ambiente assai accogliente, pieno di colori, di luci, di

mille attrazioni e le farfalle potevano trascorrere i loro giorni gioiosamente a

ricorrersi nei prati, a giocare con l’acqua, a respirare il profumo dei fiori.

Le pareti della scatola, come tutte le mura, erano sì un limite, ma si

verificavano anche una buona sicurezza.

Lì dentro si amavano e dai loro amori nascevano sempre nuove farfalle.

Accadde a breve che all’interno della scatola gli spazi presero a stringersi

troppo e il cibo a scarseggiare irrimediabilmente; le farfalle più grosse si

fecero più prepotenti e cominciarono a schiacciare le più deboli, l’intera

comunità si scombussolò e cadde preda di un grande sconvolgimento.

Fu allora che molte belle ali persero i loro disegni variopinti, simboli e

chiavi di forza divina, i colori vivaci si stinsero e la struttura delle ali


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s’indebolì.

L’intuizione diveniva sempre più certezza che la loro vita correva seri rischi,

che non avrebbero potuto sopravvivere in quel luogo quando lo spazio non sarebbe

stato più sufficiente a contenerle e fu così che inventarono la morte, una

condizione che consentiva di disfarsi del corpo trasformandolo in un soffio di

polvere.

Fino a quel momento la morte non era mai esistita, l’infinito universale

permetteva a ogni forma vivente di trasformare se stessa in totale libertà,

senza sofferenze; la trasmutazione era un evento continuo e naturale, privo

di limiti di spazio- temporali, nell’universo tutto era libero e fluente come

aria pura.

Progettare il decadimento fisico e la morte del corpo fu un’opera magistrale e

per realizzarla le farfalle vennero aiutate dai loro stessi

carcerieri, liberarsi della carcassa permise finalmente allo spirito

di oltrepassare un’ altra volta le pareti della scatola ed espandersi nella

libertà dell’infinito.-

Mentre tu Angela parlavi, guardavo le povere farfalle provando per loro una

gran compassione.

Ovunque spostassi lo sguardo potevo osservare questi esseri luminosi e vibranti,

carichi di innata potenza, che si impegnavano a gestire con animata passione le

loro piccole storie quotidiane: qua e là erano protagoniste di buffe commedie,

altrove si struggevano nella tragedia e altre, interi grossi nuclei, erano

stravolti da eventi catastrofici.

Mi domandavo come potessero essere così stupide e così maledettamente cieche.

-Come immagini il loro cervello?- mi domandasti a bruciapelo, Angela.

Senza pensarci su mi venne spontaneo risponderti:

-Organizzato come la Grande Scatola, quella che contiene tutte le altre.

Immenso e onnipotente, è però una grandezza tagliata fuori, isolata completamente

dall’area attiva, dove invece vedo le funzioni vitali limitate e la conoscenza


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esclusa.

Il cervello attivo, come il mondo delle farfalle, sembra un piccolo ingranaggio

arrugginito, divenuto ottuso per consentire l’esplicarsi esperienze banali e

meschine .

Vedi anche tu che non c’è nessuna farfalla che comprenda né dove si trova né le

sue simili, collaborano ma non si capiscono veramente e guardando con attenzione

posso rendermi conto che tutte sono fondamentalmente sole e incomprese, dei

piccoli esseri autistici.-

-Una mente tarpata non consente di far volare liberamente nemmeno una leggera

farfalla, nessuno può essere davvero libero quando la sua mente incontra ovunque

ostacoli e barriere, perchè l’inconsueto non è vissuto da gioiosa opportunità ma

come uno spettro terribile o uno specchio che da una parte accende il desiderio

di essere oltrepassato mentre dall’altra lascia affiorare la totale incapacità di

riuscire nell’impresa.

E’ uno dei motivi fondamentali per cui le farfalle non amano nemmeno se stesse.

Non si piacciono, si sentono tremendamente brutte e tapine, il

maggior desiderio che hanno sarebbe di possedere una bacchetta magica o un

elisir che consenta di trasmutare... se stesse…… le cose che le

circondano…. non saprebbero tuttavia esattamente cosa cambiare……..-

-Sono laboriose, guardale poverine come sono tutte indaffarate....-

-Si. Sono iperattive e aggressive, come la maggior parte degli animali quando

sente intorno il pericolo e ha paura. Si danno un gran daffare per sopravvivere,

per tutelare se stesse senza concludere niente che sia determinante per

l‘evoluzione della razza, sono impazzite.-

Un forte soffio di vento spinse la scatola un poco più in alto e la fece ruotare

appena su se stessa modificandone totalmente l’equilibrio; la scatola vibrò

dapprima in modo leggero ,poi sempre più intensamente.

Sobbalzò, ricadde, sobbalzò ancora e infine, assestandosi poco a poco, trovò

una nuova, precaria, stabilità.


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Il cuore mi batteva forte e provavo una gran sofferenza per quelle povere

bestiole rinchiuse in una galera che non offriva nessuno spiraglio di luce.

La scossa inattesa creò là dentro, inevitabilmente, un gran subbuglio, si

aprirono enormi voragini che inghiottirono intere comunità, crollarono strutture,

molte acque invasero e devastarono le terre.

La maggioranza delle farfalle non ricordava più di possedere un paio d’ali e di

poter volare, molte restarono così schiacciate dalla potenza degli eventi.

Le poche che conservavano un ricordo seppur sepolto e sbiadito di appartenere a

una generazione alata aveva dimenticato l’arte di volare, aveva paura

e si limitava a voli bassi e corti svolazzando qua e la’ senza una meta,

una sorta di pavoni boriosi che si gonfiavano esibendo una bellezza e una

superiorità priva di senso.

Il lungo e triste vissuto, registrato ormai a fondo nella memoria cellulare delle

prigioniere della “civiltà della scatola” aveva reso grigie e aride le

bestiole, che per scavalcare la tristezza avevano provveduto a creare

un paesaggio dai colori artificiali cangianti, simili a quelli che non potevano

più vedere né gustare naturalmente; e luci e calore anch’essi artificiali, con

cui tentavano di vedere meglio e di scaldarsi la pelle, ma che, ahimè, non

avevano forza sufficiente per arrivare all’anima.

Il cataclisma portò all’interno della scatola spettacolari esplosioni cromatiche

e luminose, il calore in un primo momento fu violento, quasi insopportabile, poi

divenne sempre più accettabile; le farfalle sopravissute al disastro

si sentirono ancor più inadeguate.

Si stimarono meno di prima compensando la loro insoddisfazione con

grandi crudeltà.

Ora l’occhio della mia mente vedeva nello stesso momento i lunghi anni

appartenuti al passato di questa civiltà insieme ad altri anni che ancora

dovevano venire, vedeva che la scatola avrebbe dovuto subire ancora parecchie

scosse sull’ordine delle precedenti, atte a riportare gradualmente un equilibrio


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nuovo....

Nuovo, tuttavia non migliore.

Nell’occhio della mente vedevo le farfalle che soffrivano fino a distruggere

se stesse per il dolore di dover vivere rinchiuse tra sbarre e tumulti, ma

sempre, dopo ogni catastrofe, qualcuna ricominciava a sopravvivere, animata da

grande forza di volontà.

-La volontà di vivere non è sufficiente.- affermò Angela

-Osserva, si resta prigionieri nei limiti di confini che non concedono

scappatoie. Schiacciata dagli stessi eventi che crea, la mente si spinge verso

traguardi a lei incomprensibili, a cui prova di dare spiegazione usando sempre

la medesima presunzione, senza mai evolversi al vero, senza trovare pace.

Gli specchi che vedi riflettono i mostri che abitano il cuore di ogni farfalla,

logorano le bestiole impedendo loro di vivere una vita autentica.

Ogni farfalla è nata per volare lontano, per conoscere l’ignoto. Lo custodisce

nei propri geni.

Ha avuto in dote bei colori per amarsi e per amare chi possiede

i colori complementari ai suoi, rigorosamente al di fuori di ogni rivalità e di

ogni invidia.-

-Lo so Angela, riesco a capire. Posso sentire in me il dolore che impregna ogni

cellula del loro mondo. E’ un dolore dalle radici antiche, che loro continuano

a tramandarsi come una preziosa eredità ma che purtroppo, inesorabilmente, non fa

che aumentare in ogni esistenza un’ infelicità perenne. E’ un dolore impastato di

paure, di giudizi spietati e di pregiudizi, di confronti e di invidie, di

sentimenti che hanno snaturato e abbattuto le loro belle ali. Inoltre

l’incapacità di liberare l’energia in lunghi e appaganti voli, come la loro

natura vorrebbe, le rende fameliche di una conoscenza che così mutilate non

avranno mai, nonostante la loro incessante e spasmodica ricerca.-

-Il vento cosmico, quando sarà tempo, spingerà la scatola delle farfalle

impazzite là, in quel punto.- mi indicò Angela


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-Allora si apriranno degli squarci nelle pareti che consentiranno

ad alcune di uscire nello spazio e ritornare a sondare l’invisibile.

Quando verrà quel tempo nessuno racconterà più di invenzioni sensazionali nè di

clamorosi ritrovamenti di reperti spaziali o dell’ arcana chimica di impensate

sostanze cosmiche, sarà un tempo di comprensione totale che avrà trasceso la

parola, ogni essere vivente sarà in grado di capire che nessuna conoscenza

autentica è divulgabile verbalmente.-

-La razza delle farfalle si sta estinguendo, vero?- le domandai

-Voglio dire: le farfalle stanno mutando il loro stato energetico,

capiscono inconsciamente che non hanno più possibilità di vivere con l’energia

attuale, che nella mancanza d’amore non possono trovare alcuna gioia e non

possono maturare alcuna conoscenza finchè non slacceranno le

loro camice di forza, quindi, se la mia intuizione è corretta, cominciano a

sentire che è meglio tornare al nulla, al punto zero, è così?-

-Continueranno a mantenere vivo un corpo fisico solo quelle capaci di attivare

l’intelligenza del cuore, e quel corpo sarà un grande dono vivente, sarà colore,

luce, intelligenza e spazio. Queste riceveranno la connessione alla conoscenza

cosmica, avendo compreso che si tratta di un bene che va gestito senza

abusi e senza prevaricazioni. Capiranno, finalmente, che la conoscenza una

volta acquisita, non si può nè vendere nè barattare ma solo donare. Sempre e

solo per infinito amore.-

Provai una gran compassione per quella scatola così bella ma ormai così

logora e bistrattata, che continuava a dimenarsi con la fierezza di chi non

accetta la propria sconfitta e tiene attiva la speranza di trovare nuove

risorse per ricomporre il proprio stato, medicandosi dignitosamente profonde e sanguinanti


ferite , preparandosi ad affrontare i futuri uragani. E restai

abbagliata dalla bellezza smisurata di alcune farfalle che silenziosamente

aiutavano le altre e la loro civiltà a mantenere un precario equilibrio.

-La scatola non smetterà di esistere- disse ancora Angela -cambierà forma,
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cambierà dimensione, cambieranno le temperature, le acque e le terre, ma

ogni volta comparirà un’arca salvifica che ospiterà alcune farfalle, quelle

giuste, che possiedono i requisiti per sopravvivere e riprodursi.

Sarà così fino al tempo in cui un grande numero sarà capace di ascoltare la

musica della propria terra e sarà cosciente che per vivere non serve altro che

danzare leggeri al ritmo dell’amore cosmico.-

Il sogno stava finendo.

Ti osservai, Angela, mentre ti allontanavi, e in cuor mio avrei voluto

trattenerti per sempre.

-Non si possono far mangiare due chili di spaghetti ad un bambino,

morirebbe.- mi dicesti col tuo sorriso smagliante

-E’ tanto quello che ti ho mostrato, cerca di farne tesoro, sii cosciente che

niente accade mai per puro caso.-

Dalle persiane cominciava a filtrare la luce del giorno.

Nel dormiveglia rividi le tende rosse del teatrino e le due ragazzine col

tutù bianco e il lungo collo da cigno, il mio pensiero le associò alle farfalle

dentro la scatola.

Le ragazzine si alzarono in punta di piedi e cominciarono a girare su se

stesse come due trottole.

-Più in fretta, più in fretta- esortava una voce.

-Brave, ma dovete fare ancora meglio- diceva un’altra voce.

-Più in alto la testa, più tese le gambe.....-

- Perchè non ricordi la tua parte?- gridò un insegnate ad un bambino triste e

impaurito

-Parla più forte, così non ti sente nessuno!-

-Non mangiarti le parole!-

-Non essere così impacciato, sii più sciolto!-

-Tu! Dove vai?! Stai al tuo posto!-


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Vedevo una lunga fila di ragazzini ansiosi, non avevano paura del

palcoscenico, erano piuttosto inconsciamente terrorizzati dalla percezione della

loro stessa esistenza, che sentivano vuota e finta come le scene che dovevano

recitare.

Capivo a pelle che avrebbero voluto andarsene lontano, fuggire dalle mamme,

dalle famiglie, dagli insegnanti, dall’oppressione degli uomini grigi che li

volevano a tutti i costi simili a loro, migliori del loro grigiume, capaci di

esaudire i loro vani sogni di gloria e raggiungere mete impossibili.

Gli uomini grigi, seduti in rigorose e disciplinate file, nel teatro apparivano

contenti, appagati dal piacere di poter immortalare i loro rampolli con la

tecnologia di sofisticate telecamere che avrebbero saputo rendere eterni i loro

protagonisti in erba e quelle goliardiche esibizioni prive di senso.

Percepivo in modo chiaro che la maggior parte di quei bambini, una piccola

campionatura dei bambini ricchi della Terra, non desiderava affatto

eseguire ogni giorno tutte quelle cose che la devastante nebbia delle menti

adulte giudicava altamente formative.

Nessun bambino avrebbe voluto suddividere mai e poi mai la propria

giornata tra banchi di scuola, attività sportive, lezioni di musica, sempre

spremuto come un limone, fino all‘ultima goccia.

Alcuni avrebbero desiderato fare lunghe passeggiate per ascoltare in

silenzio le melodie degli uccelli e delle fronde nei boschi, per osservare dal

vero un seme diventare pianta e un fiore diventare frutto. Ad altri sarebbe

piaciuto far volare la mente e gli aquiloni al vento gelido del nord, altri

ancora avrebbero volentieri ascoltato lunghe storie o disegnato sulla carta le

proprie sensazioni.

Il teatro venne improvvisamente spazzato via dalla mia mente da un’enorme onda,

un’ onda di saggezza capace di risucchiare e dissolvere tutto ciò che è

superfluo, un’onda trasmessa da una saggezza superiore che non aveva paura a

disfare quello che era stato costruito per arroganza e non per reale necessità.
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Vedevo l’onda gigantesca penetrare anche nel cervello e nel cuore delle persone,

che venivano così ripulite e liberate dal peso di tante strutture inutili e

cominciavano a scoprire il profumo dell’ autenticità.

Qualcuno aveva aperto le persiane e la luce entrava con prepotenza nella stanza.

Il sogno era finito; ma questo nuovo giorno non era uguale agli

altri, era l’inizio di una storia magica.

Daniela Borgini

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