You are on page 1of 5

Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, un uomo not sul parquet

della sua stanza uno spesso strato di polvere scura che, specialmente
fitta tuttintorno al letto, andava diradandosi verso la scrivania da un
lato, verso la porta dallaltro. Questuomo era abituato a vivere nel disordine e in una moderata sporcizia; di tanto in tanto si proponeva di
dare una ripulita, ma finiva sempre per occuparsi in faccende pi urgenti, di solito per mascherare uninsuperabile svogliatezza. Stavolta,
per, si trattava di un fenomeno davvero fuori dal comune.
Luomo strizz gli occhi, sporgendosi dal letto, per accertarsi di
aver visto bene e mettere meglio a fuoco, scacciando le ultime vaghezze della notte. Cera poco da fare, la prima impressione era stata
giusta, anche se quella materia la chiameremo cos, in assenza di un
termine pi appropriato aveva una consistenza e uno spessore di lanugine, pi che di polvere. Strizz gli occhi ancora un po, e scopr
che vi erano mescolati corti capelli scuri e frammenti di cereali. Ora,
sapeva di perdere i capelli, e faceva colazione a letto tutte le mattine,
versando il muesli nella sua tazza di caffellatte direttamente dalla busta. Non di rado capitava che qualche granello finisse sul letto e ruzzolasse poi sul pavimento, quindi non si stup di ritrovarli l in mezzo,
anche se mai avrebbe sospettato quantit cos ragguardevoli. Quello
che davvero lo inquiet fu vedere che anche le sue ciabatte erano ricoperte di quella materia, come due carogne assalite da una colonia di
formiche fameliche.
Allung una mano verso il comodino e a tentoni si mise a cercare
il cellulare, per controllare lora. Urtata inavvertitamente, una buccia di
mandarino abbandonata l da un paio di giorni precipit su quello scuro tappeto e ne venne quasi risucchiata. Il cellulare non cera, e luomo
dedusse di averlo lasciato in bagno la sera prima, quando era andato a
fare le sue cose prima di mettersi a dormire. Aveva il vizio di portarlo
sempre con s, come se gli ripugnasse lidea di perdere contatto con il
mondo anche solo per due minuti.
Richiuse gli occhi. Forse bastava riaddormentarsi, e col nuovo risveglio sarebbe svanito tutto, o perlomeno avrebbe avuto pi energie

per affrontare il problema. Si sistem la testa sul cuscino e prov a


non pensare a nulla. In quel momento la stanza fu invasa dal rumore
degli operai che attaccavano a lavorare nel cantiere di fronte. Dunque
erano gi le otto. Col baccano che avrebbero fatto, non cera pi verso di riprendere sonno.
Aveva sete. Afferr la bottiglina che teneva sul comodino, e alzando un po la testa bevve le due dita dacqua che vi erano rimaste.
Sent qualcosa sulle labbra, ci pass una mano sopra e la tir via. Era
un grumo di quella materia, che chiss come si era posata anche intorno al collo della bottiglia. Disgustato, la butt sul pavimento, ma
subito se ne pent, come se avesse dato da mangiare a un mostro.
Sent un trillo lontano, la sveglia del suo cellulare. Dunque erano
gi le otto e mezzo. Avrebbe suonato ogni dieci minuti per unora, ma
per fortuna gliene arrivava soltanto una debole eco. La cosa seccante
era che doveva assolutamente alzarsi, se voleva consegnare un lavoro
per la scadenza di mezzogiorno. Si trattava della traduzione in francese dellabstract di un convegno sulla salute mentale. Aveva gi completato una prima versione, ma doveva rileggere tutto per correggere
gli inevitabili errori e refusi. Dodici pagine, mica uno scherzo.
Lavrebbe anche fatto con piacere, se lavesse giudicato utile. Invece
no, sapeva che quel convegno non avrebbe aiutato un solo malato,
uno solo, a stare meglio. Lavevano organizzato solo per favorire le
carriere di questo e di quello e per far girare un po di soldi, di cui
qualche spicciolo sarebbe finito perfino nelle sue tasche. Doveva alzarsi, insomma, ma la vista del pavimento e delle ciabatte lo scoraggiava inesorabilmente.
Quella materia si era accumulata in una sola nottata, con sorprendente rapidit. Luomo si domand se questo significava che fosse ancora in espansione, e fiss lo sguardo su una piccola porzione di
pavimento per cogliere qualche segnale di movimento. Niente, zero.
Osserv il lembo inferiore della coperta, e quasi gli prese un colpo:
per tutta la lunghezza ne pendevano scuri filamenti, come rocciatori
intenti alla scalata. Distinto tir un calcio, facendo ondeggiare la co-

perta. Lo spostamento daria gener una piccola nuvola, come uno


sciame di minacciosi calabroni. Nascose la testa sotto il lenzuolo e
trattenne a lungo il respiro prima di decidersi a guardare fuori. Si calm soltanto quando si accorse che laria della stanza era tornata limpida. Ora per avvertiva un pizzicore nel naso e nella gola. Si sent
sotto assedio, rinchiuso nella sua fortezza, che tuttavia gli parve indifesa agli assalti di un nemico che fosse appena appena determinato a
espugnarla. Chiss, forse fra un po quella materia si sarebbe rappresa,
o qualcosa del genere, o dispersa, e allora sarebbe cessato lallarme.
Forse poteva aspettare ancora e trovare una scusa con lagenzia per
rimandare la consegna. Qualche ora, niente di pi: non era certo la fine del mondo.
La fine del mondo! Ecco cosa aveva sognato. Cio, non proprio,
ma qualcosa del genere... Era per strada, in una vecchia citt fantasma
minacciata da una tempesta di sabbia. Sapeva di essere solo, ma continuava a gridare aiuto mentre fuggiva da quel fronte grigiastro alto un
centinaio di metri. Qualche granello gli si era gi intrufolato in bocca,
come limplacabile avanguardia di un popolo invasore. Fra i denti che
digrignava per la paura sentiva come un lavorio di macina, senza capire se fossero i denti a frantumare la sabbia, o linverso. Non ricordava
altro: il sogno doveva essersi interrotto in quel punto, a un passo dalla
catastrofe. Gli capitava spesso, di risvegliarsi un attimo prima che una
morte terribile lo cogliesse, come se qualcuno volesse solo ammonirlo, offrendogli unoccasione di salvezza, una via duscita che stava a lui
riconoscere e percorrere.
Immagin il suo corpo disteso sul letto, comera in quel momento, completamente ricoperto di quella materia come le sue ciabatte.
Scuotersi, era questo il segnale. Seguire listinto e buttare calci; e se avesse sollevato un po di polvere, bastava darle il tempo di posarsi.
Forse perch agitato da quegli sgradevoli pensieri, sent uno stimolo a urinare. Lo ascolt, per capire in quale stadio fosse, ma non pareva nulla di impellente. Subito dopo sobbalz allo squillo sgraziato
del citofono. A quellora poteva essere soltanto il postino che gli por-

tava qualcosa da firmare; di certo una seccatura, forse una multa. Lasciami il tuo cedolino del cazzo e vaffanculo!, pens luomo, e si gir
sullaltro fianco, come per dargli le spalle. Ora davanti ai suoi occhi
cera solo il bianco immacolato del muro; una visione neutra, familiare, innocua. Gli bast quel momento di pace per tornare a far caso ai
rumori della strada: gli operai erano in piena attivit, e dallallegria delle voci dedusse che doveva essere una bella giornata. Quegli uomini
guadagnavano meno di lui, per un lavoro molto pi faticoso e rischioso del suo, eppure non facevano tante storie, ed erano gi in piedi da
ore. Si ricord di un bigliettino che teneva appeso sul muro vicino alla
porta della stanza, con su scritto: IL SOLE NON SPLENDER PER SEMPRE: VATTELO A PRENDERE!. Laveva messo l in uno dei suoi periodici tentativi di darsi una mossa, ma ormai era diventato invisibile come
i libri sulla mensola, come la bruciatura sulla poltrona. Forse devo riscriverlo pi in grande, pens.
Lo stimolo a urinare torn a infastidirlo, e dovette ricorrere a una
serie di tecniche manipolatorie per tenerlo a bada. Porca miseria, alzati!, pens; ma unaltra voce gli diceva di non avere fretta, che si
trattava di un falso allarme, che cera tempo prima di doversi veramente
alzare. Fin per dar retta a questultima voce, e gli sembr che lo stimolo si andasse placando, proprio mentre sentiva un gorgoglio di fame nello stomaco. La sveglia non suonava gi da un po: dovevano essere quasi le dieci, lora in cui di solito faceva colazione.
Di l a poco sarebbe passata sua madre: era un venerd, gli portava sempre il pranzo prima di andare a fare volontariato allospedale, in
pediatria. Prima il mio bambino, poi gli altri, gli diceva sempre.
Luomo si mise a fantasticare su quel pranzo: siccome sua madre cucinava per lui soltanto un paio di volte alla settimana, si metteva
dimpegno, e conoscendo i suoi gusti da una vita, raramente lo deludeva.
Quando si gir di nuovo sullaltro fianco sent una specie di affanno, poi un dolore sordo in petto, come se qualcuno gli avesse infilato un braccio gi per la gola. Si tir su a sedere con gran fatica. La

vescica ricominci a premere forte, e con quel dolore che lo martoriava faceva fatica a controllarsi. Usc qualche goccia come a rompere
largine, poi un getto inarrestabile. Era una sensazione ripugnante, ma
si arrese, pensando che almeno si era liberato e aveva un problema in
meno da risolvere. Prov a respirare forte ma il dolore aumentava.
Per prendere il telefono e chiamare aiuto doveva alzarsi, e in quelle
condizioni era impossibile, o molto imprudente; e poi quella materia
era sempre l, muta, come in attesa, e nel frattempo si nutriva di capelli, cereali, bucce di mandarino e chiss cosaltro ancora. Allora luomo
prov a convincersi che quei dolori erano solo una sciocchezza, che a
stare troppo tempo su un lato la cassa toracica aveva compresso i
polmoni, o lo stomaco, e forse anche i reni e la vescica, e doveva soltanto rifiatare un attimo. Tutto qua.
Il problema vero era che se ne stava sempre da solo, al chiuso, in
poca luce, a ingobbirsi sulle sue inutili traduzioni. Sospett che fosse
una mancanza di vitamina D a procurargli quei vaneggiamenti, molesti
come brutti sogni, e a fiaccargli il corpo. Ma ora sua madre era in arrivo. Aveva le chiavi e avrebbe aperto da s, come sempre. Poi avrebbe
spazzato via dal parquet quellorrenda materia, e dalla mente di suo figlio i cattivi pensieri. Si sarebbe presa cura di lui, ancora una volta.
Luomo avvert di nuovo un pizzicore in gola, e non aveva nemmeno un goccio dacqua per liberarsene, ammesso pure che gli riuscisse di bere, con quel dolore in petto. Non gli restava altro da fare, se
non aspettare che la porta di casa si aprisse. Sopportare e aspettare.
Respirare piano e aspettare. Distrarsi con le voci della strada, e aspettare.
Questione di minuti, e tutto sarebbe finito.