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Mario Di Febo

Appunti per lesame di FILOSOFIA I


Platone (Atene, 428 347 a.C.)

Nel 387 a.C. acquista un parco dedicato ad Academo, vi fonda una scuola che intitola
Accademia in che ha le sue radici nella scienza e nel metodo da essa derivato, la dialettica.
Aristofane di Bisanzio (III secolo a.C.) ordin le opere platoniche in cinque trilogie:
Repubblica, Timeo, Crizia
Sofista, Politico, Cratilo
Leggi, Minosse, Epinomide
Teeteto, Eutifrone, Apologia di Socrate
Critone, Fedone, Lettere
Aristotele (Stagira 384 a. C. - Calcide 322 a. C.)

Entra in Accademia a 17 anni, nel 367, e vi rimane sino al 347. E' allievo di Platone e maestro

M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 1

di Alessandro Magno. Opere pervenute:

Opere di logica (indicate come Organon): Categorie, Sull'espressione, Analitici primi,


Analitici posteriori , Topici , Elenchi sofistici;

Opere di fisica: Fisica , Il cielo, Generazione e corruzione, Meteorologia, Storia degli


animali, Parti degli animali, Generazione degli animali, altre minori, nonch L'anima e
una serie di opuscoli i Parva naturalia;

Scritti di filosofia prima: Metafisica;

Opere morali e politiche: Etica Eudemea, Grande Etica (d'incerta autenticit), Etica
Nicomachea, Politica, Costituzione degli Ateniesi;

Opere di poetica: Retorica, Poetica.

Aristotele inizia a filosofare criticando la teoria delle idee di Platone come radicalmente inutile
in quanto complica inutilmente la spiegazione della realt: le idee sono pi numerose degli
individui (se diciamo ad esempio che l'uomo un animale razionale, troviamo in ogni individuo
gi almeno tre Idee: di uomo, di animale, di razionale). Se poi si dice che gli individui sono
simili all'Idea, si deve riconoscere che questo singolo uomo e l'Idea (di Uomo in s) non sono
simili di per s (infatti l'individuo non possiede certo l'universalit dell'Idea, un uomo in

M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 2

particolare e non l'Uomo in s); devono allora essere simili in virt di un terzo uomo che sia
simile da un lato all'Idea e dall'altro all'individuo; ma per poter far ci, il terzo uomo ne esige
un quarto, e questo un quinto e cos via all'infinito, senza mai giungere ad un concetto definito.
Per sanare il radicale dualismo platonico bisogna dichiarare che reali sono proprio le cose
visibili, in esse che va cercata la causa stessa della realt, del loro divenire.
Aristotele divide le scienze in tre gruppi:

scienze teoretiche (filosofia prima o metafisica, fisica, matematica), che ricercano la


conoscenza disinteressata della realt e hanno per oggetto il necessario (cio ci che
non pu essere diverso da come )
scienze pratiche (etica e politica), hanno per oggetto il possibile ed indagano sul modo
di agire dellindividuo;
scienze poietiche o produttive (arti e tecniche), hanno per oggetto il possibile e
ricercano il sapere per fare (per produrre).

Metafisica
La scienza pi alta per Aristotele la metafisica (da lui chiamata filosofia prima e pi tardi
detta ontologia, cio studio dell'essere), che definisce in quattro modi. Essa studia:

le cause e i principi primi,


l'essere in quanto essere;
la sostanza;
Dio e la sostanza immobile.

Dire che la metafisica studia l'essere in quanto essere significa che essa non ha per oggetto
una realt in particolare, bens la realt in generale, cio gli aspetti fondamentali e comuni di
tutta al realt. Se la matematica studia l'essere come quantit, e la fisica studia l'essere come
movimento, solo la metafisica studia l'essere in quanto tale, considerando le caratteristiche
universali di ogni essere (ecco perch chiamata "filosofia prima" mentre la altre scienze sono
"filosofie seconde"), ed dunque il presupposto indispensabile di ogni ricerca.
Se la metafisica lo studio dell'essere, che cosa l'essere?
Aristotele dice che l'essere ha molteplici aspetti e significati (noi diciamo ad esempio che
l'uomo , la neve sui monti, Dio ...), esso viene perci diviso in quattro gruppi principali:

l'essere
l'essere
l'essere
l'essere

come
come
come
come

categoria;
potenza e atto;
accidente;
vero (e il non essere come falso).

Le "categorie" sono le dieci caratteristiche fondamentali che ogni essere possiede:


1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.

sostanza,
qualit,
quantit,
relazione,
agire,
subire,
dove (luogo),
quando (tempo),
avere

M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 3

10. giacere
La prima di esse, la sostanza, la pi importante perch il riferimento comune alle altre
categorie che, in qualche modo, la presuppongono1. Il che ci porta a concludere che, se
l'essere si identifica con le sue categorie e le categorie si riferiscono alla sostanza, la domanda
su "che cos' l'essere ?" si trasforma in
"che cos' la sostanza?"
La sostanza in primo luogo ogni individuo concreto (uomo, cavallo, albero, tavolo ecc.) a cui
si riferiscono delle propriet che lo caratterizzano. Questo vuol dire che ogni soggetto ha una
sua determinata natura che necessaria (cio non pu essere diversa). Questa NATURA
NECESSARIA altro non che la sostanza.
La sostanza dunque lessere dellessere, il suo significato fondamentale.
E' quindi un sinolo, unione di due elementi che Aristotele chiama

materia (hyle) e

forma (eidos, morph)

La forma la "natura" propria di una cosa, ci che la rende quella che e la distingue dalle
altre; dunque la sua "essenza", il suo significato fondamentale, il suo "essere dell'essere". La
materia invece ci di cui una cosa fatta, ci di cui composta (p.e. un uomo fatto di
carne ed ossa; una sfera fatta di bronzo ecc.), ed dunque un elemento passivo strutturato
dalla forma, nel senso che la forma che rende luomo 'animale razionale', mentre la materia
il corpo dell'uomo. Entrambe per, materia e forma, sono necessarie per fare una sostanza:
non pu esistere un uomo senza il corpo (materia), n l'anima (forma) senza il corpo.
Se la forma l'essenza necessaria, da essa si distinguono gli accidenti, i quali sono le varie
qualit che si possono avere o non avere senza per questo influire sulla sostanza stessa. Ad
esempio Socrate non cessa di essere uomo mentre pu essere allegro, triste, sano, malato,
ecc. Per cui mentre l'accidente cambia nel tempo, la sostanza rimane la stessa pur nel mutare
delle varie qualit.
Se la forma l'essenza necessaria, ovvero ci per cui ogni essere necessariamente quello
che , allora essa anche la risposta che possiamo dare circa il che cos'? di una cosa, in
quanto definire un essere vuol dire chiarirne l'essenza (che cos' questo? un uomo; cos' un
uomo? un animale razionale).
Breve excursus in ambito logico per accennare al principio di non contraddizione: esso
sostiene che ogni essere ha una natura determinata che impossibile negare di esso e
quindi, in questo senso, gli necessaria, non potendo essere diversa da quello che .
Aristotele lo esprime cos: " impossibile che la stessa cosa sia e insieme non sia". Il che
viene dimostrato da Aristotele per assurdo dicendo che, se una parola ha un significato,
non possibile che A sia insieme B e non-B, cio ad esempio che 'uomo' sia insieme
1 Per esempio la qualit sempre riferita a qualcosa che esiste di gi; l'uomo, ovvero la sostanza, alto, uno, padre, cammina ecc.
M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 4

'animale razionale' e 'non animale razionale'.


Praticamente ogni cosa una sostanza, in quanto di ogni cosa ci si pu sempre e comunque
chiedere: che cos'? Ci significa che tutti gli esseri, prima di qualunque altro valore, hanno in
comune il fatto di essere delle sostanze.
Il che implica che, per Aristotele, tutte le scienze, in quanto rivolte alla ricerca e alla
definizione delle sostanze, hanno la stessa dignit. Con questa idea Aristotele ha ulteriormente
abbandonato il Platonismo, giacch per Platone valeva la pena di indagare solo ci che era
ottimo e perfetto e le scienze della natura non erano in fondo delle 'scienze' ma solo delle
opinioni probabili. Per Aristotele invece ogni scienza ha valore di per s. Egli ha giustificato il
valore della ricerca scientifica nel suo senso pi ampio (ed ecco perch si occupato di ogni
ramo dello scibile) eliminando il pregiudizio platonico contro l'indagine della natura.
Aristotele afferma, come Platone, che la conoscenza nasce dalla meraviglia nei confronti della
realt e consiste nel chiedersi il perch delle cose. Ma chiedersi perch una cosa esista o
perch sia cos e non altrimenti, equivale a chiedersi qual la causa (= condizione,
fondamento, ragione) della cosa stessa. Aristotele elenca quattro cause:
1. materiale, la materia, ci di cui una cosa fatta (il bronzo la causa materiale della
statua)
2. formale, la forma o essenza della cosa (la 'ragione' la forma o essenza dell'uomo)
3. efficiente2, ci che d origine, inizio a qualcosa (il padre la causa efficiente del figlio)
4. finale, il fine/scopo a cui una cosa tende (divenire adulto la causa finale del
bambino)
La teoria delle cause legata al problema del divenire. Che vi siano delle cose che mutano
un'esperienza comune. Ma come poter definire il divenire in generale? Per Aristotele il divenire
il passaggio da un tipo di essere ad un altro. In breve, l'unica realt l'essere, ed il divenire
soltanto uno dei modi dell'essere. Approfondendo la questione Aristotele elabora i concetti di:

essere in potenza. La potenza (dynamis) in generale la possibilit, da parte di


qualcosa, di cambiare, assumere dunque una certa 'forma'

essere in atto. L'atto3 (energheia) la realizzazione di quel cambiamento, la cosa


esistente che si ottiene in seguito al cambiamento

Ad esempio un pulcino in potenza un gallo, come il gallo il pulcino in atto (l'atto viene
anche chiamato entelecheia, cio realizzazione o perfezione attuata). L'atto per Aristotele
superiore alla potenza poich la causa finale di ci che in potenza.
Metafisica come 'studio di Dio'.
Aristotele sostiene che la materia non pu avere in se stessa la causa del proprio movimento:
tutto ci che si muove, necessariamente messo in moto da qualcos'altro che, poi, se
anch'esso in movimento, mosso da altro ancora (come la pietra mossa dal bastone, che
2 Dal lat. efficere = fare. Complemento di Causa Efficiente = Agente
3 Atto come participio passato di agire: agito, fatto
M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 5

mosso dalla mano, che mossa dall'uomo) e cos via. Orbene, in questo processo di rimandi
non si pu procedere all'infinito perch altrimenti rimarrebbe inspiegato il movimento dalla cui
constatazione siamo partiti. Vi devono quindi essere dei principi, ovvero dei motori immobili a
cui fanno capo i vari movimenti e, a maggior ragione, vi deve essere un principio primo e
immobile, un Primo Motore Immobile, a cui fa capo tutto il movimento. Per Aristotele questo
Motore Immobile Dio stesso che deve avere le seguenti caratteristiche:

Dio deve essere un atto puro, cio un atto senza potenza, giacch la potenza la
possibilit di cambiamento mentre Dio, se Motore Immobile, non pu mutare.

Dio deve essere forma pura o sostanza incorporea perch appunto privo di materia.

Dio muove restando immobile; egli non muove come una causa efficiente, dando un
impulso, ma muove come causa finale, cio come un oggetto d'amore. In altre parole, il
Primo Motore muove come l'oggetto d'amore attrae l'amante, pur restando immobile.
Dio la Perfezione che attira e quindi muove il mondo. Di conseguenza, l'universo
una sorta di sforzo della materia verso Dio, un desiderio incessante di prendere forma:
non Dio che d forma al mondo, ma invece il mondo che, aspirando a Dio, si autoordina (per i Greci l'universo non creato, non ha avuto origine, sussiste da sempre).

Dio vive una vita perfetta, quella che all'uomo possibile solo per breve tempo, cio
la vita del puro pensiero, della contemplazione (theoria). Egli non pu che contemplare
la cosa pi perfetta: se stesso. Egli pensa se stesso, pensiero di pensiero.

Dio non per unico. Per i Greci era 'divino' tutto ci a cui si pu attribuire l'eternit e
l'incorruttibilit, per cui sono divine molte cose, come le sostanze soprasensibili, l'anima
razionale dell'uomo e anche i motori dei cieli. Aristotele pensava infatti che il cielo fosse
in realt costituito da moltissime (da 47 a 55) sfere celesti, ognuna delle quali veniva
mossa da una intelligenza motrice, che era dunque divina, analoga al Primo Motore ma
inferiore a lui, anzi inferiori le une alle altre, come sono gerarchicamente inferiori le
sfere che, una dopo l'altra, sono tra le stelle fisse e la terra.

Dio non n creatore e n provvidenza. Egli non crea il mondo dal nulla (concezione
ebraico-cristiana) visto che il mondo eterno; non conosce e non ama il mondo giacch
l'amore visto come una imperfezione, in quanto la tendenza a ricercare ci di cui
abbiamo bisogno (cfr Platone) mentre, se Dio perfetto, non ha bisogno di nulla e
quindi non ama. Dio una statica perfezione che si bea eternamente di se stessa.

M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 6

Filosofia e politica
La "filosofia platonica" ovvero il corpus di idee e di testi che definiscono la tradizione storica
del pensiero platonico sorta dalla riflessione sulla politica: tutta la vita filosofica di Platone
stata determinata da un avvenimento eminentemente politico, la condanna a morte di
Socrate.
Occorre tuttavia distinguere la "riflessione sulla politica" dall'"attivit politica". Non certo in
quest'ultima accezione che dobbiamo intendere la centralit della politica nel pensiero di
Platone. Come egli scrisse, in tarda et, nella Lettera VII del suo epistolario, proprio la rinuncia
alla politica attiva segna la scelta per la filosofia, intesa per come impegno "civile".[35] La
riflessione sulla politica diventa, in altre parole, riflessione sul concetto di giustizia, e dalla
riflessione su questo concetto sorge un'idea di filosofia intesa come processo di crescita
dell'Uomo come membro organicamente appartenente alla polis.
Fin dalle prime fasi di questa riflessione, appare chiaro che per il filosofo ateniese risolvere il
problema della giustizia significa affrontare il problema della conoscenza. Da qui la necessit di
intendere la genesi del "mondo delle idee" come frutto di un impegno "politico" pi
complessivo e profondo.
Il problema Socrate
La capacit di agire secondo giustizia presuppone, socraticamente, la conoscenza di che cosa
il bene.[36] Solo questo sapere contraddistingue il filosofo come tale,[37] poich chi compie il
male lo fa per ignoranza. Ad Atene c'era molta confusione sulla figura del filosofo, e in un certo
senso lo stesso Socrate aveva alimentato questa confusione: presentandosi infatti come colui
che sapeva di non sapere, professava una falsa ignoranza che nascondeva una vera sapienza.
Egli si confondeva cos con i sofisti, i quali dicevano di sapere ma in effetti non sapevano,
perch non credevano nella verit.
Per dirimere questa confusione, per Platone era necessario andare oltre Socrate, delineando
con chiarezza i criteri che distinguono il filosofo dal sofista: mentre il primo ricerca i principi
della verit, senza la presunzione di possederla, il secondo si lascia guidare dall'opinione,
facendone l'unico parametro valido della conoscenza.[38]
L'altro problema legato alla figura di Socrate la sua condanna a morte, cio il fatto che sia
stato trattato come un criminale pur essendo il pi giusto tra gli uomini.[39] Ci signific per
Platone dover constatare che tra filosofia e vita politica esisteva quell'incompatibilit gi
conosciuta da Socrate che nella Apologia accenna alla quasi ineluttabilit della sua condanna
da parte dei politici e rifiuta la proposta di andare in esilio.[40] Compito dei filosofi allora
quello di fare in modo che la filosofia non sia in contrasto con lo stato, dove non accada pi
che un giusto sia condannato a morte.
Il tema era connesso alla convinzione che la filosofia fosse inutile: per molti Ateniesi Socrate
quello rappresentato ne Le nuvole, commedia di Aristofane come un pedante seccatore perso
nelle sue discussioni astratte e campate in aria. In un brano del Gorgia il sofista Callicle, dice
che la filosofia tutt'al pi pu essere praticata dai giovani che, inesperti della vita, si possono
M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 7

abbandonare ai discorsi campati in aria; quando per un uomo anziano, come Socrate, perde il
suo tempo a discutere di problemi astratti, questo degno di essere preso a bastonate.[41]
Platone invece dimostra che la filosofia ha un radicamento storico, essa cio affonda le sue
radici nella storia, nella realt quotidiana e questo si vede da chi sono gli interlocutori di
Socrate e cio politici come Alcibiade, filosofi come Parmenide, artisti come Aristofane. Socrate
quindi perfettamente inserito nel dibattito culturale del suo tempo e i suoi dialoghi
riguardano problemi reali e universali. Cos Socrate, pur non sembrando, fa politica tanto da
venire condannato e morire per accuse politiche.
C' quindi uno stretto legame tra il filosofo e la politica; Socrate per non l'ha mai fatto capire,
pur anteponendo sempre il bene della citt agli egoismi dei singoli.[42] Per uscire
dall'equivoco, occorre indicare esplicitamente quali siano le radici di questo legame, che ancora
una volta consistono nella conoscenza della virt, e nei criteri per distinguerla dalle opinioni e
dalle strumentalizzazioni personali. Secondo alcune interpretazioni per Platone la conoscenza
del bene non concerne l'enumerazione di singoli esempi di virt, bens la definizione di cosa sia
la virt in se stessa. L'unicit della virt una delle principali tesi socratiche: nei dialoghi
giovanili Platone difende e corrobora questa tesi analizzando il contenuto di alcune delle virt
tenute in pi alta considerazione nel mondo greco[43] Sulla unicit della virt in Socrate
diversi autori non concordano attribuendo questa concezione alla sola filosofia platonica.[44]
La dottrina della conoscenza: le Idee
Platone
La gnoseologia di Platone, messa a punto in vari dialoghi come il Menone, il Fedone, e il
Teeteto, deve combattere contro l'opinione che sostiene che la ricerca della conoscenza sia
impossibile. La tesi era stata sostenuta dagli eristi, i quali basavano questo loro insegnamento
sulla base di due assunti:
se non si conosce ci che si cerca, qualora lo si sia trovato, non lo si riconoscer come
l'obiettivo da raggiungere;
se si conosce gi quel che si cerca, la ricerca non ha senso.[45]
Il problema viene superato da Platone ammettendo che l'oggetto della ricerca solo
parzialmente sconosciuto all'uomo, il quale, dopo averlo contemplato prima della nascita, lo ha
in qualche modo "dimenticato" nel fondo della sua anima. La meta del suo cercare dunque un
sapere gi presente ma nascosto in lui, che la filosofia dovr risvegliare con la reminiscenza o
anamnesi (anmnesis), concetto su cui Platone fonda il convincimento che l'apprendere un
ricordare.[46]
Tale dottrina si rif alla credenza religiosa della metempsicosi propria dell'orfismo[47] e del
pitagorismo secondo cui quando il corpo muore l'anima, essendo immortale, trasmigra in un
altro corpo. Platone sfrutta tale mito fondendolo con l'assunto fondamentale che esistano delle
Idee che hanno caratteristiche opposte agli enti fenomenici: sono incorruttibili, ingenerate,
eterne e immutabili. Queste Idee albergano nell'iperuranio, mondo soprasensibile e che
M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 8

parzialmente visibile alle anime una volta slegate dai loro corpi.
L'Idea, traducibile pi correttamente con forma,[48] dunque il vero oggetto della
conoscenza: ma essa non soltanto il fondamento gnoseologico della realt, ossia la causa che
ci permette di pensare il mondo, bens ne costituisce anche il fondamento ontologico, essendo
il motivo che fa essere il mondo. Le idee rappresentano l'eterno Vero, l'eterno Buono e l'eterno
Bello, a cui si contrappone la dimensione vana e transitoria dei fenomeni sensibili.
Come viene spiegato nel Fedro, dopo la morte le anime diventano simili a cocchi alati che
procedono in schiere dietro ai carri degli di: in questa loro processione alcune riescono, pi
distintamente di altre, a scorgere le Idee che appaiono attraverso uno squarcio tra le nuvole,
diaframma obbligato tra il mondo sensibile e quello soprasensibile.[49] Quando le anime
precipitano nei corpi, reincarnandosi, dimenticano la loro visione delle idee e, prigioniere dei
sensi, sono portate a identificare la realt col mondo sensibile. L'opera del filosofo dialettico,
che ha saputo vedere le idee meglio degli altri, quella di riportare all'anima la memoria del
mondo delle idee, attraverso il dare e ricevere discorso, dialogando con l'anima e
persuadendola della verit. La dottrina dell'apprendere come ricordare riconduce
immediatamente alla cura dell'anima professata da Socrate: la conoscenza , di fatto, un
conoscere meglio se stessi, riportando alla luce dell'intelletto ci che l'anima ha dimenticato nel
momento della reincarnazione; l'idea quindi in un certo senso corrispettiva del dimon
socratico.
Una conseguenza della reminiscenza l'innatismo della conoscenza: tutto il sapere gi
presente, in forma latente, nella nostra anima. A tal proposito i sensi svolgono comunque una
funzione importante per Platone, poich offrono lo spunto per aiutarci a ridestarlo. L'esperienza
serve per solo da stimolo; la vera conoscenza deve essere fondata universalmente sulla
noesis, e su di essa deve poggiare ogni tecnica particolare, che invece il luogo della praxis.
L'errore contro cui Platone combatte, rappresentato dalla cultura sofista, consiste nel basare la
conoscenza sulla sensazione.[50] Al contrario, solo l'anima, e non i sensi, pu conoscere
l'aspetto "vero" di ogni realt.
I quattro stadi della conoscenza
L'immaginazione (eikasa), dominio delle ombre e delle superstizioni
Gli oggetti sensibili, che danno origine alle false credenze (pstis)
Le verit geometriche e matematiche, proprie della ragione discorsiva (dinoia)
Le idee intelligibili, raggiungibili solo per via speculativa e intuitiva (nesis)
La dottrina platonica inoltre spesso oggetto di fraintendimenti. Di fatto, come Platone stesso
suggerisce in numerosi passi, impossibile recuperare completamente la conoscenza del
mondo delle Idee anche per il filosofo. La conoscenza perfetta di queste propria solo degli
di, che le osservano sempre. La conoscenza umana, nella sua forma migliore, sempre filosofia, ossia amore del sapere, inesausta ricerca della verit. Ci suggerisce una frattura
"sofistica" all'interno del pensiero platonico: per quanto l'uomo si sforzi, il raggiungimento della

M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 9

verit assoluta impossibile, perch confinata nel cielo iperuranio e dunque assolutamente
inconoscibile. La parola, che lo strumento utilizzato dal filosofo dialettico per persuadere le
anime della verit e dell'esistenza delle idee, non rispecchia che parzialmente la realt
ultrasensibile, che irriproducibile e non presentabile.
Per fare un esempio, come se un insegnante, che pure ha presente come fatto un
triangolo, cercasse di spiegarlo ai suoi allievi senza poterglielo esibire o far vedere alla
lavagna. Pu forse persuadere loro di com' fatto all'incirca un triangolo, ma la conoscenza
degli alunni rimarr comunque lontana da coloro che lo sanno rappresentare correttamente. La
conoscenza del mondo delle idee dunque pu essere solo intuita, mai comunicata; per
conoscerla nel modo meno confutabile possibile ci si pu basare al massimo sull'uso dei lgoi,
ossia dei discorsi, ragionamenti in forma di dialogo svolti attorno a tali argomenti.
L'opera di ricerca filosofica deve limitarsi cos al persuadere le anime,[51] in maniera simile
alla maieutica socratica. Qui Platone fa esplicito riferimento alla metafora della seconda
navigazione: con questo termine i greci indicavano la navigazione a remi, pi faticosa di quella
a vela (prima navigazione) e usata in caso di necessit (come la mancanza di vento). La
seconda navigazione consiste proprio nell'uso dei lgoi, che presuppongono una frattura
radicale tra il pensiero-parola, e la realt. Platone, ben lungi dall'essere il filosofo della scienza
forte e dottrinaria che per molti anni gli stata erroneamente attribuita, ha scoperto, di fatto,
l'impossibilit di raggiungere una verit piena e incontrovertibile.[52]
La pi compiuta teoria platonica della conoscenza, esposta nel dialogo Repubblica e altrimenti
nota come teoria della linea, quindi rappresentabile col seguente schema:[53]
conoscenza intelligibile o scienza
conoscenza sensibile o opinione ()

()

immaginazione ()credenza ()

pensiero discorsivo ()intellezione

()
Solo la conoscenza intelligibile, cio concettuale, assicura un sapere vero e universale;
l'opinione invece, fondata sui due stadi inferiori del conoscere, portata a confondere la verit
con la sua immagine. Platone polemizza in proposito contro il materialismo di Democrito,
secondo cui erano gli atomi, entit materiali fisse, a determinare la formazione o la distruzione
degli elementi.[54] Secondo Platone non ci sono in natura princpi (o arch) ultimi e indivisibili:
tutta la realt fenomenica scorre in un continuo mutamento; al contempo per essa tende a
costituirsi secondo forme atemporali che sembrano preesisterle. Proprio questo il punto di cui
Democrito non aveva saputo rendere ragione, ossia del perch la materia si aggreghi sempre
in un certo modo, per formare ad esempio ora un cavallo, ora un elefante. Ci evidentemente
possibile perch dietro ogni animale deve esistere un'idea, cio una forma precostituita
per ogni tipo, spirituale e non materiale.
L'Idea inoltre ci che consente a Platone di conciliare il dualismo filosofico venutosi a creare
tra Parmenide ed Eraclito: nelle idee risiede infatti la dimensione ontologica dell'Essere
parmenideo, ma esse forniscono anche, in virt della loro molteplicit, una spiegazione al
M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 10

divenire eracliteo che domina i fenomeni naturali, al quale Platone cercava una motivazione
razionale che non lo riducesse a semplice illusione come aveva fatto Parmenide.
La funzione del mito
Oltre al dialogo, una caratteristica peculiare di Platone nella sua esposizione della dottrina delle
idee consiste nella reintroduzione, con la sua opera, del mito, quale forma di conoscenza
tradizional-popolare che, cronologicamente, precedeva di molto la nascita della filosofia greca.
Platone ha un atteggiamento diversificato nei confronti del mito, che ritiene vada rivalutato in
quanto utile, e anzi necessario, alla comprensione. Il mito va infatti inteso come esposizione di
un pensiero ancora nella forma di racconto, quindi non come ragionamento puro e rigoroso.
Esso ha una funzione allegorica e didascalica, presenta cio una serie di concetti attraverso
immagini che facilitano il significato di un discorso piuttosto complesso, cercando di renderne
comprensibili i problemi, e creando nel lettore una nuova tensione intellettuale, un
atteggiamento positivo nei confronti dello sviluppo della riflessione.
Il mito ha cos una doppia funzione: da un lato un semplice espediente didattico-espositivo di
cui Platone fa uso per comunicare in maniera pi accessibile e intuitiva le sue dottrine.
Dall'altro un mezzo per superare quei limiti oltre i quali l'indagine razionale non pu andare,
diventando un vero e proprio strumento di verit, una "via alternativa" al solo pensiero
filosofico, grazie alla sua capacit di armonizzare unitariamente gli argomenti. Il mito il
momento in cui Platone esprime la bellezza della verit filosofica, in cui questa si manifesta
anche con immagini e figure sensibili, e di fronte alla quale i discorsi razionali risultano
insufficienti.[55]
Le scienze rappresentano un sapere inferiore perch, pur trattandosi di argomentazioni
necessarie e dimostrate, vivono di ipotesi. Classico esempio la costruzione dei teoremi di
geometria, basati su ipotesi e tesi, che Euclide raccolse e sistematizz poco pi d'un secolo
dopo, e che erano parte di una tradizione tramandata oralmente. Se il mito pecca di scarso
senso del rigore, e la scienza di incapacit di elevazione, entrambi per, in mancanza di una
conoscenza migliore, hanno una loro dignit. L'unica forma di sapere che il filosofo non pu
mai accettare la doxa, il mondo dell'opinione mutevole e transitoria.
I racconti mitici platonici toccano le questioni fondamentali dell'esistenza umana, come la
morte, l'immortalit dell'anima, la conoscenza, l'origine del mondo, e le collegano strettamente
ai temi e ai discorsi logico-critici, a cui il filosofo affida il compito di produrre una conoscenza e
una rappresentazione vere della realt.
I miti che si possono riscontrare nell'opera platonica sono approssimativamente i seguenti:[56]
[57]
Mito dell'insoddisfazione del dissoluto[58]
Mito di Gige[59]
Mito dell'uomo-marionetta[60]
Mito di Aristofane o dell'androgino[61]
Mito della nobile menzogna[62]
M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 11

Mito della nascita di Eros[63]


Mito dell'et dell'oro[64]
Mito di Epimeteo e Prometeo[65]
Mito di Theuth,[66]
Mito dei cicli cosmici[67]
Mito di Atlantide[68]
Mito del governo divino[69]
Mito della caverna[70]
Mito della reminiscenza[71]
Mito del giudizio delle anime[72]
Mito dell'immortalit dell'anima[73]
Mito di Er[74]
Mito del carro e dell'auriga[75]
Mito del ciclo delle incarnazioni[76]
Mito del Demiurgo[77]
Mito dell'anima del mondo[78]
Mito delle specie mortali[79]
Mito della provvidenza divina[80]
Tra i racconti platonici degni di nota per la loro ispirazione sono generalmente annoverati
anche quello sulle forme di conoscenza o la linea,[81] e il mistero dell'amore[82] sulla
gerarchia del bello.[83]
La filosofia come Eros

Eros, demone dell'Amore


proprio per spiegare l'umano desiderio di conoscenza che Platone ricorre a un celebre mito,
quello di Eros, dio greco dell'Amore e della forza,[84] figlio di Poros e Penia, cio di Risorsa e
Povert.[85] Il filosofo, secondo Platone, mosso da una tensione verso la verit con lo stesso
desiderio d'amore che attrae due esseri umani.
Per la sua caratteristica di essere principio unificante del molteplice, la peculiarit di eros
consiste essenzialmente nella sua ambiguit, ovvero nell'aspirazione alla verit assoluta e
disinteressata (ecco la sua abbondanza); ma al contempo nel suo essere costretto a vagare
nelle tenebre dell'ignoranza (la sua povert). La contrapposizione tra verit e ignoranza viene
sentita da Platone, come gi dal suo maestro Socrate, come una profonda lacerazione, fonte di
continua irrequietezza e insoddisfazione.
Si desidera infatti soltanto quello che non si ha, e l'uomo tende a una sapienza della quale si
ricorda vagamente, ma di cui in realt povero. Si pu notare come la ricerca di questa
sapienza muova dalla stessa consapevolezza socratica del sapere di non sapere. Platone
aggiunge che l'uomo non desidererebbe con tanta forza una tale verit se non l'avesse mai
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vista, se non fosse certo che esiste. In tal senso, non solo si desidera quel che non si ha, ma di
pi si pu affermare: si desidera soltanto ci che non si ha pi, che si perso.[86]
Per Platone vale l'ideale della kalokagatha (dal greco kals ki agaths), ossia bellezza e
bont. Tutto ci che bello (kals) anche vero e buono (agaths), e viceversa. La bellezza
delle idee che attira l'amore intellettuale del filosofo perci anche il bene dell'uomo. Il fine
della vita umana diventa la visione delle idee e la contemplazione di Dio.
Tale contemplazione sempre imperfetta nella dimensione del mondo sensibile, dominata dalla
materia che, in quanto priva di essere, un semplice non-essere. L'uomo si trova a met
strada tra questi due estremi: mentre le idee sono in s e per s, come realt indipendente e
assoluta (ab-soluta), appunto perch "sciolta da" ogni altra, non essendo relative ad altro da
s, l'uomo invece calato nell'esistenza (da ex-sistentia, "essere fuori"). L'esistenza per
Platone una dimensione ontologica che non ha l'essere in proprio, ma esiste solo in quanto
subordinata a un essere superiore; egli la paragona a un ponte sospeso tra essere e non
essere. L'uomo dilaniato cos da una duplice natura: da un lato avverte il richiamo del mondo
iperuranio, in cui risiede la dimensione pi vera dell'Essere, eterna, immutabile, e
incorruttibile, ma dall'altro il suo essere inevitabilmente soggetto alla contingenza, al
divenire, e alla morte (non-essere).
Questa duplicit umana vissuta dallo stesso Platone ora in maniera pi ottimista, ora con toni
decisamente pi pessimisti. Da ci deriva il disprezzo dei platonici per il corpo: Platone pi
volte nei dialoghi gioca con l'assonanza di parole sma/sma, ossia "tomba"/"corpo": il corpo
come tomba dell'anima.
L'ontologia
Il tema della frattura interiore dell'uomo porta a domandare: su che cosa si fondano, e che
rapporto hanno le idee con gli oggetti della conoscenza sensibile? La risposta a questa
domanda costituisce la cosiddetta ontologia platonica.

Il mito della caverna in un'incisione del 1604 di Jan Saenredam.


Il testo fondativo di questo aspetto del pensiero platonico senza dubbio il celebre mito della
caverna del libro VII de La Repubblica. In esso, il mondo sensibile presentato come
immagine evanescente e imperfetta del mondo delle idee, inteso invece come "mondo vero" e
fondamento di tutto ci che . Platone stesso fornisce l'interpretazione dell'allegoria: lo schiavo
che viene liberato dalla caverna rappresenta l'anima, che si libera dai vincoli corporei mediante
la conoscenza. Gli elementi del mondo esterno rappresentano le idee, mentre gli oggetti dentro
la caverna (e le immagini di questi proiettate sulla parete) non sono che le loro copie
imperfette. Il sole, che permette di riconoscere l'aspetto vero della realt, simbolo dell'idea
del Bene, l'idea suprema in vista della quale l'intero mondo delle idee costituito e al quale
essa conferisce la sua unit.
Una conferma di tale impostazione ontologica del reale data nel mito narrato nel dialogo
M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 13

Fedro, attraverso l'immagine della faticosa salita dell'anima al cielo iperuranio delle idee, cos
descritte: essenze incolori, informi e intangibili, contemplabili solo dall'intelletto (...) essenze
che sono scaturigine della vera scienza.[87]
Esemplificazione visiva delle "idee" platoniche
Il termine usato da Platone per indicare i "modelli esemplari", i "paradigmi", che
sono all'origine della realt sensibile, (paradeigma), indicato dagli
autori platonici pi tardi (ad esempio da Plotino) con il termine
(archetypos; "archetipo"). Questa immagine qui rappresentata del "paradigma",
dell'"archetipo" del "cavallo" che risiede nel mondo delle idee vuole genericamente
raffigurare visivamente uno di quei "modelli" che per Platone sono privi di figura, di
colore e invisibili. Essendo puramente intelligibili, la loro esistenza, infatti, non pu
essere in alcun modo appurata per mezzo dei dati sensibili come la vista, ma solo
per il tramite dell'intelletto.
Per testimoniare l'essere delle idee, Platone porta l'esempio delle figure geometriche, dei solidi
platonici da lui stesso scoperti, dei triangoli e dei cerchi. In natura non esiste un cerchio o un
quadrato perfetto, che pur ogni individuo conosce sapendone calcolare area e perimetro. Una
tale capacit dovuta al fatto che l'intelletto vede al di l del sensibile un'idea di cerchio e
quadrato che non si trova nel mondo esteriore.
Soltanto nelle idee quindi si trova la dimora dell'Essere, che una dimensione trascendente
rispetto a quella della semplice esistenza. L'ontologia platonica si presenta cos come
"dualistica", comprensiva cio di due piani concettuali, quello delle realt sensibili e quello delle
idee, tra i quali esiste una differenza ontologica, incolmabile e costitutiva della loro stessa
natura. L'unico rapporto possibile tra il piano dei fenomeni e quello delle idee quello
"mimetico" (mimesis): ogni realt sensibile (ente) ha il suo modello (eidos) nel mondo
intelligibile. L'unico "salto" possibile tra i due livelli resta quello che pu compiere l'anima
umana, elevandosi attraverso la conoscenza dall'esistenza materiale a quella intellettuale.
Platone, come gi accennato, si rif alla concezione orfica pitagorica dell'anima, ove questa
infatti scissa in due parti: la prima, mortale, che muore insieme al corpo, e la seconda,
immortale, che secondo Pitagora si reincarna in altri corpi.
Ontologia e dialettica
Come conciliare la differenza tra mondo sensibile e intelligibile e tuttavia la loro
corrispondenza? Come partecipano tra loro i due piani della realt? A queste domande
chiamata a rispondere la dialettica.
Il problema legato storicamente alla presenza di Aristotele nell'Accademia, durante gli anni
della tarda maturit platonica. infatti presumibile che da un certo momento la critica
aristotelica all'ontologia della differenza abbia costretto il vecchio maestro a rivedere
criticamente le sue originali concezioni in funzione di un maggior "realismo" logico della teoria
delle idee. In altri termini, la domanda : se il mondo delle idee e quello empirico si

M. Di Febo Esame T102. Appunti pag. 14

contrappongono essere e non-essere che senso ha porre l'idea come causa della realt
apparente? Non sarebbe pi coerente concludere, come gi aveva fatto Parmenide, che esiste
solo il mondo delle idee, riducendo il mondo della natura a pura illusione?
La prima soluzione che Platone aveva cercato a questa aporia era stata la teoria della
partecipazione (mthexis): le entit particolari parteciperebbero ognuna dell'idea
corrispondente.
In una seconda fase, il filosofo aveva proposto come si visto la teoria dell'imitazione
(mimesis), secondo la quale gli enti naturali sarebbero imitazioni della loro rispettiva idea. A tal
proposito Platone introdurr nel Timeo, dialogo della vecchiaia, la figura del Demiurgo proprio
per attribuirgli il ruolo di mediatore tra le due dimensioni.[88] Il Demiurgo un semi-dio che
vitalizza il cosmo attraverso un'Anima del mondo, plasmando la chora, una materia gi
esistente ma sottoposta al caos, allo scopo di darle una forma sul modello delle Idee.[89]

L'Essere secondo Parmenide: chiuso e incompatibile con il non-essere

L'Essere secondo Platone: gerarchicamente strutturato secondo passaggi graduali che vanno
da un minimo a un massimo
Entrambe le risposte per mantenevano aperte molte e complesse contraddizioni di carattere
logico. In una terza fase Platone mette allora in discussione una delle basi parmenidee della
sua ontologia, quella dell'immobilit dell'essere, attuando quello che lui chiama un parricidio,
ritenendosi egli filosoficamente "figlio" di Parmenide. Ora infatti il mondo delle idee assume
l'aspetto di un sistema complesso, in cui trovano posto i concetti di diversit e molteplicit. Pi
che di una contrapposizione tra idea e realt, entra in gioco il principio della divisione
(diairesis) del mondo intelligibile, che consente di collegare dialetticamente ogni realt
empirica al suo principio sommo. Ciascuna idea si articola con quelle a essa subordinate (pi
particolari) e sovraordinate (pi generali), secondo regole dialettiche di somiglianza e
comunanza (generi, specie); in cima a tutte sta l'idea del Bene. In questa ipotesi teorica entra
in gioco la possibilit dell'errore: esso consiste nella determinazione di connessioni arbitrarie
tra generi e specie, non rispettose delle loro relazioni logiche. Viene inoltre profondamente
modificato il concetto stesso di "non-essere": esso non pi il "nulla", ma viene a costituirsi
come il "diverso", come un'altra modalit dell'essere. In altri termini, ora anche il non-essere
in certo qual modo , perch non pi radicalmente contrapposto all'essere, ma esiste in
senso relativo (relativo cio agli enti sensibili). Il non-essere esiste come "corrosione" o
decremento della bellezza originaria delle idee iper-uraniche calate nella materia per dare
forma agli elementi, in un sinolo o unit di materia e forma, come dir Aristotele; unione che si
decomporr poi con la morte o distruzione dei singoli enti.
La diairesi non elimina, naturalmente, il carattere trascendente delle idee, ma avvicina
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maggiormente il metodo dialettico alle possibilit conoscitive del metodo scientifico. Platone si
vede costretto a postulare una tale gerarchia o suddivisione della realt ontologica anche per
rispondere al problema sorto con Parmenide, da lui definito terribile e venerando,[90] circa
l'impossibilit di oggettivare l'Essere, al quale, secondo il filosofo eleata, non si poteva
attribuire nessun predicato. In tal modo per diventava impossibile conoscere l'Essere, e in
ultima analisi pensarlo: una condizione che secondo Platone equivaleva di fatto al non-essere,
del quale pure, a rigore, nulla si pu dire.
Nel Sofista, pertanto, Platone postula cinque generi sommi (essere, identico, diverso, stasi e
movimento) a cui tutte le idee possono essere subordinate; la conciliazione di unit,
molteplicit, staticit e movimento detto rapporto di comunanza (koinona).
Una notevole difficolt che s'incontra studiando gli ultimi dialoghi di Platone (Parmenide,
Sofista, Teeteto) la definizione di dialettica che Platone non d mai. Nella Repubblica Platone
ne parla come il metodo pi efficace per raggiungere la verit. Nel Fedro si trova che la
dialettica un processo di unificazione e moltiplicazione:[91] partendo cio da un'analisi di
certi fenomeni, si tratta di unificarli sotto un unico genere; mentre all'opposto la dialettica si
occupa anche di dividere un genere in tutte le specie che comprende sotto di s. Possiamo
forse dire che l'Idea di fatto un'unit del molteplice, che racchiude e assume in s la
caratteristica principale propria di alcuni esseri: si pensi ad esempio all'idea del bello che
unifica in s tutte le varie realt belle.
Nel Parmenide Platone d una dimostrazione di come lavora la dialettica all'interno del
discorso: si tratta di trovare tutte le risposte possibili a una domanda; poi, con un
procedimento falsificatorio, si proceder nel confutare a una a una le risposte date, sulla base
di certi principi; la risposta che non falsificata dal procedimento meno confutabile delle
altre e dunque risulta pi vera delle altre, mai per vera in senso assoluto. Si potrebbe
obiettare a questo punto che tale applicazione della dialettica non corrisponde alla pseudodefinizione datane da Platone nel Fedro. Tale obiezione si rafforza tenendo conto che nel Filebo
Platone riformula una nuova concezione. Nel dialogo infatti Socrate impegnato a definire che
cosa sia il piacere. Anzitutto i piaceri sono tanti oppure solo uno? Filebo non sa rispondere, e
allora Socrate pronuncia la famosa frase secondo cui i molti sono Uno e l'Uno molti.
Cosa significa quest'asserzione? Semplicemente ribadisce un principio proprio delle Idee, ossia
quella di essere uniche e perfette, eppure, nel contempo, di riflettersi nella molteplicit del
sensibile. La metodologia pi coerente dell'applicazione della dialettica probabilmente quella
esposta nel Sofista: si tratta del metodo dicotomico. All'interno di una domanda si tratta di
isolare il concetto che si vuole definire; nell'attribuire questo concetto a una classe pi ampia
nella quale siamo certi sia compreso il concetto medesimo; quindi nel suddividere tale classe in
due parti, pi piccole, per vedere in quale delle due sottoclassi ancora compreso il concetto
da trovare, e cos via, suddividendo finch non troviamo pi nulla da dividere e, dunque, la
definizione trovata proprio quella del concetto che volevamo spiegare. Pur presentandosi
come scienza (epistme), la dialettica, bene ribadirlo, solo un procedimento rigoroso, che
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per non riesce mai ad arrivare alla verit (sempre per il fatto che si serve dei lgoi). Si pu
dire allora che la scienza presentata da Platone non certo quella a cui cercher di approdare
ad esempio Cartesio nel Seicento, o in seguito Hegel. Da notare come anche Aristotele,
nonostante le sue critiche a Platone, collocava i princpi primi al di sopra del ragionamento
dimostrativo sillogista, giudicandoli raggiungibili solo attraverso l'intuizione intellettuale.

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