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1945-1950 - La "grande" ABBUFFATA

ANNO 1950
Le "Partecipazioni Statali": un sistema unico in Europa e forse nel mondo, una s
orta di "terza via" tra liberalismo e socialismo. Tanti effetti benfici ma anche
le ben note degenerazioni che trasformarono le "partecipazioni" nel dopoguerra
in un "campo dei miracoli" tutto italiano, anche questo "unico al mondo". Del r
esto Pinocchio nato in Italia, e di "Pinocchi" nel dopoguerra ne spuntarono fuor
i un reggimento, sotto la regia di alcuni singolari personaggi con la vocazione
a fare il "gatto e la volpe".
Questa la pagina del pi grande mistero d'Italia. Un mistero su milioni di miliard
i.
Ma che cosa hanno lasciato Mussolini e Beneduce?
In quali mani andato a finire tutto quel ben di Dio che si chiamava IRI ecc. ?
E chi ha preso soldi (banche e privati) dove si cacciato?
Ha creato un'azienda sua o degli italiani?
RISPOSTE
Dopo la guerra lo slogan fu uno solo su ogni cosa:
"Chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato"
A tutte queste 4 domande rispose con una famosa inchiesta UGO ZATTERIN nel 1950,
svelandoci molti retroscena. La prima domanda - cosa ha lasciato?- la singolare
e inquietante risposta "...nessuno ne sa niente", anche se molti su quel "Ben d
i Dio" ci hanno messo le mani, e molti vanno affermando con disinvoltura "...si
ho ricevuto qualcosa, ma non ricordo quanto, come e quando".
Infatti l'Ente che aveva erogato i finanziamenti, o non possiede una lista, oppu
re se ne aveva una, quest'anno (1950), prima ancora di fare verifiche e chiedere
i rimborsi, improvvisamente viene sciolto. Da chi perch? un mistero !
I soliti "poteri forti" nell'ombra di qualche "salotto buono" zitti zitti, si sp
artirono il "malloppo".
Reciproco patto:
"Io non so nulla cosa hai tu ricevuto,
e tu non sai nulla cosa ho ricevuto io; chiaro?".
La puntata di
Beneduce-Cuccia
l'abbiamo gi letta: un imprecisato intreccio aggrovigliato di grandi industrie e
grandi banche, i cui nomi e i cui finanziamenti ricevuti durante il regime li
conoscevano solo pochi; forse nemmeno Mussolini. O se li aveva questi nomi Musso
lini, sparirono a Dongo. E qui sorge il sospetto che in "quelle carte" c'era ben
altro (Non solo il carteggio Churchill)
(Comunismo e imprenditoria strinsero nel '45 un patto di ferro- questo noto).
Un vago accenno su certi traditori che "hanno solo improntitudine e gola di guad
agno" Mussolini lo fa nella sua ultima intervista, cinque giorni prima di essere
catturato a Dongo (
vedi intervista
), ma gi lo aveva fatto con molto anticipo in quel 25 ottobre del 1938 quando in
modo sprezzante si rivolse a "quel mezzo milione di vigliacchi borghesi che si a
nnidano nel nostro Paese". Ai quali negli anni precedenti aveva offerto tutto, d
enari, onori, prestigio e in molti settori, il bastone di comando.
Infatti, finita la guerra questa grande labirinto finanziario diventato tortuos
o per tutti. Ma a muoversi dentro con disinvoltura qualcuno per rimasto. Le "emin
enze grigie" del "potere forte" e delle "regie occulte" il filo di Arianna loro
lo hanno bel saldo in mano. "L'uomo che sapeva tutto" ed agiva nella massima di
screzione i degni eredi li aveva lasciati, ma erano altrettanto silenziosi e dis
creti quanto lui. Mai, il primo (Beneduce) rilasci in tanti anni una sola interv
ista, come poi suo genero (Cuccia) nel complessivo arco di un intero secolo. Cio
100 anni di imprenditoria italiana avvolta nel mistero.
Ugo Zatterin inizia cos la sua inchiesta, uscita nel marzo del 1950, su Oggi:
-----------------------------------------------------"L'on Piero Malvestiti, sottosegretario al tesoro, un uomo di studi e di lavoro

indefesso, ma non chiedetegli a quanti miliardi ammontino le "partecipazioni fin


anziarie" dell'ex Stato fascista. Vi risponder con un gesto desolato "Non ne ho l
a minima idea". Anche il dottor Gaetano Balducci, ragioniere generale dello Stat
o, un autentico dominatore dei bilanci nazionali, ma non pregatelo di fornirvi l
'elenco completo e sistematico delle "partecipazioni". Si scuser cortesemente, vi
spiegher che un elenco completo non esiste e che il sistema ancora da inventare:
al ministero posseggono soltanto un approssimativo elenco alfabetico, dove l'IR
I (la creatura di Beneduce- l'Istituto per la Ricostruzione Industriale - un col
osso) collocato disinvoltamente tra l'Istituto Poligrafico e un banale Istituto
Sperimentale delle foglie di tabacco. Non deve far meraviglia, quindi se il pres
idente del consiglio, trovatosi tra i piedi all'ultimo momento un ministro come
La Malfa, esperto di economia, gli abbia affidato il compito di ricercare nei me
andri del demanio tutte le "partecipazioni finanziarie" dello Stato, condizione
indispensabile per poterle in un secondo tempo, organizzare e quantificare. (ins
omma per riprendersi lo Stato quello che i "beneficiati" avevano avuto "quasi in
regalo": cio i finanziamenti dello Stato, cio da "Mussolini-Stato", innanzitutto)
Le "partecipazioni finanziarie" (ripetiamo creatura di Beneduce, nata per volont
di Mussolini) costituiscono gli interventi dello Stato nell'economia privata. Es
se si realizzano nei modi e con i riflessi pi diversi. Esistono infatti attivit i
ndustriali gestiti da amministrazioni pubbliche, con patrimonio personale, e bil
ancio non distinti da quello dello Stato: gli arsenali, i polverifici, i laborat
ori aeronautici, gli stabilimenti chimici, e simili retrobottega della difesa na
zionale; cos la zecca, l'istituto superiore di sanit, l'istituto del restauro, la
calcografia, il gabinetto fotografico, i laboratori delle case di pena; in total
e quasi duecento unit. Seguono le aziende autonome, che hanno bilancio separato e
particolari ruoli per il personale: le ferrovie, le poste, i telegrafi, i monop
oli, le strade nazionali, le foreste demaniali, fino ad arrivare alle banane afr
icane (su queste ci mise le mani un famoso ministro; si prese cio - di soppiattol'intero monopolio. Ndr).
Una terza categoria, la pi vasta e pi complessa, raccoglie invece imprese finanzia
rie o industriali, con personalit giuridica, bilancio, patrimonio e dipendenti pr
opri, nelle quali lo stato interviene alla pari con i cittadini, partecipa alla
fondazione apportando capitali liquidi o in natura (es. Agip), Banca Nazionale d
el Lavoro, Istituto Mobiliare Italiano, IRI ecc.); o acquista direttamente dell
e azioni (esempio Monte Amiata, Cogne, Cinecitt); o diventa azionista indiretto,
quando il pacchetto azionario sia in possesso di un ente creato sostenuto con ca
pitale statale (es. tutte quelle imprese dipendenti direttamente o indirettament
e dall'IRI, che sono centinaia, ma che ognuna ne controllano a loro volta altre
centinaia - che spesso prosperano perch sono fornitrici delle prime).
Esistono per infinite altre figure di "partecipazioni". Le Terme demaniali, gesti
te direttamente o date in concessione (A chi? un mistero! E chi le ha liquidate?
un altro mistero). Cos molti altri enti controllati dal ministero dell'Agricoltu
ra, Unsea, Upse, Consorzi Agrari ecc.; Gli Istituti previdenziali pi importanti:
INPS. INAIL, INAM, INA, ognuno dei quali per suo conto controlla altre imprese e
conomiche, nate spesso come satelliti per fornire i vari pianeti. Aziende ibride
, come "La Provvida", l'ARAR, o il GRA incaricato di gestire il parco automobili
ceduto dagli alleati, il CIP, che doveva contemporaneamente coordinare e discip
linare l'approvvigionamento dei combustibili liquidi. Enti vigilati dal ministe
ro dell'Industria: l'Ente assistenza alle piccole industrie, l'Istituto cotonier
o, l'Ente serico, l'Ente zolfi, l'Ente per la cellulosa, e per la carta. Le gest
ioni speciali, Commissioni per i Combustibili liquidi, Comitato carboni. Commiss
ioni dell'industria che hanno (perfino) il potere di imporre tributi particolari
. E non dimentichiamo tutte le innumerevoli spiagge demaniali marine date in con
cessione, o le stesse Colonie Marine e Montane. Eccetera. Eccetera. Eccetera
E' una massa fluida e caotica, di estensione imprecisata un intreccio aggrovigli
ato, una tela di ragno di nomi, sigle, cifre. Per tutti inestricabile. Perch sott
ratte alla vista, o perch dissimulate, o perch mascherate, o perch messe con noncur
anza nel mucchio.
Nell'abbraccio generose e spregiudicato i principali complessi siderurgici dell
o Stato si trovano accanto all'Istituto per il Dramma Antico (!), le pi grandi c

ompagnie di navigazione sono accanto all'Azienda Zootecnica Pavese, le banche on


nipotenti accanto all'Associazione Macellai (!) o all'Accademia di Santa Cecilia
, alla Cassa sottufficiali, o all'Ente per la tutela del Passero Solitario o del
Lupino Dolce.
Ognuna di queste entit, nel suo piccolo o nel suo immenso sforzo di espansione, p
artecipa a sua volta alla vita di altri enti e organismi, come fondatrice o come
azionista, direttamente o indirettamente, cos i tentacoli dello Stato si allunga
no e si moltiplicano forse suo malgrado nel sottobosco parastatale, penetrando n
ella finanza e nell'industria privata, aumentando oneri, doveri, responsabilit e
pericoli per il pubblico denaro.
In tale numerosa figliolanza e nepotanza, la primogenitura morale e insieme la p
arte del "figlio, prodigo" spetta certamente all'IRI. Lo Stato lo ha partorito (
vedi in altre pagine, in quelle di Beneduce) in un impeto di piet e di demagogia,
dandogli i capitali necessari per salvare di volta in volta le imprese sull'orl
o della rovina; e l'IRI, nella sua magnanima opera di soccorso, ha steso rapidam
ente le mani sulla maggioranza o sulla totalit delle azioni di oltre 250 grandi c
omplessi finanziari ed industriali, di cui una quarantina in perpetua liquidazio
ne.
L'intreccio divenne in certi casi miracolistico. L'industria veniva finanziata d
a una banca sottraendogli azioni e mettendo i propri funzionari nei consigli d'a
mministrazione, oppure la stessa industria sottraeva azioni alla banca ed entrav
a nei consigli d'amministrazione della stessa con i propri manager o gli stessi
proprietari, cos attingeva al credito facile con il risparmio. Questo dopo che lo
Stato aveva finanziato sia la banca che l'industria medesima. (E chi era questo
Stato? Ma la "fata turchina!")
Questo gigante dai piedi di argilla che l'Iri, pu cos vantare (allora, nell'immedi
ato dopoguerra e ancora oggi (anno 1950 Ndr.) il suo dominio su un quarto (!) di
tutta la "raccolta" bancaria italiana, un quarto (!) della produzione elettrica
nazionale, il 57 (!) per cento dei telefoni attivi, il 43 (!) per cento della
produzione siderurgica, l'80 (!!!) per cento delle costruzioni navali, oltre che
su notevoli quote nell'industria meccanica minore. Nei suoi registri di imperso
nale e caleidoscopico padrone, sono segnati i nomi della Banca Commerciale, del
Credito Italiano, del Banco di Roma, del banco di Santo Spirito (le altre banche
, Il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, la banca del Lavoro, il Monte dei Pas
chi e la banca Popolare di Novara sono istituti di diritto pubblico, onde lo Sta
to complessivamente ha in sua mano pi che il 95 (!!!!) per cento dell'attivit cred
itizia), tra le sue aziende elettriche presente il gruppo SIP, con la RAI, la Ce
tra, la Sipra, e la casa editrice che li difende; tra le telefoniche figura la S
TET, con la TELVE e la TIMO; attraverso la "holding" FINSIDER si fanno avanti la
TERNI, l'ILVA, le acciaierie di Conegliano, e di Dalmine; nella FINMARE conflui
scono la societ di navigazione Italia, il Lloyd Triestino, l'Adriatica e la Tirre
na; la FINMECCANICA raccoglie i cantieri Ansaldo, i cantieri riuniti dell'Adriat
ico, il cantiere di Trieste, la Odero-Terni-Orlando e la Navalmeccanica; in appe
ndice seguono anche la San Giorgio, la Metalmeccanica, l'Alfa Romeo, la Motomecc
anica, la Filotecnica Salmoiraghi, l'ex silurificio di Napoli.
Ma lo Stato attualmente non solo non riuscito ad organizzare con un unico piano
tutte le sue "partecipazioni", ma neppure a coordinare la gestione di ciascuna a
zienda dove il mosaico dei funzionari designati dal tesoro, dalle finanze, dall'
industria, dal commercio estero, dall'agricoltura, e da altri ancora, fa s che og
ni amministratore agisca indipendentemente dagli altri, come se il proprio minis
tero soltanto abbia vera importanza, e il resto siano degli inutili intrusi.
Vien subito da riflettere che un governo capace di manovrare l'IRI come si usa u
no strumento organico ed articolato, potrebbe controllare senza fatica tutta (!!
!) l'economia nazionale, imprimerle i pi utili indirizzi, dirigerla (!!!) second
o l'interesse economico e sociale del Paese.
Il controllo c', viene fatto puntualmente, con una monotona meccanicit, ma con dub
bia armonia, dalla direzione del demanio e dalla ragioneria centrale, cio dal min
istero del Tesoro e dal ministero delle Finanze da cui rispettivamente esse dipe
ndono. Uno non sa cosa fa l'altro. (sembra un vero e proprio "patto di ferro" re
ciproco. Ndr.)

Meticolosi controlli, nessun calcolo sbagliato, nessuna virgola fuori posto, nul
la sfugge all'occhio vigile dei vari Ispettorati. Il riscontro perfetto, meticol
oso, la legge pu riposare tranquilla. Ma sufficiente questa pulizia formale perch
il Paese possa anch'esso riposare tra due guanciali?.
La vita di un'impresa economica deve essere s onesta, ma anche intelligente, poic
h il rispetto della legge un superfluo snobismo se la gestione segna sempre il pa
ssivo maggiore dell'attivo. Oltre i sindaci in qualsiasi azienda esiste un consi
glio di amministrazione che si preoccupa degli scopi economici per cui essa stat
a creata. Nelle "partecipazioni" gli amministratori sono tutti funzionari statal
i, ove lo Stato detenga la totalit delle azioni, o un insieme di funzionari e di
privati, proporzionalmente al pacchetto azionario posseduto. Questi funzionari s
ono generalmente degli ottimi impiegati, scelti dai diversi ministeri interessat
i alla gestione di ciascuna azienda. Ognuno di loro rappresenta il proprio minis
tro, ma solo il proprio ministro, a lui riferisce con zelo e disciplina, ma a lu
i soltanto, e secondo i criteri particolari della propria amministrazione. I pi,
inoltre, non si occupano di una sola azienda, ma di molte nello stesso tempo, al
cune di natura assai diversa tra loro; non quindi esagerato il sospetto che essi
difficilmente possano controllarle tutte con piena coscienza e che la loro infl
uenza, l dove dividono le responsabilit con amministratori privati risulti per for
za di cose limitata; n deve sembrare offensivo il pensiero che i compensi aggiunt
i per tali prestazioni straordinarie li mettano alla pari dei consiglieri privat
i d'amministrazione, perch spesso durante le liquidazioni, si trasformano contro
llori di s medesimi.
Nel complesso dell'IRI, l'insufficienza del controllo statale ancora pi palese. O
rganismi di grande impegno economico e politico come l'Ansaldo o la banca Commer
ciale, rendono conto della loro vita una volta all'anno in un'assemblea dove lo
Stato rappresentato da un timido delegato IRI , il quale a sua volta riceve ist
ruzioni da un mastodontico istituto che, per recenti disposizioni fa capo assai
genericamente al Consiglio dei Ministri e si limita a presentare alle Camere un
altrettanto generico bilancio annuale. Chi dunque potr giudicare obbiettivament
e quali imprese meritino il danaro dello Stato? Chi potr valutare a nome dello St
ato l'economicit delle singole gestioni? Chi si preoccupa di inquadrare l'attivit
di ogni "partecipazione" nella politica generale del governo? Chi decider l'elim
inazione degli Enti superflui? Chi si prender la briga di portare a termine le l
iquidazioni, alcune delle quali durano da lustri (es. il Credito Marittimo in li
quidazione dal 1925) e che dureranno probabilmente fin che un liquidatore e alcu
ni impiegati non rinunceranno al proprio stipendio e fin quando andranno in pens
ione.
Apatia, abulia, forse una vena abile di corruzione, hanno finora ridicolizzato l
e "partecipazioni finanziarie" dello Stato. Una successione di interventi massic
ci, che costituisce gi lo schema formale di una autentica nazionalizzazione, prat
icamente manovrata da una ventina di famiglie, cui appartengono le chiavi dei pr
incipali consigli di amministrazione. Ogni azienda procede infatti per suo conto
e per suo conto succhia quattrini all'erario. Un consigliere delegato o un dire
ttore generale sono i veri padroni che di solito rammentano l'esistenza di una "
partecipazione" dello Stato al momento di pagare i salari alle esuberanti maestr
anze. Un principio stato solennemente canonizzato nella vita dell'IRI: pi un'azi
enda pesante e malata, tanto minore in proporzione la presenza del capitale e de
l rischio privato. Una conclusione stata accettata senza ribellione: che le soci
et IRI rappresentino un curiosissimo tipo di impresa, in cui la minoranza privat
a trova quasi sempre i mezzi per imporsi alla maggioranza statale.
Il nostro governo ha seguito finora la strada peggiore per un vero capitano d'in
dustria. S' lasciato guidare dalla piazza e dalla demagogia, ha fatto la politica
di Di Vittorio e quella delle clientele. Ha garantito obbligazioni industriali
per centinaia di miliardi e non stato capace nemmeno di segnarsele tutte su un
pezzo di carta, come farebbe uno strozzino qualunque, cos da sapere il totale dei
rischi a cui si esposto. O almeno dove mandare una lettera di sollecito quando
ne pretende la legittima restituzione.
Il governo nel '47, ad esempio ha creato il FIM (Finanziamento all'Industria Mec
canica - chiamato anche "rosario dei miliardi") , ha distribuito altri miliardi

alla Fiat, alla Caproni, alla Ducati, alla Breda, alla Isotta Fraschini, alla Sf
ar, e a tante altre. Ora lo stesso governo la FIM l'avvia verso la liquidazione
senza essere stato rimborsato che in minima parte dei suoi prestiti (9 li ha per
si, 31 sono esposti in aziende malatissime quindi inesigibili; e prima del Fim a
ltri 15 erano stati distribuiti "graziosamente": e senza pratici risultati, a ca
usa della nota "politica di cassa", onde i quattrini in alcune aziende sono semp
re arrivati molto in fretta, in altre sempre molto tempo dopo le richieste e sp
esso ci che avrebbe potuto sanarsi un mese prima, diventato insanabile un mese do
po, quando erano gi fallite.
Inoltre le critiche pi forti rivolte alla FIM sono due e fondate: di essere stato
troppo banchiere al momento di dare il danaro ad alcune aziende, e troppo poco
dopo averlo dato ad altre. In altre parole il FIM nel concedere le sue grazie ad
alcune aziende si comportato come una banca privata, piuttosto esoso pretendend
o interessi elevati, prestando a scadenza cos breve da non coprire in certi casi
neppure un ciclo di lavorazioni, e pretendendo tali garanzie ed ipoteche (e anch
e un immediato rientro) da trasformare spesso un'operazione sociale in una vera
e propria tirannia speculatoria. Per contro lo stesso FIM in alcune grandi azie
nde non si minimamente preoccupato di controllare dove e come venivano spesi i s
uoi soldi. Insomma "mano forte" in alcune "mano guantata" in altre.
I suoi uomini di fiducia il FIM li sceglie con criteri che esulano quasi sempre
dall'economia e dal buon senso. Es. alla Ducati di Bologna, estromessi i fondat
ori (ovviamente tecnici), la direzione stata affidata ad un ex direttore di ban
ca (ovviamente non tecnico). Alla Breda viene nominato commissario governativo i
l presidente di una associazione calcistica romana, che si desiderava sostituire
nella sua carica sportiva. Dai campi di calcio alle locomotive.
Adesso all'IRI, il pi importante organismo della ricostruzione italiana, in test
a alla lista dei possibili presidenti il senatore Corbellini. Nell'accettare la
candidatura senza esitazione, si spiegato chiaramente: "Se D'Aragona ha potuto p
rendere il mio posto alle ferrovie, io posso benissimo diventare presidente dell
'IRI".
Guidare le aziende certi funzionari lo hanno preso per uno sport, da praticare
dilettantisticamente nel tempo libero, un giorno qu e un giorno l.
Mentre IRI significa, centinaia di aziende, decine di migliaia di operai, centi
naia di miliardi di capitali. Ma purtroppo il tutto sotto un solo consiglio di a
mministrazione composto di otto funzionari ministeriali, in tutt'altre faccende
affaccendati, e di cinque privati cittadini, che dirigono per conto loro il "dir
igismo" (cos lo chiama La Malfa) dello Stato italiano.
Al FIM ora faranno il funerale dopo aver in due anni e mezzo prestato, con risul
tati modesti, 65+15+10 miliardi (pari a 2500 di oggi anno 2000) alle industrie
meccaniche; lo accompagneranno al cimitero critiche e minacce e una polemica mai
finita. Il compito cui doveva far fronte era arduo: intervenire in quella "cris
i di riconversione" in quelle aziende attrezzate soprattutto per la guerra, per
sostituire macchinari, riconquistare i mercati perduti, diminuire i costi, migli
orare i prodotti.
Qualcosa si ottenuto, alcune aziende non grandissime (Marelli, Tosi, Macchi, Gal
ilei, Piaggio, Borletti, Siemens, Siai e altre) hanno preso prestiti e li hanno
restituiti fino all'ultima lira compresi gli interessi e hanno ripreso a vivere
di vita propria.
Quelle invece dove le commesse di guerra nel passato incidevano per una buona me
t della produzione normale, dopo nutrite e ripetute iniezioni di miliardi che han
no permesso di sostituire i macchinari vecchi con i nuovi, sono state poste in l
iquidazione per quattro soldi (aziende "buttate via come ciabatte", l'espression
e di un ministro competente). Poi dopo aver messa in liquidazione la stessa FIM
i grandi complessi che le hanno assorbite quelle aziende ora non pagheranno nem
meno una lira. Saranno doppiamente premiate. Hanno speso quattro soldi e si sono
liberate di fastidiose concorrenti.
Tutto a spese del contribuente.
E dunque morto il FIM. Liquidato. L'ultimo espediente con cui si era cercato di
dare ossigeno all'economia italiana. Ma l'intervento disordinato e incompetente
si rivelato alla fine in un'opera di beneficenza sproporzionata con risultati ra

ggiunti molto modesti. Vogliamo pensare che sia accaduto solo per i primi due mo
tivi - ma allora giusto che l'economia sia libera e non pi controllata dallo Stat
o con commissari governativi, magari stimatissimi, ma inidonei, perch sommersi da
i problemi tecnici, dalle camarille e dal gioco sotterraneo degli interessi che
si svolgono intorno alle grandi aziende.
La lezione pu servire, per le sorti dell'industria italiana, che dipendono da ben
altre cose che dalle raccomandazioni di De Gasperi, dall'intransigenza di Pella
, dalle minacce di Togni e tanti altri. E' mille volte allora pi giusto credere n
ella libert e continuare a dare fiducia all'iniziativa privata, anche dentro le p
iccole aziende, dove un industriale intelligente pu escogitare mille soluzioni pe
r rendere prospera la propria azienda, senza dover ripetere - come fanno invece
i grandi complessi- il monotono ritornello dell'inflazione, minacce di licenziam
enti, fisco esoso, o chiedere svalutazioni della moneta per le proprie esportazi
oni. Altrettanto di monotona vacuit il "piano" che sbandiera la CGIL, panacea un
iversale di tutti i mali. Il risultato di entrambi la solita minaccia di questa
serrata o di quello sciopero, che fa spegnere i sogni del pi capace pianificatore
costretto a rompere sempre l'equilibrio di intelligenti programmi.
Ma non ci illudiamo. Le "partecipazioni" ci sono ancora; tanti enti come il FIM
ci sono ancora; e a Roma esiste ancora la inveterata consuetudine di spedire nel
le fabbriche lombarde, emiliane, piemontesi, degli ottimi -non lo mettiamo in du
bbio- professionisti romani, forse stimatissimi a palazzo di Giustizia, ma tropp
o facili a restare sommersi da problemi che non capiranno mai. I loro piani andr
anno sempre a catafascio, i miliardi arriveranno sempre non nel posto giusto opp
ure fuori tempo, e il disordine invece di diminuire aumenter; ovviamente a spese
del contribuente.
Resta ora il grande carrozzone IRI.
Quanto durer non lo sappiamo. Ma se continua troveremo i soliti commissari govern
ativi a sedersi nelle poltrone dei consigli di amministrazione a parlare di ceme
nto e di marmellate, di tondini di ferro e di vermut, di pesce conservato e app
arecchi radio, di petrolio e banane. Senza capirci nulla, senza conoscere di og
ni settore il mercato, n il libero mercato.
Molte societ operano anch'esse nei pi disparati mercati, ma hanno un proprio disti
nto management; non possono affidarsi a improvvisati consiglieri che pretendono
addirittura di modificare strategie produttive e commerciali; non vogliono ogni
due mesi correre il rischio di trovarsi sull'orlo del fallimento n vogliono sper
are quelle illusorie boccate di ossigeno che spesso o non arrivano o arrivano in
ritardo.
Non ci resta dunque che sperare, che lo sviluppo economico del Paese percorre
altre strade.
Ma non facciamoci illusioni. Stiamo parlando di far finire un carrozzone, propri
o nel momento in cui se ne sta aprendo un altro. Ieri 10 agosto stata istituita
la Cassa del Mezzogiorno con un piano di investimenti a lungo termine per lo svi
luppo economico delle regioni meridionali.
A "lungo termine". Significa tanti anni. Quanto coster al Paese quest'altro carr
ozzone, lo sapranno forse solo i nostri figli o addirittura i nostri nipoti".
UGO ZATTERIN, Oggi, marzo 1950