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IL LIBRO DEI MANTRA

IL RITMO SACRO DELLA PREGHIERA

Testi di Gisella Melluso,


a cura di Luigi Colli e Pier Giorgio Viberti

Sulle rive del Gange


e dell'Indo

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Quando la gente dice: onora questo Dio,


onora quell'altro dio (uno dopo l'altro)
parla già della sua creazione.
Egli stesso è tutti gli dèi

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La breve citazione che precede proviene dalle Upanishad, una raccolta di testi scritti nell'arco di due
secoli, il VII e il VI a.C. Il pensiero religioso indiano, nell'affermazione dell'unità al di là della
pluralità, esprime qui compiutamente un punto d'arrivo che è a tutt'oggi uno dei suoi caratteri
peculiari. Ma quale ne è stato il percorso?

Le Upanishad costituiscono l'ultima parte dei Veda (Conoscenza). Sono questi ultimi un ricco
complesso di inni, esorcismi, parole e formule sacre che documentano l'evolversi delle tendenze,
delle credenze e delle pratiche di cui è intessuta la storia spirituale dell'India. Vi convivono infatti
elementi molto diversi. In primo luogo alla cultura indigena originaria si sovrappose quella
importata dagli Ari, che invasero la pianura del Gange intorno al 1500 a.C. e vi si stanziarono. Così
è possibile distinguere nel pantheon vedico divinità come Vishnu e Shiva, di origine sicuramente
non aria, e dèi ari che incarnano invece forze naturali o sono collegati alle caste dominanti.

Analogamente, sul piano della spiritualità, si può cogliere nei Veda la tendenza tipicamente
orientale a porre l'accento sulla meditazione e sull'ascesi come mezzi per raggiungere la perfezione
interiore, e quella invece derivante dalla cultura aria a sottolineare il ruolo fondamentale del
sacrificio. In secondo luogo non può sfuggire un netto contrasto tra il politeismo popolare e la
metafisica 'attiva' (cioè non speculazione astratta, ma conoscenza vissuta) dell'èlite, per cui tutta la
realtà è intesa come un principio unico di natura spirituale. Tratti così diversi sono potuti e possono
convivere (oggi l'induismo conta circa settecento milioni di fedeli) perché l'Induismo non ha un
impianto dogmatico né si propone come una religione rivelata nel senso comune del termine. Si
tratta, piuttosto, di un atteggiamento mentale, se non addirittura di un modo di essere, in cui domina
la tendenza a comporre i contrasti in un un'unità superiore piuttosto che a quella a farli emergere.

Da ciò, una considerazione preliminare: molte sedicenti 'scuole esoteriche' europee sfruttano l'ansia
da noi sempre più diffusa di una realizzazione spirituale e, manipolando il pensiero indù in modo
del tutto improprio, fanno proseliti per fini tutt'altro che nobili. Concetti complessi, come per
esempio quello di karman o quello di 'reincarnazione', trovano spesso un'applicazione e un'adesione
distorta rispetto alla loro genuinità. Così il 'vero' karman non è, per restare negli esempi, una sorta
di fato terribile e immodificabile, ma piuttosto la propensione di una creatura a realizzare in ogni
atto che compie il proprio destino; e così la reincarnazione non è la ripresa di una immaginaria vita
passata o il ritorno dalla morte di un defunto, ma una sorta di 'eredità psichica' nel complesso tema
della trasmigrazione e della rigenerazione dell'anima.
D'altra parte non sarebbe ragionevole attribuire all'Oriente, e in questo caso all'India, il monopolio
della conoscenza spirituale, perché sarebbe un errore analogo a quello di chi sostiene la superiorità
assoluta della cultura europea. Si dovrà invece ammettere che la tradizione indù è una delle forme
in cui si è espressa, per usare la definizione di A. Coomoraswamy, la philosophia perennis
dell'umanità, nell'ambito della quale l'amore della sapienza e la conquista di verità universali non
possono essere rivendicati da nessun popolo e da nessuna epoca come un possesso esclusivo.

Le scritture sacre

Il patrimonio scritturale dell'induismo, sorgente e norma di fede, è complessivamente definito come


Veda. Il riconoscimento della loro sacra autorità è il principale criterio di riferimento per decidere
se una corrente religiosa delle molte determinatesi in India appartiene o meno all'induismo. I Veda,
nel loro complesso, contengono una rivelazione (shruti), e in questo senso si definiscono 'ispirati',
ma non si tratta della rivelazione di verità trascendenti, bensì, di quali siano i riti che esprimono e
realizzano l'ordine (rta) del mondo. La fede, pertanto, consiste nella conoscenza (veda, appunto) di
tali riti. Alla testa dei Veda ci sono quattro raccolte di versi, di cui la più antica è costituita dai
Rigveda, ovvero da inni per il sacrificio.

Pare siano stati composti in Iran e che solo in un secondo tempo siano stati adottati in India nei riti
sacrificali. La seconda e terza raccolta (Yajurveda e Samaveda) sono costituite rispettivamente da
aforismi e melodie liturgiche la cui ispirazione resta comunque connessa al sacrificio. La quarta e
più recente (Atharvaveda) contiene formule magiche ed esorcistiche. Il successivo blocco è quello
dei Brahamana, commenti in prosa dei suddetti libri rituali. L'ultima raccolta è quella degli
Aranyaka, o 'testi della selva', la cui parte finale è nota con il nome di Upanishad.

Brahamanesimo e Induismo

Da un punto di vista diacronico (accostando cioè il pensiero religioso dell'India per come è andato
formandosi attraverso il tempo), il Brahamanesimo ne è la forma più antica.
Ai Veda scritti in versi, di formazione, come si è detto, molto eterogenea, si aggiunsero attorno
all'VIII secolo dei commenti in prosa, i Brahamana: non sono più i poeti, ma i sacerdoti della casta
dominante che rielaborano e interpretano l'antica fede e impartiscono direttive sull'organizzazione
del culto.

- Le caste -

L'aspetto più appariscente del primato sociale raggiunto dai sacerdoti fu il consolidamento del
sistema delle caste, che essi ebbero buon gioco, per l'ascendente che avevano sul popolo, a far
passare come una disposizione dell'Essere Supremo Brahama.

All'origine le caste erano quattro: al vertice c'erano appunto i sacerdoti, detti brahamani, che
Brahama aveva tratto dalla propria testa perché esercitassero un controllo 'ispirato' sul rito e sul
culto; venivano poi i guerrieri, tratti dalle braccia di Brahama, con compiti anche di governo; al
terzo posto si situavano i contadini e gli artigiani, provenienti dal ventre di Brahama, e infine,
provenienti dai suoi piedi, c'erano i servi. Gli individui che non avevano avuto diretta origine da
Brahama erano giudicati immondi (paria). Gli studiosi ipotizzano che il rigore con cui venne
applicata questa divisione fosse dovuto al tentativo della minoranza aria di tutelarsi rispetto alla
grande massa di indigeni.
Sta di fatto che, dopo che la situazione determinatasi ebbe un suggello religioso, le caste divennero
con il passare del tempo sempre più numerose, tanto che oggi se ne contano circa duemila. Ogni
casta fa risalire le proprie origini a un dio, ha compiti pubblici specifici e pratica una morale interna.
Vengono rispettati l'obbligo dell'endogamia (ci si sposa solo all'interno della casta) e il divieto di
prender cibo ed esercitare attività lavorative con i membri di un'altra casta.

- Culto e rito -

Ma se il ruolo dei brahamani fu determinante dal punto di vista sociale, con effetti che hanno
profondamente inciso sul destino storico dell'India, la loro incidenza in ambito religioso non fu
meno significativa. Essi diedero un ulteriore impulso alla tendenza aria (indoeuropea), già
documentabile nei Veda più antichi, ad assegnare al sacrificio come forma essenziale del culto
un'importanza fondamentale nel rapporto tra l'umano e il divino. Secondo i brahamani nell'atto
cultuale, correttamente compiuto secondo le regole dettate dagli dèi, assume concretezza il
brahaman (al neutro), ovvero si esplica la stessa energia che presiede a tutto l'universo. La
rispondenza tra la formula rituale e la realtà cosmica non è riduttivamente simbolica, ma
efficacemente attiva. Chi esegue correttamente il rito è in grado, per il tramite del brahaman, di
dominare il mondo e cooperare all'ordine universale; il brahaman (e il termine è in questo contesto
di genere maschile, indicando l'uomo investito di brahaman) accede dunque a un potere cosmico.

Si legge per esempio nei Brahamana:

sacrificio è l'uomo. Poiché l'uomo lo compie quando lo compie, lo fa nell'esatta misura dell'uomo.
La barca che conducono il padre e il figlio non subisce danno. Il sacrificio è la barca degli dèi.
Va da sé che nel Brahamanesimo, la realizzazione spirituale debba necessariamente passare dalle
opere (via delle opere), mentre come si vedrà, tale realizzazione può ottenersi nell'induismo vero e
proprio percorrendo cammini interiori, con l'esercizio di particolari tecniche o discipline quali lo
Yoga o il Mantra.

- L'uno, la pluralità, il tutto -

Il rito precede dunque il pensiero metafisico, che ne è una derivazione. Le Upanishad, nominate in
apertura di capitolo, documentano questo punto d'arrivo. Sul piano cronologico, non furono
elaborate a grande distanza dal periodo in cui nacque la filosofia greca, prima come ricerca della
causa o dei principi primi e poi, con i Sofisti e con Socrate, come scoperta della soggettività. Ma
mentre nella nostra cultura speculazione e religione si evolvono in linea di massima su due piani
distinti, in ambito indù l'evoluzione del pensiero è costantemente alimentata dalla volontà di
salvezza.
Nelle Upanishad al brahaman come realtà' delle realtà, intelletto supremo e imperscrutabile, si
oppone, all'apparenza, l'atman, l'anima individuale. L'opposizione è, tuttavia, un mero prodotto
dell'imperfezione contingente degli uomini e per conseguenza la causa della loro infelicità.

Nella realtà vera brahaman e atman coincidono: il mio essere profondo non è altro dal profondo
dell'essere. La beatitudine consiste proprio nella conquista di questa fusione.

Colui che ha trovato e destato il sé,


possiede il mondo.
Anzi, egli è il mondo.

E ancora, sempre dalle Upanishad:


In verità anche se un uomo compie una grande e santa opera, ma non sa che il mondo intero è il
Brahama o il Sé, e che io sono il Brahama o il sé, quella sua opera alla fine perisce. Solo l'opera di
colui che adora il sé come realtà unica non perisce.
L'opera che non perisce non è più l'atto cultuale prescritto dai brahamani come segno tangibile della
propria adesione all'ordine del mondo. E non è nemmeno il karman di segno positivo (l'azione
buona), ovvero l'energia che si sprigiona dall'agire umano che ha potere di interrompere la
trasmigrazione dell'anima. E' l'azione senza alcuna partecipazione emotiva; è, al limite, astensione
dall'azione.

Per definire l'obiettivo finale nella ricerca della salvezza si sono appena dovuti introdurre il concetto
di karman e quello della trasmigrazione dell'anima, il samsara.

In effetti, risolto sul piano teologico, il problema del rapporto tra brahaman e atman, trattato e
indagato all'interno dei sei sistemi ortodossi del pensiero indù (Sankhya, Yoga, Nyaya, Vaisheshika,
Mimansa e Vedanta), si delineò successivamente la dottrina che interpreta il mondo fenomenico,
nell'esperienza individuale, come un fiume di rinascite.

L'uomo, di fatto, agisce e ciascuna delle azioni (karman) che impegnano la sua esistenza condiziona
il suo futuro. Ogni atto, a seconda della minore o maggiore consapevolezza spirituale con cui è
compiuto, vincola più o meno l'atman al mondo dei fenomeni e lo condiziona proporzionalmente a
proseguire o a interrompere il ciclo di reincarnazione.

- Le scuole ortodosse -

Per raggiungere la consapevolezza come liberazione delle catene della materia, onde recuperare una
condizione umana integrale (affine per certi aspetti all'immortalità edenica perduta da Adamo ed
Eva), l'induismo classico propone diversi percorsi, o punti di vista (in sanscrito: darshana).

SANKHYA

Questo punto di vista entra nel merito della natura della sostanza primordiale. Essa rappresenta lo
stato di equilibrio di tre componenti (guna): la bontà (sattva), l'affettività (rajas) e l'ignoranza o
oscurità (tamas). Queste tre componenti sono le parti costitutive, in proporzioni diverse, di tutte le
cose evolute; la natura peculiare di ogni cosa, o di ogni individuo, si determina in base alla
predominanza dell'una o dell'altra. Esse sono comunque in se stesse le sostanze elementari alla base
della materia primitiva (prakriti), ciò per cui essa si distingue dallo Spirito eterno (purusha).
La dottrina analizza così i diversi modi in cui si struttura il mondo fenomenico nella sua
molteplicità.
Per quanto riguarda gli esseri viventi, sono tra l'altro ad essi attribuite delle specifiche qualità: la
qualità sonora (shabda), tattile (sparsha), visiva (rupa), gustativa (rasa) e olfattiva (gandha). Tali
qualità si possono concepire solo idealmente, poiché appartengono alla realtà sottile, che è invisibile
e include appunto anche gli organi sottili dei sensi.

Esse si manifestano in effetti nei cinque elementi del corpo tangibile (bhutas), ma sono riassorbite
dalla realtà sottile al momento della morte fenomenica.

YOGA
La parola significa 'unione', ma anche 'regola'. Si tratta di una tecnica ascetica che ha un punto di
partenza fisiologico nel controllo della respirazione, o meglio dell'intervallo di tempo tra
un'ispirazione e un'espirazione, che viene notevolmente allungato. L'obiettivo spirituale sottostante
è quello di favorire l'azione del prana (la forza vitale, che è esplicazione dell'anima universale intesa
come soffio divino che permea tutta la realtà). Il passo successivo consiste nel controllo delle
facoltà legate alla sensazione e all'azione, favorito da esercizi corporei particolari. Ci si concentra
poi su un punto, esterno o interno al corpo, che può essere anche un pensiero, un'immagine, una
parola o un simbolo. Il prolungarsi di questa concentrazione arriva ad abbattere di fatto il dualismo
soggetto oggetto: gli oggetti cosiddetti reali perdono di rilievo, così come possono essere vissuti
come reali degli oggetti intangibili. A questo punto mondo interno e mondo esterno si sono
integrati, realizzando quell'unione intima con il divino che è lo scopo ultimo della disciplina.

NYAYA

Con il significato di metodo, o logica, è il darshana da assumere nell'interpretazione delle Scritture


Sacre, i Veda. La logica, ovvero la facoltà di pensare, di riconoscere e distinguere i particolari, di
valutare le cose e i loro rapporti, di giungere a cogliere le relazioni intime fra le componenti del
reale superando i limiti dei sensi, è lo strumento in cui l'uomo deve far uso nel perseguire la
conoscenza. Al di là della divisione interna in sedici parti, con dettagliate istruzioni applicative, è
interessante sottolineare che la logica indù non è affatto di tipo formale. Identica attenzione è infatti
riservata tanto agli strumenti razionali che l'uomo applica al mondo fenomenico per acquisirne la
conoscenza, quanto al mondo fenomenico in sé: non ci sarebbe nulla di reale se la conoscenza fosse
separata dal suo oggetto.

- VAISHESHIKA -

La parola significa in sanscrito 'cosa individuale' ed è quella che definisce il punto di vista
cosmologico, onde giungere alla conoscenza dell'effettiva natura del singolo oggetto appartenente al
mondo manifesto. Si danno pertanto una definizione e un'analisi dei cinque elementi costitutivi dei
corpi (buthas), che sono l'etere (akasha), l'aria (vayu), il fuoco (tejas), l'acqua (ap) e la terra
(prithvi). Il Vaisheshika al suo interno si articola in una prima parte che tratta della sostanza, intesa
come esistenza corporea, e dei suoi rapporti con il soggetto (per esempio lo spazio e il tempo);in
una seconda parte che prende in esame le qualità o gli attributi degli esseri manifesti in rapporto alla
sostanza, in una terza che definisce l'azione che un soggetto deve compiere e il modo in cui deve
porsi nei confronti delle cose (karman); in una quarta che analizza le diverse qualità del molteplice;
in una quinta che si diffonde sulle particolarità delle suddette qualità; infine in una sesta e ultima
parte che affronta il tema dell'unione tra la sostanza e i suoi attributi.

- MIMANSA -

E' il quinto darshana. Significa 'riflessione profonda' e si applica a sua volta allo studio dei Veda.
All'interno di un approccio unico si distinguono due punti di vista: quello relativo alla riflessione
sul karman, che entra nel merito dell'atto (o azione che dir si voglia) e degli effetti che ne derivano,
e quello che si addentra nella conoscenza di Brahama.

Nel trattare del modo e delle condizioni in cui si devono eseguire i riti, si spiega anche il significato
degli elementi simbolici che in essi intervengono e ci si occupa anche dei mantra, per suggerire che
uso farne a seconda delle situazioni e classificarli secondo i loro ritmi.

- VEDANTA -
E' il punto di vista che si fonda essenzialmente sulle Upanishad e documenta la profonda riforma
dell'Induismo operata da Sankaracarya (788-820 d.C.). Vi sono elaborati i concetti fondamentali di
brahaman, atman, karma, samsara e così via, cui si è già accennato, e vi è proposto il fine ultimo
della liberazione (moksha), come risultato di una piena adesione alla dottrina della non dualità
(advaita).
La distinzione tra uomo e uomo, e uomo e assoluto, è dunque illusoria. Questo non significa tuttavia
generico panteismo, perché il divino resta sempre qualcosa di più rispetto al mondo, e racchiude in
sé tanto l'assoluto quanto la realtà fenomenica. Si può allora parlare piuttosto di 'panenteismo': tutto
è in dio.

- Un dio, tanti dèi -

Nelle scuole ortodosse così rapidamente passate in rassegna si esprime quella sostanziale identità
tra ricerca della conoscenza e volontà di salvezza che abbiamo detto costituire una delle principali
differenze tra il pensiero indù e la speculazione occidentale. Assumendo dunque, con questa
importante precisazione, la metafisica monistica del Vedanta come un punto di arrivo, resta da
vedere come tale impostazione si sia potuta conciliare tanto con le credenze politeistiche del
popolo, quanto con quelle più raffinate, ma comunque sempre politeistiche, dell'élite, incentrate su
tre divinità: Brahama, Shiva con la sua sakti Parvati (o Kali, che è un aspetto di quest'ultima) e
Vishnu con la sua sposa.
In effetti il pantheon indù è uno dei più affollati di tutta la storia delle religioni senza parlare delle
varie categorie di 'demoni' di cui pullula il mondo, da quelli che disturbano i riti per vanificarne
l'efficacia a quelli che portano le malattie e le disgrazie. Tanta varietà trova spiegazione, oltre che
nell'originaria confluenza della religiosità indigena con quella indoeuropea, nell'atteggiamento
spirituale di fondo dell'indiano, che lo induce a dare un nome e un volto alla presenza divina,
avvertita e scoperta ovunque.
La pietà popolare può ben convivere con il pensiero e il misticismo monistico perché gli dèi sono
vissuti da una parte e dall'altra come teofanie particolari, e transitorie, dell'Assoluto. E ciò vale sia
per la spiegazione (minoritaria) del politeismo secondo la quale le varie divinità non sono che nomi
diversi dello stesso dio, sia per quella, più diffusa, secondo cui ne sarebbero le successive
incarnazioni.
All'interno di questa cornice generale si sono tuttavia sviluppate correnti religiose particolari, che
meritano qualche parola di spiegazione.

- SHIVAISMO -

Shiva costituisce con Brahama e Vishnu la Trimurti (Trinità, o Triade) del pantheon indù, ed è il dio
al quale sono dedicati più templi che a qualsiasi altri. Di origine assai probabilmente non aria,
compare nei Rigveda con il nome di Rudra, il signore degli animali, e incarna in questo caso la
forza distruttrice. Un impulso particolare al culto di Shiva venne a seguito del movimento religioso
fondato da Lakulin nel II secolo a.C. (devoti di Pasupati) e successivamente da quello detto shaiva, i
cui seguaci sono chiamati shakta. In entrambi i sistemi si adottano pratiche yoga e in entrambi resta
ferma l'articolazione interna della Trimurti in cui Brahama, il creatore, è estraneo ai mutamenti del
mondo, mentre Vishnu incarna il principio conservatore e Shiva quello di trasformatore e
distruttore. Ma Shiva è anche il prototipo e il signore degli asceti. Sdoppiato nella propria shakti
Kali che, come elemento femminile, ne assorbe e ne esprime l'energia, può così essere rappresentato
immotamente seduto, assorto nella meditazione yoga.

- SHAKTISMO -
Shakti è dunque l'energia del dio, quel principio dinamico che spiega l'esistenza del mondo
sensibile senza compromettere l'unità dell'Assoluto. In questo senso ogni divinità della Trimurti ha
la sua shakti, anche se i nomi possono variare a seconda dei contesti. Nella coppia Shiva Shakti,
entità non divise, ma formanti l'uno, Shiva è l'aspetto statico e Shakti l'aspetto dinamico della
coscienza. L'Energia Suprema di Shiva, femminilmente gestita, è l'unica causa del mondo. La
principale differenza tra lo Shivaismo e lo Shaktismo consiste nel fatto che il primo indirizza la
meditazione e la concentrazione su Shiva come coscienza statica e il secondo su Shakti come
energia dinamica. Si individua poi una parentela con la dottrina della non dualità (advaita) del
Vedanta, per cui il mondo è una manifestazione illusoria, ma nel contempo tutte le manifestazioni
sono reali, come aspetti dell'ultima realtà.

L'energia che Shiva esprime attraverso la Shakti è un movimento che provoca le distinzioni tra il
suono (shabda), l'oggetto (artha) e la cognizione (pratyaya). Il mondo dei suoni, delle cose e dei
pensieri è dunque la manifestazione dello Spirito non dualistico. L'evoluzione si compie dal sottile
al materiale, ma la realtà, di per sé trascende il piano della materia, della vita e dello spirito. Nel
processo evolutivo si sono distinte una prima creazione 'pura', riconducibile a cinque categorie
(tattvas), e una successiva creazione impura, distinguibile in trentuno categorie. La prima di queste
è Maya, la potenza che rende possibile nel suo moto costante la determinazione di una moltitudine
di anime e di cose, che noi confondiamo con la vera realtà. Per questo è spesso chiamata 'velo
dell'illusione' e la sua magnifica danza ci affascina e ci distrae al punto di impedirci di vedere che
tutta la materia è sostanzialmente identica.
A Maya seguono le categorie degli 'involucri', come i limiti temporali o spaziali, l'attaccamento a
cose particolari, i saperi settoriali... l'anima, categoria successiva, è appunto avviluppata in essi. Poi
viene Prakriti, la sostanza universale.
Il processo evolutivo si attua a questo punto con la manifestazione dell'intelletto, quella
dell'individualità (che si dettaglia in seguito nei cinque organi dei sensi, in quelli dell'azione e nelle
cinque essenze degli elementi) e infine nel mentale. Dalle cinque essenze degli elementi derivano i
cinque elementi fisici: etere, aria, fuoco, acqua e terra.
Tutto ciò riguarda l'evoluzione del mondo degli oggetti (arta prapanca). E' interessante osservare,
nel contesto di un libro sui mantra, come il mondo dei suoni presenti un'evoluzione analoga (shabda
prapanca).

VISHNUISMO: LA VIA DELLA BHAKTI

La base dottrina della corrente vishnuita deriva dal Vedanta, mentre lo spirito religioso che la
pervade è centrato sulla 'partecipazione' affettiva (bhakti) dei fedeli all'amore personale del dio e
sull'abbandono alla sua grazia salvifica.

Vishnu, come si è detto, è nella Trimurti la divinità benevola, che conserva e redime il mondo. Nel
Vishnuismo lo si adora sotto quattro emblemi e gli si dedica la recitazione di un mantra particolare.
La corrente prese il via attorno al sesto secolo a.C. con i Bhaghavada, o adoratori del Signore, ma si
espresse compiutamente nel suo afflato spirituale circa tre secoli dopo nel Bhagavad Gita (cantico
del beato), che costituisce il sesto libro della lunga epopea Mahabharata.
In esso Krishna, che come il forte e virile principe Rama nell'epopea del Ramayana, è
un'incarnazione di Vishnu, è un dio personale, conosce e ama le sue creature e insegna loro la via
della salvezza. Nella ricerca spirituale possono essere utili lo yoga, purché finalizzato all'unione con
il dio o l'azione buona (karman) purché compiuta per solo amore di dio. Comunque questi salva, se
è nei suoi disegni, con la sua grazia, indipendentemente dai meriti personali, dal culto e dai riti.

All'uomo non resta che avere una fiducia totale nella sua bontà e affidarglisi totalmente: in ciò
consiste la via della bhakti o della donazione del sé.

Un tardo esempio del culto particolare dedicato a Vishnu è il seguente inno rivolto al dio, opera di
Thukaram (XVI secolo d.C.).

- Il patrimonio epico -

L'opera scritta più voluminosa (circa centoventimila strofe) di tutta l'India, anzi, di tutto il mondo,
s'intitola Mahabharata (La grande lotta dei Bharhata), ed è il risultato di aggiunte progressive
attorno a un nucleo centrale (le vicende di un'antica stirpe regale indiana) che ebbero luogo nel
corso di vari secoli, per opera di autori che ci sono ignoti. Va da sé che presenti un carattere
enciclopedico e che racchiuda praticamente tutto il patrimonio religioso e narrativo sacro e profano
dell'India antica. Il Bhagavad Gita, o Cantico del beato, fa parte del sesto libro ed è incentrato sul
dialogo tra Krishna, il dio incarnato, e Arjuna, il guerriero simbolo di tutti gli uomini. Carattere più
unitario ha il Ramayana. La tradizione lo attribuisce a Valmiki, l'Omero, ovvero il primo poeta
dell'India antica (quarto secolo a.C. circa). Come dice il titolo, l'argomento è costituito dalle 'gesta
di Rama', un eroe mortale che per le sue virtù e il suo coraggio, è considerato un'incarnazione di
Vishnu.

Mi sottometterò ora al tuo volere,


che tu mi voglia salvare o far perire,
che tu mi voglia tener vicino o scacciare,
o gettare nella guerra dei sensi.

Ti ho cercato nella mia ignoranza,


non sapendo nulla della vera devozione.

Ben poco potevo sapere io, uno sciocco,


più abietto degli abietti.

Non posso tener ferma la mia mente;


non so controllare i miei sensi.

Ah, come ho cercato la pace!


Invano: non c'è sollievo per me.

Ora vengo a te con una fede totale,


depongo la mia vita ai tuoi piedi.

Fa', o dio, quello che credi meglio;


in te, solo in te, è la pace.

Confido in te e, misero essere umano,


mi aggrappo alle tue vesti con tutta la forza
che ho.

Poca è la mia forza, dico io, Tuka;


la forza, da ora, è compito tuo.
- SIKHISMO -

Nel passaggio tra l'antico Brahamanesimo e il più moderno induismo, fallito il tentativo dei grandi
filosofi dell'ottavo secolo di estendere a tutto il territorio indiano una riforma che recuperasse lo
spirito delle origini, la figura più significativa fu Kabir (1440-1518). Egli polemizzò contro
l'esteriorità del culto, l'idolatria, le caste, la stessa autorità dei Veda. Con lui prese il via un
movimento che, per iniziativa di Nanak (1469-1538), avrebbe poi assunto un carattere politico.
Dal punto di vista religioso tale movimento mirò a trasformare l'induismo in una sorta di teismo
scevro di pratiche idolatre, che potesse raccogliere, senza distinzioni di caste, i credenti in un unico
Dio. Ben presto all'impulso religioso fece seguito un'organizzazione potente e centralizzata, che la
lotta contro i sovrani mongoli e musulmani trasformò in una chiesa militante. Il decimo guru,
Govind Singh, ne fece una teocrazia militare, dichiarando chiusa la successione dei guru terreni e
proclamando il Granth Sahib, il libro sacro, l'unica guida dei Sikh. Nel loro tempio di Amritsar non
ci sono immagini, e il culto si esprime esclusivamente in recitazioni e canti trattati dai testi sacri.

Fuori dall'induismo
Per quanto i confini dell'induismo, data l'abbondanza delle sette, a loro volta differenziate all'interno
da un'infinità di varianti, siano estremamente dilatati ed elastici, è difficile dire se il Sikhismo ne
faccia propriamente parte perché, al di là di alcuni elementi comuni come certi riti privati,
l'adesione al panenteismo del Vedanta o il culto del guru (il maestro spirituale), resta pur sempre
messa in discussione l'autorità assoluta dei Veda. E' invece meno problematico considerare
decisamente esterni all'induismo tanto il Kainismo quanto il Buddhismo, sorti a un secolo di
distanza l'uno dall'altro.

JAINISMO

Questa forma di spiritualità eterodossa rispetto all'induismo nacque come reazione alla dittatura
clericale esercitata dai brahamani sulla vita religiosa degli Indù.
Prese origine dalla predicazione di Parsva (settimo secolo a.C.), ma fu Jina (il vittorioso) Mahavira,
asceta e predicatore errante vissuto un secolo dopo, contemporaneo del Buddha, a conferirgli una
definitiva sistemazione. Anche il Jainismo come il Buddhismo rifiuta i Veda e il sistema delle caste.
Ogni uomo vale non per la sua collocazione sociale, ma per l'esistenza che conduce. La forma di
vita ideale è quella monastica, tanto per gli uomini quanto per le donne, benché non sia esclusa la
possibilità della condizione secolare. Non esiste una divinità suprema, anzi, più propriamente non
esistono gli dèi, ma solo santi, cioè individui che hanno raggiunto la perfezione. Le anime sono
eterne e sottoposte a continue reincarnazioni, fino a quando non sono riuscite a liberarsi dal peso del
karman, che in questo contesto ha il significato di impurità materiale. Raggiunto l'obiettivo della
redenzione, possono godere della beatitudine dell'Isatpragbhara, il paradiso che si trova al di sopra
dei cieli.
Il credo jainista comporta una severa condotta ascetica. I fedeli non ricercano la sofferenza, ma
mortificano comunque la carne astenendosi dal cibo e dall'igiene. Poiché professano un rispetto
assoluto per la vita, anche nei suoi più bassi stadi di evoluzione, badano a non recare il minimo
danno ad alcun essere vivente, e ritenendo forme di vita anche le pietre e l'acqua, non praticano
l'agricoltura.

BUDDHISMO
Le origini del Buddhismo sono da ricercarsi nella predicazione di Siddharta Gautama (o Gotama),
discendente di una nobile famiglia dell'India settentrionale, nato attorno al 560 a.C.

Non ancora trentenne, lasciò la moglie e il figlio per mettersi alla ricerca della verità, conducendo
una vita eremitica. Una notte, mentre era assorto in meditazione, ebbe un'illuminazione, che costituì
il punto di partenza di un'esperienza spirituale privilegiata. Da allora venne detto Buddha,
l'illuminato. Datosi alla predicazione, espose a Benares la sua dottrina, che gli fece trovare da subito
dei discepoli.

La spinta alla ricerca fu, per Buddha, lo scontro con il problema del dolore: nascita, malattia,
infelicità, morte... Questa consapevolezza, relativa alla condizione umana, è anche la prima tappa
della meditazione buddhista tradizionale, oltre che la prima delle 'quattro nobili verità' predicate dal
Buddha a Benares. Lo stadio successivo consiste nel riconoscere che tutte le forme di sofferenza
nascono dal desiderio; il punto d'arrivo diventa, inevitabilmente, la necessità di eliminare il
desiderio. E questa è la via di mezzo, tra i piaceri e l'ascesi vera e propria, proposta dal dharma, la
dottrina del Buddha. L'eliminazione del desiderio, tuttavia, non passa dall'esercizio della volontà,
ma dal superamento dell'ignoranza, che induce a fissarsi sull'io e sul mondo visibile. Il primo passo
è il rispetto dei cinque precetti (non uccidere, non rubare, non fornicare, non mentire, non bere
bevande inebrianti), ma la spinta all'ascesi spirituale viene dalla meditazione che, con la conquista
dell'autocoscienza, rende possibile la pace interiore e fa acquistare una capacità di penetrazione
intuitiva della realtà. Raggiunto questo stadio, si passa, per vari gradi, all'estasi (samadhi), che
comporta una sorta di 'svuotamento' della coscienza dai suoi contenuti limitati per una fusione con
la realtà unica e totale. La meta ultima è il nirvana, ovvero, la liberazione in cui l'io, senza per altro
annullarsi, si fonde nel tutto come la goccia d'acqua nel mare, e diviene purezza assoluta, pienezza
di libertà, sapienza e beatitudine.

Con la protezione e l'impulso datogli dall'imperatore Asoka (272-231 a.C.) il Buddhismo da piccola
setta di asceti, si dispose a diventare un orientamento spirituale tra i più importanti di tutto l'oriente.
L'elemento più antico della tradizione buddhista è costituito dal Vinaya, nato per disciplinare la vita
monastica e indicare le condizioni ideali per la meditazione. Storicamente, segna il passaggio dal
monachesimo individuale e itinerante a quello comunitario e stabile. Sul piano dottrinale i seguaci
del buddhismo arrivarono così a disporre di tre gioielli: il Buddha, la sua dottrina (dharma) e la vita
monastica comunitaria (sangha). L'accentuazione dell'aspetto monastico sfociò nello Hinayana
(piccolo veicolo), una forma di buddhismo molto severa ed elitaria, che rivendica a sé l'ortodossia
della dottrina e, pur convenendo sul fatto che lo stato di buddha non abbia costituito una prerogativa
del solo Gautama, lo ritiene raggiunto o raggiungibile da pochissimi. D'altra parte, visto che il
Buddha ha conseguito il nirvana, non ha più alcun rapporto con il mondo sensibile ed è pertanto
inutile invocarlo. Infine la salvezza resta un fatto individuale, frutto della disciplina e della
meditazione al di fuori da qualunque contatto con l'esterno della comunità.

L'altra importante forma che assunse il Buddhismo, a prescindere dalle molteplici sette secondarie,
è il Mahayana, o grande veicolo. Elemento centrale di questo orientamento è la concezione del
Buddha come bodhisattva, ovvero come colui che è destinato all'illuminazione. Gautama ritardò
volontariamente il suo accesso al nirvana per aiutare gli altri a trovare il cammino della salvezza,
esprimendo concretamente virtù della carità e della compassione, non conciliabili con il proposito
della sola salvezza personale.
Per questo è legittimo, anzi, doveroso, tributargli un culto. La pratica di queste virtù può benissimo
essere perseguita nella vita secolare; la compassione ha lo stesso valore della sapienza
contemplativa e a nessuno è preclusa la possibilità di diventare un bodhisattva.

LA MUSICA INDIANA

In quest'occhiata panoramica sul patrimonio religioso dell'India occorre prendere ancora


rapidamente in considerazione la musica e in particolare il suo uso nell'antica liturgia vedica, poiché
i mantra sono 'anche' espressioni musicali. La civiltà musicale indiana presenta una singolare
complessità storica e geografica: numerose teorie e pratiche compositive, tra loro dissimili, si sono
sviluppate le une accanto alle altre, sovrapponendosi, senza annullarsi reciprocamente, come invece
è avvenuto all'interno delle culture occidentali. Questo ha salvaguardato l'esistenza delle forme
musicali più antiche, particolarmente di quelle legate all'Induismo. Ne è prova il fatto che, ancora
oggi, degli appartenenti alle caste più umili conoscono interi canti tratti dai testi classici della oro
fede. Ciò è stato in parte reso possibile dal fatto che, intorno al 200 a.C., ai primi quattro Veda,
patrimonio esclusivo della casta più elevata, si affiancò il natyaveda, destinato a tutte le caste. Uno
pseudo attore, conosciuto come Bharata, estrasse dai quattro Veda antichi gli elementi per comporre
una specie di trattato di musica vocale, destinata al culto di Brahama. Quella strumentale è invece
collegata al culto di Shiva.

Al di là degli aspetti tecnici resta ferma in tutta la civiltà musicale indiana una fede ben precisa
nella natura sovrumana delle divinità o delle leggi che regolano l'universo. Si ritiene che ogni
sonorità (ahatanada) discenda da un suono non manifesto (anahatanada), la cui essenza è spirituale.
Quest'ultimo può essere percepito anche dall'uomo se si mette sulla via dell'ascesi e dello yoga:
quando la musica sovrumana gli si rivelerà, dovrà ricercarvi solo la beatitudine liberatrice dai sensi.

Anche nell'ambito delle musiche liturgiche o d'ispirazione spirituale si possono incontrare


atteggiamenti esterni e accenti musicali differenti gli uni dagli altri, in quanto la fede dei popoli
indiani si presenta con mille sfumature e volti diversi a seconda che prevalga la spinta devozionale
(collettiva) o la meditazione (individuale). Nel testo induista Vakya padiya è scritto: "Il suono
intesse tutta la conoscenza. Tutto l'universo poggia sulla risonanza". Questo concetto si collega al
mito di Shiva, il dio creatore dei cinque poteri cosmici (produzione, conservazione, distruzione,
incarnazione e liberazione) e allo stesso tempo distruttore del mondo: la distruzione avverrà quando
Shiva ripeterà la danza cosmica da cui prese vita tutto ciò che nasce, si muove e si deteriora sulla
Terra.

Uno dei filoni più antichi della musica indiana risale al VI secolo a.C. ed è conosciuto con il nome
di bhairava. Basato su una scala di cinque suoni (do, re bemolle, fa, sol, la) e praticato dalle
popolazioni agricole dell'India settentrionale, esso ha influenzato tutta la musica indiana.
Il secondo sistema si sviluppò con la ripresa, cui si è già accennato, della tradizione vedica: si tratta
di musica vocale e monodica, che fu presentata da Baratha ma risale a pratiche antichissime.
Dei libri vedici quello che propone la forma più solenne di musica religiosa è il Samaveda, che
prevede una completa articolazione delle sillabe e delle parole, in un ambito che tocca l'intera
ottava. I testi del Rigveda erano invece eseguiti come dei recitativi sillabici nell'ambito di tre soli
toni, mentre lo Yayurveda prevedeva un'intonazione per ogni versetto sacrificale.

Il sistema musicale indiano poggia su una grammatica che regola e controlla lo sviluppo melodico e
ritmico della composizione trascurando la componente armonica (i sette gradi a denominazione
fissa sono: sha, ri, ga, ma, pa, dha, ni). Nei tempi vedici il ritmo e la melodia s'articolavano nella
sfera sacrale, sulla scala discendente di fa (fa, mi, re, do, si, la, sol) mentre la musica profana, che
allora muoveva i primi passi, preferiva gli andamenti ascendenti.

Questa grammatica, successivamente, si arricchì sino a comprendere scale a nove suoni, ciascuno
dei quali veniva posto in correlazione con una delle vocali dell'alfabeto sanscrito e con i pianeti
visibili e invisibili del sistema solare. La codificazione teorica di questo ampliamento delle scale si
ritrova in trattati anteriori all'età cristiana. Ci fu poi un'ulteriore evoluzione che portò a contenere
ventidue suoni ineguali (shruti), ordinati secondo sottili affinità espressive e non, come presso i
Greci, sulla base di un sistema matematico. Gli shuri (dal verbo shuri, udire), divennero poi
sessantasei, perché l'intonazione degli strumenti indiani, specialmente quelli a corda, era libera e
pertanto poteva cambiare anche di un minimo intervallo percepibile dall'orecchio, se emesso in
successione melodica.

La varia combinazione dei sette suoni e la particolare disposizione degli shruti nella scala davano
origine a diverse tecniche con le quali erano composti i canti (raga), ognuno dei quali possedeva
una precisa fisionomia, a cominciare dalle intonazioni della scala di base (i principali erano 36, di
cui 6 raga e 30 ragini). Altri modi che costituiscono i raga sono: una scala di base da cinque a nove
suoni fondamentali, come modalità d'attacco di ciascuna variazione o esposizione del tema e la
periodica apparizione di due note che stanno tra loro in rapporto di quarta e che segnano l'inizio di
ogni nuovo periodo del discorso musicale.

Nell'area indiana esistono più di 1600 raga, che però non sono tutti in uso (un musicista ne studia
circa un centinaio). Ai nostri tempi, la musica indiana è assai diversa dall'antica, anche se nei libri
musicali in uso si continua a parlare di shruti, di raga e di ragini. A trasformarla hanno contribuito,
nonostante l'attaccamento degli Indù alle tradizioni, le usanze e le forme straniere che le conquiste e
i rivolgimenti politici hanno introdotto nel Paese.

IL RITMO DEL RISVEGLIO SPIRITUALE

Quanto detto finora ci consente finalmente di entrare nel merito dei mantra, che della spiritualità
orientale costituiscono uno degli aspetti più profondi e originali.
Assimilarli alla preghiera, così come noi la intendiamo, può generare degli equivoci. Così come il
pensiero metafisico e la prassi rituale, anche il significato di mantra ha subìto, con il passare dei
secoli, un'evoluzione. Da strumento di devozione nei Veda più antichi, diventa vera e propria
formula magica nell'Atharvaveda, impiegata per accattivarsi il favore delle varie divinità. Pertanto
in questo testo sacro sono indicati i mantra per scongiurare i malefici, per avere dei figli, allontanare
le malattie, e così via. Nei Brahamana il mantra è un aspetto fondamentale del rito sacro di cui non
tutti sono in grado di penetrare il significato occulto. Infine, nelle Upanishad, può definirsi sì una
forma di preghiera, ma solo nel senso tipicamente orientale del termine: non cioè, come richiesta di
protezione o atto di lode e devozione nei confronti di una divinità trascendente con parole scelte dal
fedele, ma come strumento potente, se non lo strumento per eccellenza, mediante il quale la sua
mente può sperimentare la realtà assoluta.
Per comprendere come ciò sia possibile occorre precisare come il pensiero induista concepisce la
parola (vak) e il suono (shabda).

LA PAROLA (O VERBO)

Vak, elemento fondamentale di ogni formula mantrica, è sia un verbo (parlare) sia un sostantivo
femminile; quest'ultimo, a sua volta, ha la doppia valenza di parola e di voce, ovvero del suono che
la produce. Ogni parola contiene poi intrinsecamente un significato supremo (para), sottile
(sukshma) e materiale (sthula). Pertanto, nel suo senso più elevato, Vak è il Verbo divino nella sua
funzione creatrice e nello stesso tempo il suo effetto sottile e il suo effetto materiale. Nel momento
in cui la divinità produce un movimento attraverso il verbo, questo diventa para vak, la parola
suprema. In seguito l'impulso creativo, sempre mediante il verbo, diventa parola sottile che avvia la
creazione e, infine, entra nella realtà sotto forma di suono dell'uovo d'oro, vale a dire dell'uovo
cosmico nel cui stadio più alto si trova il brahaman (nel significato neutro del termine). Da questo
stato matrice si genera Shabda, il suono. Infine questo si manifesta nell'uomo mediante le lettere e il
linguaggio parlato.
Gli Indù ritengono che prima che la creazione avesse luogo l'essere supremo si trovasse in uno stato
di riposo, che rappresenta il primo grado della realizzazione dell'assoluto. Questo stato non
comporta né suoni, né oggetti, né idee divine; pertanto non ci sono né nomi (nama), né forme
(rupa). Qui è il punto d'origine dell'impulso creativo (Bindu), da qui si attiva l'energia che mette in
azione le forze e che promuove attraverso il Verbo, il movimento delle forze nell'universo.
Tale stimolazione è la causa della manifestazione del mondo.

In un antico testo vedico è detto: "Dio pronuncia la parola, e le cose appaiono". Lo stesso concetto è
espresso nelle Sacre Scritture ebraiche dove il verbo divino è a sua volta dotato di potere creativo.
Come attesta la Genesi: "Dio disse 'Luce sia' e la luce fu". E ancora nei Veda si legge: "All'inizio
era Brahaman, e con lui era Vak". La parola potenzialmente contenuta in Brahaman, nasce da lui
come energia creatrice. Pertanto Vak è anche da intendersi come la Shakti di Brahaman.

I MOLTI VOLTI DI VAK

Ciò che induce l'uno a farsi multiplo per uniformarsi a tutti gli esseri e comprenderli è Kama, il
desiderio sessuale nel significato più nobile e sacro, come slancio iniziale creativo. Il desiderio
umano, e la conseguente procreazione, ne sono delle emanazioni limitate.

In questo senso Kama, dio dell'amore, è il primo dio di cui l'Atharvaveda propone l'adorazione e
disciplina il culto. Egli è l'origine di tutte le cose e Vak, che rappresenta la volontà divina, ne è la
figlia.

In altri testi Kama è identificato in Prajapati, il Signore delle creature. Anch'egli "manifestò", così è
scritto, "una volontà: Possa io essere moltiplicato! Egli possedeva Vak. Era nata da lui e permeava
ogni cosa esistente". E, dopo l'emissione di Vak: "Tramite il suo spirito Egli si è unito a lei che
rimase gravida. Vak era sorta da lui e penetrava ogni cosa, e nuovamente rientrò in lui".

Nel Mahabharata è invece Vak che assume un altro nome, quello di Sarasvati. Fu Sarasvati a
inventare la scrittura, perché potessero essere conservati tutti i canti che traevano da lei ispirazione;
fu lei a creare la musica, perché potesse essere cantata la grazia del suo essere. Nella sua identità
con Vak fece venire in essere tutte le parole della lingua sanscrita, comprese le Scritture Sacre, per
cui è chiamata Madre dei Veda. Essa diventa la sposa di Brahama, che se ne serve per portare in
esistenza il mondo. In proposito si può leggere in un testo vishnuitico: "Brahama trasse dalla sua
stessa sostanza una femmina, che prende i nomi di Satarupa (dalle mille forme), Sarasvati, Gayatri e
Brahamani".
In un commento a un verso che abbiamo riportato in riferimento a Prajapati (tramite il suo spirito
egli si è unito a lei) è spiegato che i Veda collocano prima della creazione la Parola, da cui sono
derivati l'universo degli dèi (devata) e la vita terrestre, in tutte le sue manifestazioni.
La creazione prende il via da un movimento nella sostanza cosmica, e il suono di questo movimento
è il mantra OM. Così si è posta la dualità, così la divisione della coscienza in Spirito e Materia.

IL SUONO

L'uomo riconosce il movimento del mondo attraverso l'applicazione dei sensi (indryas) che, nella
dottrina indiana, non sono da intendersi come le facoltà percettive di un soggetto, ma le facoltà
mentali dei sensi stessi. Tale movimento è colto dall'intelletto e dall'orecchio come suono, così
come l'occhio lo scorge in una forma o in un colore e la lingua nel gusto.
Se avessimo la possibilità di udire il suono prodotto dalla forza creatrice, avremmo scoperto il nome
archetipo di tutte le cose, ma il nostro orecchio non ha tali capacità. Secondo le Scritture, oggi lo
Yogi può giungere a questa meta ambita tramite l'approfondimento dello yoga, che poi trasmette ai
suoi discepoli. Il Mantra shastra cioè i mantra 'rivelati', indicano attraverso i Bija Mantra (mantra
'semi'), i nomi archetipi delle cose.

Per esempio il suono spirituale della forza energetica del fuoco è udibile per lo Yogi attraverso il
suono RAM. E ancora il suono che causa e crea una funzione vitale, come la respirazione, è
rappresentato dall'energia contenuta nel suono archetipo HAMSA: se potessimo cogliere il suono
della nostra respirazione ci accorgeremmo che l'espirazione ha il suono di SA e l'inspirazione quello
di HAM.

La dottrina tradizionale insegna dunque che la totalità del mondo è nata dal 'suono spirituale', per
cui il supremo signore che porta a compimento la creazione servendosi di tale suono è detto Shabda
Brahaman. Anche in ciò si conferma la convinzione per cui la via evolutiva procede dal sottile, o
spirituale (ciò che non si riesce a vedere con gli occhi, cioè dal mondo non-manifesto), al materiale
(ciò che Maya ci fa scorrere).

L'insegnamento indù sostiene ancora che, corrispondenti alle categorie della creazione pura, ci sono
anche tre stadi dell'emanazione del suono spirituale: il primo è il piano sottile (para); il secondo vi
fa ancora parte, ma a un livello inferiore, ed è Pashyanti; il terzo, più vicino al piano materiale, ma
non ancora distinto in esso, è Madhyama.

Il suono articolato ha a sua volta due forme, una sottile e una materiale ed è dal suono articolato che
le singole lettere, le sillabe e le frasi si sono manifestate.
Anche il buddhismo fa ampiamente ricorso ai mantra, accentuandone il potere sonoro rispetto a
quello verbale. Succede tranquillamente che devoti buddisti estranei alla cultura indiana, per
esempio in Tibet o in Cina, recitino lunghi mantra in sanscrito (un sanscrito per di più, modificatosi
nei secoli dalle varie transizioni geografiche e religiose) senza assolutamente conoscere il
significato delle sillabe che impiegano. In realtà, come si è cercato almeno in parte di spiegare, a
differenza delle nostre preghiere, inni di lode a Dio o invocazioni, i mantra non promuovono il
pensiero concettuale, che si basa sulle parole e involve la mente nel dualismo. Il mantra cerca e
trova una corrispondenza con potenzialità radicate 'nel profondo' della coscienza (per non usare la
parola 'inconscio', che potrebbe generare ulteriori equivoci). La reazione della mente non è dunque
mediata dal pensiero, ma consiste nel suo passaggio diretto a uno stato, in altri modi difficilmente
raggiungibile in cui mente e menti sono una cosa sola.

OBIETTIVI E METODI DELLA TECNICA MANTRICA

Quando si è appreso a utilizzare correttamente la tecnica mantrica si riesce a percorrere, in un certo


senso, la via evolutiva a ritroso.
Gli esseri umani hanno la possibilità di liberarsi dai legami con la materia in due modi. Il primo
consiste nella sperimentazione diretta della conoscenza sensoriale, per giungere progressivamente a
superare i limiti che i legami con i sensi comportano. L'altro è costituito dal veicolo della ragione
intelligente. Per gli indù infatti l'essere umano ha la facoltà di comprendere le cose da un punto di
vista divino, utilizzando, oltre alla ragione immanente (legata cioè al mondo materiale), una ragione
trascendente (legata al mondo spirituale).

Una realizzazione così ottenuta porta sul più puro piano della coscienza, liberando dalla schiavitù
nei confronti della materia.
IL TANTRISMO

Tantra significa 'Libri'. Il termine viene spesso usato in modo generico per indicare un folto gruppo
di testi vishnuiti e shivaiti, oltre che i veri e propri Tantra. Questi documentano un particolare
sviluppo della spiritualità induista, denominato appunto Tantrismo. La produzione di testi tantrici
non si è a tutt'oggi interrotta e abbraccia, dal punto di vista dei contenuti, un arco di temi che va
dalla descrizione minuziosa di rituali simbolici e di adorazione alla proposta di particolari e
complesse tecniche yoga.
In effetti il Tantrismo rappresenta uno sviluppo autonomo dello yoga e propone al suo interno un
duplice approfondimento. Una delle vie indicate per riplasmare l'energia psichica individuale è
quella detta della mano destra.

Si fonda sulla certezza che esistano nel corpo sei punti, o nodi, energetici (chakra) in
comunicazione tra loro, culminanti in un settimo punto collocato al vertice della testa. Il centro
inferiore alla base del tronco è la sede della dea Kundalini, rappresentata come un serpente
attorcigliato su se stesso e simbolo dell'energia cosmica del non cosciente. Il centro più elevato è
invece la sede di Shiva. Questa via insegna a giungere al controllo, attraverso tecniche yoga,
dell'energia di Kundalini, facendola risalire di centro in centro fino al vertice dove, con l'effetto di
una beatitudine infinita, si realizza l'identificazione con il brahaman. La via della mano sinistra
indica il modo di raggiungere la liberazione non attraverso l'esercizio di una severa disciplina fisica
e morale, ma un libero sfogo delle pulsioni, delle sensazioni e delle passioni erotiche. L'obiettivo è
quello di arrivare a cogliere la vanità di queste gioie, per rimuovere l'io che poggia solo su un
cumulo di desideri illusori.

Il ricorso ai mantra è uno dei più formidabili supporti nella ricerca di questa liberazione della
mente. Ciò è già implicito nell'etimologia della parola, che associa mana, mente, a traya, liberazione
appunto. Dagli aspetti che finora se ne sono sottolineati, soprattutto in rapporto alla concezione di
suono spirituale collegato alla creazione cui l'essere primordiale ha dato origine grazie alla sua
shakti, si può comprendere come la pratica mantrica sia strettamente in collegamento con la pratica
più generale della meditazione e della contemplazione yogica. Il contesto della meditazione (che
pur non è l'unico contesto in cui si esplica, come vedremo, la potenza dei mantra) impone a questo
punto di prendere in considerazione gli altri mezzi cui la recitazione dei mantra viene di solito
associata.

IL TRIANGOLO KAMAKALA

La dottrina indù si serve di molti simboli, che traducono nell'immediatezza concetti assai complessi.
Il triangolo Kamakala è uno dei simboli più importanti, perché rappresenta graficamente la matrice
di tutti i mantra. I suoi lati raffigurano infatti i tre aspetti del bindu (il punto iniziale da cui prende
avvio la spinta divina che crea l'universo), e sono tracciati con colori a loro volta simbolici: bianco
(sira), rosso (shona) e bianco mischiato con il rosso (mishra). Il disegno fa da supporto alla
meditazione e, come strumento che facilita la concentrazione, funge da mandala.

Nel rituale tantrico i lati del kamakala vengono fatti corrispondere ad altre funzioni simboliche.
Possono essere la Luna, il fuoco e il sole, che a loro volta si identificano con il desiderio, la
conoscenza e l'azione. A tali funzioni l'Essere Supremo ha dato l'incarico di creare il mondo.

E ancora, per confermare ulteriormente il potere creativo rappresentato dal Kamakala, a ogni lato
del triangolo vengono fatte corrispondere le tre divinità della Trimurti.
Meditando sul kamakala lo Yogi può arrivare alla percezione dei suoni sottili (Matrika: piccole
madri), da cui nascono i suoni materiali costituiti dalle lettere, dalle parole e dalle frasi.

YANTRA

Frequentemente i mantra che supportano la meditazione sono definiti con il nome di una divinità.
Ciò richiede delle precisazioni. La divinità della meditazione, qualunque essa sia, non è d intendersi
come l'interlocutore divino che il fedele mira a evocare dall'esterno. Se è vero infatti che vengono
invocate, o ancor meglio evocate, le personificazioni di energie cosmiche invisibili e intangibili, è
altrettanto vero che queste energie hanno una corrispondenza all'interno della coscienza profonda
dell'adepto, e che la pratica meditativa mira proprio a liberare questa o quella energia (mediante la
meditazione su questa o quella divinità) che dorme nella sua mente.

Oltre che con un singolo suono, una serie di sillabe che gli ruotano intorno (mantra cuore), e
talvolta una frase di una certa estensione, la divinità della meditazione può essere rappresentata in
un diagramma astratto, disegnato su carta, metallo, o altri materiali: lo yantra. L'essenza suono della
divinità sta al mantra come la sua essenza forma sta allo yantra, per cui tra i due supporti, o
strumenti (yantra significa appunto strumento) della meditazione c'è una stretta relazione, e ciò vale
soprattutto per il Tantrismo.

Nella loro grande varietà, elementi ricorrenti in uno yantra sono un punto centrale, detto bindu, che
nella corrispondenza macrocosmo microcosmo rappresenta tanto il punto metafisico dell'impulso
originario della creazione quanto il centro del sé di ogni individuo. Un altro elemento chiave è il
triangolo. Quello con il vertice rivolto verso l'alto è un simbolo di origine remotissima, antecedente
all'invasione aria, e rappresenta l'energia riproduttiva, Shakti, come Grande Dea Madre universale.
Quello con il vertice rivolto verso l'alto rappresenta Purusha Shiva, il fuoco. I cerchi sono connessi
a Brahaman; il quadrato alla Terra e ai caratteri della scrittura sanscrita.

LA TECNICA

Per omogeneità con quanto detto fino a questo punto, avendo scelto di privilegiare la nozione di
mantra in stretta relazione con il complesso concetto di suono spirituale (shabda) si dovrà in primo
luogo accennare alla tecnica per eseguirlo così come la propone questo sistema concettuale: il
mantra sadhana.

Un mantra è dunque composto da lettere che, combinate in sillabe e parole della lingua sanscrita
(emesse con la bocca) e dotate di un suono fisico (ascoltato dall'orecchio), danno forma e
consistenza materiale al suono sacro (colto dallo spirito). In teoria ogni elemento o categoria
dell'universo ha il proprio suono archetipo. Ciò vale, per esempio, per i cinque elementi etere, aria,
fuoco, acqua e terra, i cui suoni (HAM, YAM, RAM, VAM E LAM) possono già di per sé
costituire dei mantra. Ma ciò che caratterizza normalmente i mantra mistici sono i suoni particolari
di cui si serve la tecnica (shadana, appunto) impiegata per mettersi in relazione con le divinità.
L'operazione consiste nel porre le lettere in una sequenza precisa e definita di suoni.

La relazione tra le lettere (vocali e consonanti) più nada (uno dei due aspetti del Grande Potere in
cui cresce il germe dell'azione per creare il mondo) e bindu (il punto metafisico dell'impulso
creativo) costituiscono in un mantra la manifestazione della divinità evocata, che in questo modo si
rivela alla coscienza di chi pratica il sadhana. Per esempio il mantra dell'Energia primordiale,
personificata in Maya o in Shakti, suona HRIM. Le lettere che compongono tale suono (ha, ra, i e
ma) rappresentano rispettivamente l'etere, il fuoco, lo Shiva androgino (l'unione di Shiva con
Parvati) e l'unione tra nada e bindu.

Ogni mantra è recitato (o cantato: non esiste nella nostra lingua un termine in grado di rendere
esattamente quest'uso particolare della voce) in modo appropriato alle lettere che lo compongono e
al ritmo che possiede. Per questo quando è tradotto perde la sua funzione di mantra, ovvero il suo
potere perché viene meno la relazione con 'quelle' lettere e 'quel' suono che sono specifici delle
energie sottili a cui è collegato. Ciò, abbastanza misteriosamente, non avviene quando un
determinato mantra ha subìto, rispetto alla forma originaria, consistenti cambiamenti fonetici per
ragioni storiche e geografiche (si pensi ai mantra in uso nel Buddhismo tibetano o in quello cinese).
Ciò ribadisce il concetto che l'efficacia di un mantra non risieda nelle lettere, nelle parole e nei
suoni prodotti, bensì negli stessi archetipi che riproducono. Si può pensare a una sua affinità con
qualcosa che è racchiuso nella coscienza di chi lo usa e con qualcosa di identico nell'energia che si
vuole evocare. Non deve essere poi trascurato un suo assai probabile potere d'accumulo, derivato
dalle associazioni sacre di cui è stato investito nel corso di millenni dalle menti di innumerevoli
individui: chi ha presente il concetto junghiano di 'archetipo collettivo' non avrà difficoltà ad
accogliere questa ipotesi.

Resta comunque fermo che il mantra non è un'elaborazione individuale, come la preghiera intesa
all'occidentale, ma un insieme di suoni e parole provenienti dalle Sacre Scritture e offerti al fedele
affinché, apprendendone la tecnica, possa procedere sulla via che lo porta alla consapevolezza della
natura e dell'essenza dell'universo. Per questo, anche se non è assimilabile alla preghiera come atto
individuale di devozione o richiesta d'aiuto, è comunque necessario che chi recita un mantra ne
conosca il significato e sappia adeguatamente controllare l'emissione della voce. In caso contrario,
non si tratta d'altro che di un vano movimento delle labbra.

SULLE ORME DELLA TRADIZIONE MANTRICA

Come si è detto, il numero dei mantra è virtualmente infinito, possedendone uno proprio ogni cosa
esistente nel creato. Le diverse tradizioni spirituali si avvalgono tuttavia di un patrimonio mantrico
specifico, per cui si possono distinguere mantra vedici, tantrici, buddhisti, e così via. Non ha senso
farne in questa sede una classificazione, e ancora di meno pretendere di offrirne un campionario
esauriente. L'obiettivo, nel presentarne un certo numero, è quello di offrire degli spunti di
riflessione per arricchirsi interiormente e di avviare l'incontro con una disciplina che potrebbe
essere foriera di autentici benefici spirituali.

OM: IL BIG BANG DA UN PUNTO DI VISTA SPIRITUALE

Si è già avuto modo di dire che alla prima vibrazione della sostanza cosmica corrisponde OM, che è
dunque il mantra del suono primordiale.

Gli antichi indù avevano il raro talento di dire moltissime cose in forma essenziale. OM ne è un
esempio: tre sole lettere (vedremo subito che OM viene da AUM) raccontano la creazione, la
conservazione e il suo riassorbimento nella totalità dell'uno, correlate come sono a Brahama,
Vishnu e shiva.

Recita un inno di lode a Shiva: "O tu che dai rifugio, con le tre lettere AUM, che indicano i tre
Veda, i tre stati, i tre mondi e i tre dèi: la parola OM li nomina separatamente. Unita ai suoni sottili,
la parola OM nomina Te (il Brahaman) nel tutto, nomina il tuo stato assoluto e trascendente".
Questa sacra sillaba, dunque, significa Brahaman, l'anima suprema, la trinità dell'unità.
Il mantra dei mantra, è composto da tre lettere: A, U e M, di cui le prime due vocali si uniscono
nella O. A rappresenta il piano materiale dell'universo, U quello sottile e M quello causale, non
manifesto. Nella rappresentazione grafica sopra OM è posto il candra bindu, un segno a forma di
mezzaluna sormontata da un punto. Tale segno designa nada e bindu, i due aspetti del grande potere
necessari alla creazione dell'universo, perché in essi cresce il germe dell'azione per produrre la
manifestazione. La creazione così prodotta si ripartisce nella triade di Energia simboleggiata dalle
tre lettere A, U e M. Pertanto nada e bindu rappresentano lo stadio non manifesto che precede la
comparsa del mondo, in cui la vita animata è presente nelle condizioni di sonno, sogno e risveglio
(A materiale, U sottile e M causale). Nell'essere umano A è in relazione al corpo materiale, U al
corpo sottile o psichico, e M al corpo causale, o puro spirito.

Il fonema mantrico OM viene anche nominato talvolta come il Pranava, che significa 'veicolo dei
prana'. Prana è un modo di definire la forza, il soffio divino che presiede alla vita di ciascuno e che
alla vita, in senso cosmico, ritorna, quando il corpo esala l'ultimo respiro.

Anche attraverso il concetto di prana, insomma, si ribadisce il principio della 'continuità vitale', su
cui poggia il pensiero indiano. "Nulla ha un inizio e una fine assoluti. Tutto è trasformato e
trasformabile. Nascita e morte sono modalità della trasformazione universale. Ogni esistenza è il
nodo di una corda, che viene fatto alla nascita e sciolto alla morte". Comunque, anche al di fuori dei
più elevati obiettivi spirituali, OM come Pranama si rivela efficace nelle pratiche di respirazione
che, se correttamente compiute, consentono che l'energia vitale fluisca più liberamente nel corpo e
sciolga le tensioni interne che impediscono una respirazione profonda.

COME SI RECITA OM

La recitazione di Om può essere più o meno prolungata, ma è importante che termini con la
vibrazione della M in tono più acuto del resto, anche se, come consonante labiale, prodotta a labbra
chiuse. All'attacco si fanno vibrare il respiro e la lingua per mezzo della laringe e del palato come
fossero una cassa di risonanza. Il suono di A è gutturale, e parte dal fondo della cavità boccale. U si
ottiene dal movimento in avanti della lingua, provocato dall'emissione della forza energetica
dell'espirazione e finisce sulle labbra, che a questo punto si chiudono per dare luogo alla M.

Se con la OM si vuole attivare il prana alle tre lettere corrispondono tre fasi respiratorie,
addominale per la A, toracica per la U e clavicolare per la M. L'obiettivo finale, dopo la presa di
coscienza del movimento del respiro e l'interiorizzazione del suono, è quello di un controllo della
propria energia respiratoria.

Om, TAT, SAT.

Queste tre sillabe sacre designano Brahaman nei Veda e nei Brahamana e, di conseguenza, nei
sacrifici. Perciò i devoti di Brahaman non si accingono mai a compiere un atto di sacrificio, di
offerta o di penitenza, come è comandato nelle Scritture, senza prima aver recitato il mantra OM.

Nell'evoluzione del rito o degli atti di devozione e penitenza pronunciano TAT.

SAT indica l'atto degno di lode, ed è pertanto il termine correlato alla costanza nel fare sacrifici,
offerte e penitenza, alle azioni, insomma, di cui Brahaman è la meta. Perché questi atti siano
efficaci, devono comunque essere compiuti con fede. In caso contrario l'atto è Asat, non esistente, e
come si legge nella Bahagvad Gita, non conta nulla né prima né dopo la morte.
I MANTRA DELLE RUOTE D'ENERGIA

Si è visto come OM venga tra l'altro definito veicolo del prana'. Questa energia sottile nello Yoga e
nel tantrismo rende conto della vita nel corpo astrale e in quello fisico di ogni essere vivente. Come
nella concezione induista della creazione il progressivo addensamento di una vibrazione iniziale del
tutto rarefatta e sottile dà luogo a piani successivi sempre più grossolani, fino alla materia, così il
rapporto spirito materia non è da intendersi nel microcosmo uomo come un'opposizione di tipo
dualistico, ma come una differenziazione in forme sempre più dense, benché sempre interagenti
dell'energia vitale. Queste forme, i chakras o ruote dell'energia, dove si concentra e si distribuisce
l'energia vitale, sono disposte lungo un asse che va dalla sommità del capo fino alla base della
colonna vertebrale.

Per facilitare alla mentalità occidentale la comprensione di questo modo complesso di intendere
l'energia vitale il processo di solidificazione dell'energia dall'alto verso il basso è stato paragonato al
"depotenziamento (qualitativo e quantitativo) degli effetti vibratori prodotti in scala (dalla nota più
alta a quella più bassa) dalla corda di uno strumento.
L'affinità dei chakras con il suono è colta anche all'interno delle pratiche yogiche e tantriche, che
prevedono la recitazione di un mantra particolare per risvegliare e attivare i vari chakras. Oltre che a
un mantra, ogni chakra è anche associato a un elemento (etere, aria, fuoco, acqua e terra), a una
qualità sensibile del corpo, a uno yantra, a un animale e a una coppia divina (il dio e la sua Shakti).
I chakras sono rappresentati all'interno di un fiore di loto, con un numero variabile di petali, e ogni
petalo reca inscritta una delle cinquanta lettere dell'alfabeto sanscrito che, come si è detto, sono
considerate sacre perché espressione della parola e del suono divino.
Nel prendere ora in considerazione i vari chakras si seguirà il percorso dal basso verso l'alto.

MULADHARA: MANTRA LAM

Mula significa radice, adhara supporto: questo chakra dunque localizzato alla base della colonna
vertebrale, è la terra (tale è infatti l'elemento cui è collegato) in cui si radica l'albero della vita di
ciascuno ovvero, come sede di Kundalini, è il centro in cui l'energia suprema è nell'uomo
addormentata, presente soltanto a livello potenziale. La qualità sensibile correlata a Muladhara è
l'olfatto.

Nella sua rappresentazione simbolica il loto è quello che presenta il minor numero di petali. La
coppia divina del mantra è Brahama Savitri. Di quest'ultimo la mitologia indù racconta che venne
fecondata da Brahama prima della Creazione e che fu dal suo utero che emersero, a partire dalla
musica, innumerevoli figli, compresa la morte.

SVADHISTHANA: MANTRA VAM

Questa ruota d'energia è situata nella regione addominale, sotto l'ombelico, più o meno alla radice
degli organi genitali. L'elemento correlato è l'acqua e la qualità sensibile è il gusto. Se l'energia di
Muladhara si manifesta nella sessualità animalesca, nel puro istinto che spinge alla riproduzione,
quella di Svadhisthana si manifesta nella sessualità già individualizzata, come ricerca di un ponte,
attraverso il sesso, tra l'io e il mondo esterno. Nel simbolo il loto ha ora sei petali e ingloba una
falce di luna con i corni rivolti verso l'alto. La coppia divina del mantra è quella di Varuna e
Sarasvati. Varuna è Brahama nella sua veste di Signore delle acque, così come Sarasvati è uno dei
molti aspetti che nel pantheon indù assume Devi, la dea, ovvero il principio divino femminile che
promuove tutte le forze e determina tutte le forme, creando la separazione a partire dall'Unità.

MANIPURNA. MANTRA RAM

Questo chakra è localizzato all'altezza dell'ombelico e nella sua espressione grafica i petali del loto
sono diventati dieci. La parola allude etimologicamente a un'abbondanza di gemme preziose, e il
tipo di energia che qui si raccoglie e distribuisce è quella del calore.

A Manipurna è infatti collegato l'elemento fuoco: l'essere, fattosi stabile nella terra di Muladhara e
incanalato dal desiderio, già individualizzato ma fluttuante, nell'acqua di Svadhisthana, si determina
verso l'esterno esercitando sul mondo un'azione potente, paragonabile a quella del sole. Così
Manipurna è collegato alla qualità sensibile della vista, che consente la percezione dei colori e delle
forme. Le divinità del mantra sono Agni, Signore del fuoco, altrimenti incarnato da Rudra (il fuoco
come elemento distruttore) con la sua Shakti, 'La nata dalla furia di Devi'. Il fuoco in effetti è
un'energia dal duplice aspetto, e il Brahamanesimo lo sottolinea meglio di qualunque altro sistema
mitologico. Agni è nato dallo sfregamento di due pezzi di legno ed è la vita che sboccia dal legno
morto e secco. Dimora nel cielo perché dardeggia nel sole, ma è in stretto rapporto con l'acqua
perché, in forma di lampo, squarcia le nuvole, aprendo un varco alle acque benefiche che
fertilizzano la terra. Nel mondo fisico, potendo divorare ogni cosa, è anche colui che purifica: le
passioni e le emozioni del mondo sono il fumo di ciò che Agni divora e, quando il fuoco si spegne,
anche il fumo a poco a poco svanisce nell'aria. Il Buddhismo accentua invece l'aspetto negativo del
fuoco, tendendo a identificarlo con il vissuto emozionale dell'individuo.

Dice il Buddha: "Tutto è in fiamme; l'occhio e tutti i sensi sono in fiamme; il mondo intero è
avvolto nel fumo; il mondo intero si consuma nel fuoco. Lo spirito è avvolto dal fuoco. La
coscienza dello spirito, le impressioni raccolte dallo spirito e le sensazioni che nascono dalle
impressioni raccolte dallo spirito sono anch'esse avvolte dal fuoco."

Nonostante la distanza tra le due impostazioni dall'una e dall'altra si ricava la consapevolezza di


come sia fondamentale il controllo di questa energia.

ANAHATA. MANTRA YAM

Anahata è la ruota d'energia situata dietro lo sterno, in corrispondenza del cuore. Nel suo loto di
dodici petali un triangolo con la punta rivolta verso il basso e un altro triangolo con la punta rivolta
in alto si compenetrano a formare una stella a sei punte. L'unione dell'uomo e della donna nel
sentimento dell'amore? La copiosa simbologia legata al cuore nella nostra cultura incoraggia una
simile interpretazione, ma quella di Anahata è ancora un'energia ambivalente, perché se presuppone
un'elevazione spirituale e quindi può alimentare quell'amore che è alla base tanto della carità
cristiana quanto della compassione buddhista, può anche irretire nell'egoismo per cui l'altro è
vissuto come un possesso o nel compiacimento per il proprio altruismo e la propria generosità. Qui
l'elemento di riferimento è l'aria, mentre la qualità sensibile è il tatto. La coppia di divinità del
mantra è costituita da Ishvara (uno dei nomi di Shiva) e dalla sua Shakti Bhuvaneshvari.

VISHUDDHA. MANTRA HAM

Simbolizzata in un loto a dodici petali, Vishudda è il chakra che, per il tipo di energia che vi ha
sede, può per certi aspetti rendere conto della stessa potenza del mantra. Infatti è localizzato nel
plesso laringeo, e quindi è correlato alla formazione del suono.
La qualità sensibile di riferimento è l'udito e l'etere, che dei cinque elementi esprime le vibrazioni
più sottili. Infine, il termine significa 'centro di purezza', o di 'purificazione', e l'energia che esprime
è quindi quella che consente il passaggio tra la limitazione delle energie inferiori e la libertà di
quelle superiori. D'altra parte, leggendo il collegamento dall'alto verso in basso, è per l'energia di
Vishuddha che il mentale assume un rivestimento vocale e può così manifestarsi e diventare mezzo
di comunicazione. La coppia di divinità del mantra è costituita da Shiva con una delle sue Shakti,
Shakini.

AJINA: MANTRA OM

L'Ajna, posto nel cervello più o meno a metà della distanza tra le sopracciglia, come sede del
mentale non ha elemento o facoltà sensibile di riferimento, ed è rappresentato con un loto a due
petali che simboleggiano Ida e Pingala, i canali di scorrimento del prana rispettivamente a sinistra e
a destra della colonna vertebrale. La parola significa 'comando', perché è al mentale che arrivano i
messaggi dei sensi ed è il mentale che impartisce gli ordini per conseguenti azioni. E' anche detto il
chakra del Guru perché è questa l'energia che permette di mettersi in relazione con il carisma
spirituale del Maestro. Ajna viene infine definito terzo occhio ovvero l'occhio della conoscenza
trascendente che consente di vedere l'illusorietà del desiderio. Del suo mantra, OM, si è già parlato
abbastanza ampiamente, ma è interessante notare che l'energia al vertice del corpo fisico dell'uomo
corrisponde alla vibrazione che ha dato origine alla creazione. La coppia divina del mantra è
costituita da Para Shiva e dalla sua Shakti Siddha Kali (Kali perfetta).

SAHASRARA

Generalmente collocato al di sopra della testa, non fa più parte del corpo fisico, perché lo stato
energetico cui si riferisce (la perfetta unità della coscienza con l'energia cosmica) è al di là della
manifestazione. Noto come loto dai mille petali, rappresenta il mondo di Brahama ove tutto è
realizzato. Chi riesce a risvegliare questo chakra si è del tutto liberato dal tempo e dallo spazio, e
ciò significa che ha raggiunto la liberazione dal ciclo delle rinascite e che può vivere nella
beatitudine conseguente al superamento dell'individualità.

I MANTRA SEME

Da un punto di vista formale il bija mantra, vale a dire il mantra seme, è un monosillabo e tali sono
dunque i mantra presi in considerazione finora, a partire da OM. In realtà all'interno del tantrismo
'seme' allude a ben altro che a questo aspetto esteriore. Oltre al fatto che le lettere sanscrite
impiegate, come si è detto, hanno carattere sacro come dono divino, occorre rifarsi ancora una volta
alla fede nell'esistenza, al di là del mondo fenomenico, di un mondo sovrasensibile o sottile, dove
determinati suoni sono la vibrazione dei vari dèi e delle loro Shakti. Con il bija mantra le lettere e le
sillabe dell'alfabeto umano entrano in relazione con le loro corrispondenze del piano sottile.

Il bija di una sola lettera (per esempio KA) è KAM, perché tutti i bija mantra si completano con la
lettera M e la vocale non può essere pronunciata senza l'abbinamento con questa consonante.

M è una risonanza nasale che non raggiunge le labbra, scelta perché considerata un suono
equilibrante i cinque elementi della materia sensibile che corrispondono, nell'ordine, a LA, VA, RA,
YA e HA.

A titolo di esempio verranno ora presi in considerazione alcuni altri bija mantra.

AIM

Si pronuncia em ed è il bija di Sarasvatim la Shakti di Brahama, dea delle acque, inventrice delle
arti, delle scienze, della scrittura e dea dell'eloquenza, che scorre come un fiume. Anticamente il
mantra di Sarasvati era recitato dal Guru per aiutare il discepolo nello studio difficile delle Scritture.
La lettere di Sarasvati è ai, mentre con m si evoca Bindu, dissipatore della pena.

DUM

Dum è composto dalla consonante da, corrispondente a Durga, dalla vocale u, che ha il significato
di salvare, e da m, in questo caso rappresentante nada, l'aspetto del Grande Potere, in cui nasce il
germe per creare il mondo, e bindu, il punto di origine dell'impulso creativo. Durga è la prima
manifestazione della shakti come moglie guerriera di Shiva, nata dalle fiamme emesse dalle bocche
degli dèi in guerra con i demoni, che Durga sconfisse. Questa forma della divinità femminile
rappresenta non solo l'energia di chi è determinato a combattere il male, ma anche l'energia
dell'intelletto, perché cercare di capirla significa incamminarsi sul terreno dell'indagine intellettuale
più ardua.
GAM

Questo bija è composto dalla consonante ga, riferita a Ganesha, il dio con la testa d'elefante figlio di
Shiva e Parvati e patrono della buona sorte, e da m, anche qui come Bindu dissipatore della pena.

GLAUM

Ga è sempre la consonante di Ganesha, la sta per colui che si pente, au è tejas (l'elemento fuoco) e
m è ancora Bindu dissipatore della pena.

HAUM

E' un bija di Shiva, che compare tanto sotto forma di ha quanto sotto forma di au, che si riferisce
alla stessa divinità come Sadashiva. Contemporaneamente si esprime in m la venerazione per
Shunia, l'elemento che fa cessare le pene.

HRIM

Compare ancora ha per Shiva (la pronuncia della h comporta comunque solo una lieve aspirazione),
qui unito a r che è collegato a Prakriti (la Sostanza primordiale, matrice dell'universo, esistente
ovunque ma non manifesta in nessun luogo, che assume tuttavia una quantità incommensurabile di
forme individuali ed è anche nominata come Bhuvaneshvari, dea delle sfere), nonché alla vocale i
che indica Mahamaya (un modo di nominare Maya). La m indica nada e bindu, nel significato già
chiarito per DUM.

Si tratta quindi di un bija mantra strettamente connesso al suono primordiale e questo spiega anche
perché, insieme con altri, è un mantra utilizzato per il risveglio di Kundalini.

HUM
Ha per Shiva, u è uno dei piani di esistenza, m è nada e bindu. Anche questo è uno dei mantra cui si
ricorre per il risveglio di Kundalini: associato alla tecnica di controllo del respiro (pranayama) lo si
recita mentalmente nella fase di ritenzione. Anche a livello popolare vi si ricorre per proteggersi
dalla collera e dai demoni che, come la collera, sono forze negative interiori.

KLIM

Le divinità associate in questo bijia mantra sono Kama, dio dell'amore e Krishna (in ka), nonché
Indra, dio delle battaglie (in la). Nella i è espressa l'idea di accontentarsi.

KRIM

E' il bija mantra usato di preferenza dai testi induisti per evocare la dea Kali, Shakti di Shiva. Si
tratta di una delle divinità complesse del pantheon induista, che di Shiva potenzia l'aspetto di
distruttore. Collegata alla morte e al tempo, che tutto distrugge, è quindi un'energia tra le più
potenti, ma ciò non autorizza a fermarsi all'immagine tramandata dai libri di avventura. Sul piano
spirituale, incarna le nostre paure più profonde come il terrore dell'annullamento.
Placandola, si compie un passo verso il distacco dal mondo e dalle forme, nella loro illusorietà. Ka
dunque rappresenta qui Kali, ra è Brahama, i sta per Maya, l'illusione e m, come si è già visto in
altri casi, è l'annullamento della sofferenza.

KASHRAUM

Ksa si riferisce all'avatara (incarnazione divina) di Vishnu come uomo leone (il mito di riferimento
è quello di un combattimento con un demone potente), seguito da ra, per Brahama, da au che reca
l'immagine dei denti puntati verso l'alto, e infine da m come Bindu dissipatore delle pene.

SHRIM

E' il mantra seme di Lakshmi (sha). Ra indica qui la salute, i la soddisfazione, m è Bindu dissipatore
delle pene. Di origine antichissima come divinità della terra e della sua umidità fecondatrice,
Lakshmi è divenuta nel pantheon induista la Shakti di Vishnu, il conservatore della vita. Gli indù
colgono la sua forza potente in ogni forma di ricchezza terrena (compresa quella costituita dalle
vacche, non casualmente chiamate con il nome comune lakshmi), ma anche nella ricchezza
dell'animo e nella gioia interiore che ne proviene. Per questo, con il nome di Padma, è la dea loto,
simbolo in tutta l'Asia dell'illuminazione spirituale.

STRIM

Questo bija è composto da sa, che indica la liberazione dalle difficoltà, da ta, 'salvatore', da ra, come
forma di saluto, da i, che evoca la grande dea Maya, infine da n. nada e bindu.

IMPIEGO DEI BIJA MANTRA

Il bija viene recitato da solo, in composizione con altri o all'interno di una sequenza di sillabe sacre
che formano delle parole e possono arrivare a una lunghezza notevole. A seconda del numero delle
sillabe, un mantra assume un nome diverso: per esempio un mala mantra è formato da più di venti
sillabe.
Al di fuori dei rituali o di un'impostazione ascetica della propria vita, un bija mantra può costituire
per chiunque una pratica quotidiana, nell'ambito della quale si perseguono obiettivi non
necessariamente elevati fino alla liberazione spirituale, come il potenziamento delle proprie facoltà
intellettuali o il raggiungimento del benessere materiale. Ancora una volta non si tratta, come nella
nostra preghiera, di chiedere a Dio un beneficio dall'esterno, ma di mettersi in sintonia dall'interno
con il suono di quell'energia che determina la condizione desiderata. Nei due esempi fatti, il mantra
per il potenziamento delle facoltà intellettuali sarà quello in relazione con Sarasvati, mentre il
mantra per il raggiungimento del benessere intellettuale sarà quello in relazione con Lakshmi.
Poiché in questi casi è prevista la ripetizione mentale del mantra per un numero elevatissimo di
volte, si rivela prezioso il supporto del rosario indiano, chiamato a sua volta mala, formato da
centootto grani, che viene tenuto appoggiato sull'anulare e fatto scorrere in avanti dal pollice e dal
medio; l'indice di norma non tocca il rosario.
Per facilitare la concentrazione e il raccoglimento si usa anche accendere bastoncini di incenso e
delle piccole lampade in cui brucia dell'olio o del ghee (burro chiarificato).

IL MANTRA DEL SOLE

A proposito dell'astro del sole si dice nel Rigveda:

Sorgi giocondo Sole che vede ogni cosa,


e che tutti gli uomini vedono,
occhio degli dèi Mitra e Varuna,
colui che rotola sulle tenebre e le squarcia.

Il verso impiegato nel Rigveda è detto gayatri e questo è anche il nome che definisce uno dei
mantra più sacri degli indù rivolto a Surya, il dio solare, nella forma di Savituh. Vediamo dunque il
gayatri mantra, seguito dalla traduzione.

OM
BHUR BHUVAH SVAH
TAT SAVITUH VARENYAM
BHARGAH DEVASYA DHINANHI
DHIYO YO NAH PRACODAYAT
OM

OM

Divino stimolatore della sfera terrestre, atmosferica e celeste: noi meditiamo su questo adorabile
Savituh, splendore raggiante, che divide, colora e muove la creazione. Noi lo contempliamo. Che
egli ci possa dirigere.

OM.

Il Rigveda parla del Sole, il cui culto presso gli indù è uno dei più radicati e importanti, tanto da un
punto di vista fisico quanto da un punto di vista metafisico.
Come astro crea il giorno e dà la vita alla terra e a tutta la natura, ed è pertanto la causa di tutto ciò
che esiste; grazie al solo Brahama, principio attivo della Creazione, si manifesta in questo mondo.
Da un punto di vista metafisico Surya diventa Savituh, lo Stimolatore, il creatore della
manifestazione. A Savituh, che viene rappresentato con occhi, mani e lingua d'oro, sono dedicati
undici inni completi. Come attesta il Rigveda, gli uomini gli chiedono la remissione delle colpe:
"Qualunque sia l'offesa che abbiamo commesso contro di te, per debolezza o fragilità, o Savituh,
allontana da noi il peccato". Anche nello Yajurveda gli si riconosce il potere di rimuovere gli
ostacoli che si incontrano nella vita, di natura oggettiva o soggettiva: "O dio Savituh, creatore di
tutto, allontana ogni impedimento ed elargisci le tue benedizioni".
Nel gayatri mantra riportato OM, che come sappiamo definisce il triplice aspetto e la cosmogonia
della creazione, è posto all'inizio e alla fine. Il primo verso definisce i tre mondi: Bhu è la terra,
Bhuva l'atmosfera e Svah il cielo. Tat ha qui il significato di quello e varenym vuole dire adorabile,
venerabile. Bhargah è parola composta da bha, che fa riferimento alla classificazione delle cose
create, da ra, che ne chiama in gioco il colore, e da ga, che richiama il costante movimento della
creazione manifesta. Bhargah si identifica così con la divinità primordiale che dimora nella regione
del Sole con tutto il suo splendore e la sua gloria, il sole che dà la vita e la colora nel suo quotidiano
andirivieni. Devasya, genitivo (il sanscrito è una lingua flessiva, come il greco antico o il latino) di
Deva, indica la divinità di Savituh, che ha il compito di presiedere alla creazione materiale e di
provvedere alle necessità di tutti gli esseri in cui si manifesta.

Dhimanhi è il verbo della meditazione; pertanto l'andamento logico della frase è 'io (anche
collettivizzabile in 'noi') medito su quell'adorabile Savituh...' e si conclude con una dichiarazione di
devozione (dhiyo è appunto il contemplare) e con una formula desiderativa (yo nah pracodayat: che
possa dirigerci).

UN'ALTRA FORMA DI SALUTO AL SOLE

Quello proposto e commentato non è l'unico mantra connesso al culto del sole né, d'altra parte la
recitazione dei mantra solari è solo l'espressione di una forma di culto. Nello Yoga sono impiegati
per meditare e arrivare al controllo di quell'energia che presiede alla vita e che ha tanto una
dimensione fisica (la recita del mantra è per questo associata alla tecnica respiratoria) quanto una
dimensione psichica (quella che nel linguaggio comune definiamo vitalità). Uno dei mantra più
semplici e nel contempo molto efficaci di saluto al sole, suggerito da Swami Gitananda, che è
annoverabile fra i maggiori cultori contemporanei dello Yoga è:

OM SURYAYA NAMAH

dove namah indica nel mantra la parola che si riferisce al culto di una divinità.

Le sacre formule del culto di Brahama

Il mantra del culto di Brahama può avere l'obiettivo finale della liberazione, o, riduttivamente,
quello di conseguire il benessere o di acquistare dei meriti.
Secondo le regole della grammatica sanscrita, il mantra può variare combinando le sillabe iniziali e
finali delle parole nel rispetto di determinati criteri. Così le parole singole del mantra sono Om Sat
Chit Ekam Brahama, ma il mantra diventa:

ONG SACHCHITEKAM BRAHAMA

(ONG, unica esistenza e intelligenza assoluta di Brahama)

dove ONG è la pronuncia gutturale di OM e ne costituisce una variante comune (il discorso vale per
tutti i bija mantra terminanti in m).
Nella recitazione yogica di questo mantra, arricchito da altre parole sacre (per esempio namah, di
cui si è già detta la funzione, o il nome di altre divinità), si pratica una respirazione particolare, che
consiste nel chiudere la narice sinistra con l'anulare per respirare attraverso la destra; il mantra viene
così ripetuto per otto volte; successivamente si chiude la bocca e con il pollice si blocca la narice
destra; infine si inverte la respirazione e si ripete il mantra per altre sedici volte.
La fase successiva del rito comporta la meditazione sulla shakti di Brahama mediante il suo bija e
un'offerta di gemme, profumi o comunque cose di valore al supremo Signore:

Egli è l'offerta, il fuoco e l'officiante stesso. Egli è la meta verso cui procede colui che medita sul
pensiero, la cui azione stessa è Brahaman (Bhagavad Gita, IV, 24).

Al termine del rito vengono recitati un mantra che impetra protezione e un mantra conclusivo di
saluto:

Possa l'anima suprema proteggere la testa,


possa il supremo signore proteggere il cuore,
possa il protettore del mondo proteggere la gola
possa il signore ovviveggente proteggere
il volto,
possa l'anima dell'universo proteggere
le mani
possa colui che è l'intelligenza stessa
proteggere i piedi,
possa l'eterno Brahaman proteggere sempre
tutto il mio corpo.

ONG, io mi inchino al supremo Brahaman, all'anima suprema, a colui che è al di sopra di tutte le
qualità. Io mi inchino al Sayuiya, il sempre esistente.

PREGHIERE AD ALTRE DIVINITÀ POTENTI

La natura del tutto particolare della preghiera mantrica obbligherebbe a riportarne la forma
originaria, perché la traduzione ne inficia, come si è detto, la sostanza. Ma ciò, per i mantra molto
lunghi, renderebbe ancora più ostica e lontana per il lettore questa breve panoramica, per cui la
scelta è stata quella di un compromesso: fornire nei limiti del possibile la forma originaria e
ricorrere alla traduzione, a fini semplicemente orientativi, nel caso dei mantra di notevole
estensione. Questo criterio vale anche per gli altri esempi che andiamo ora a prendere in
considerazione.

I MANTRA DI TARA

E' davvero difficile per noi occidentali penetrare senza avvertire un senso di disorientamento
nell'immensità del pantheon induista, non solo perché sono numerosissimi gli dèi, ma anche perché
ciascuno, a seconda della manifestazione che se ne considera, assume a sua volta un nome diverso.
Ciò vale, per esempio, per Kali, signora del tempo, della quale Tara può appunto essere considerata
una manifestazione. Il simbolo che la rappresenta è la stella, di cui l'induista valuta tanto la bellezza
quanto il fatto che bruci, perpetuamente autoconsumandosi: così Tara è la fame, l'impulso mai
appagabile in modo definitivo, che spinge ogni forma di vita a garantirsi attraverso un continuo
consumare. Su questa base i Tibetani e i Jainisti hanno assunto Tara come simbolo della fame
spirituale della liberazione, possibile solo mediante il distacco dal mondo fisico. Tara diventa così
in questi contesti la divinità interiore dell'autocoscienza, e come tale ha centootto nomi (uno per
ogni grano del rosario), che costituiscono altrettanti mantra recitati facendo scorrere il rosario
completo. La Tara della meditazione è rappresentata con il terzo occhio, quello dell'illuminazione
(tara bianca).
Il popolo poi fa ricorso ad altri mantra per scongiurare il potere distruttivo di Tara (tara verde) e
attivare la sua compassione, onde possa essere protetto dalle calamità.
Il suo mantra principale (se ne dà la trascrizione tibetana ed è determinante che tutte le sillabe siano
distintamente pronunciate) è:

UM TARE TUTARE TURE SOHA

dove UM sta per il sanscrito OM e soha per svaha. Questo mantra con l'aggiunta di altre parole, si
allunga in modo diverso a seconda che si voglia invocare la protezione della Tara Verde dalle
catastrofi naturali, dai disastri causati dal fuoco, dall'acqua o dal vento, dai mali provocati dai
demoni, dalle epidemie che colpiscono il bestiame, dalle malattie, dai furti e così via.
Sempre a partire dal mantra base della Tara Verde ce ne sono poi altri impiegati per chiedere che
Tara aumenti la forza, conceda la prosperità, assicuri una lunga vita ed esaudisca i desideri.

IL MANTRA DEI SEDICI NOMI O MAHA MANTRA

Forse non tutti sanno che è un mantra, ma molti vi si sono imbattuti, perché è stato diffuso in
Occidente dagli "arancioni" dell'associazione internazionale per la coscienza di Krishna, che
seguono la via della bhakti. Krishna, protagonista della Bhagavad Gita, solitamente raffigurato con
la pelle blu e intento a suonare il flauto, è considerato l'ottava incarnazione di Vishnu.
La formulazione completa del mantra, detto 'dei sedici nomi', è:

HARE, RAMA, HARE, RAMA, RAMA, RAMA, HARE, HARE.


HARE, KRISHNA, HARE, KRISHNA, KRISHNA, KRISHNA, HARE, HARE.

Come si vede, è una sequenza di sedici parole, ma di queste solo due (Krishna e Rama) sono dei
nomi divini. Hare è invece una formula di saluto e insieme di benedizione e di lode. L'obiettivo
della recitazione è quello di non disperdere l'energia della mente verso l'esterno, sulla fallacia
materiale, perché possa pienamente agire come energia interiore concentrata nel devoto servizio
(bhakti) a Krishna.
A parte la possibilità che il mantra sia cantato collettivamente in abbinamento alla musica e alla
danza, come il movimento Hare Krishna può averci dato l'occasione di vedere, questa 'preghiera'
intesse l'intera giornata del devoto al dio, che viene con essa invocato perché anche l'atto più
semplice o umile assuma la forma di un'offerta.
Questo vale, per esempio, nella cucina e nell'assunzione del cibo quotidiano: il mantra viene
recitato alla fine della preparazione e prima della consumazione, con lo sguardo rivolto a
un'immagine di Krishna, cui è stato posto davanti un piatto contenente il cibo fino a questo
momento intoccato, perché al dio tocca di cibarsene (ovvero di godere della devozione con cui è
fatta l'offerta) per primo.

ALLA POTENZA PRIMORDIALE

Con sfumatura diverse che sarebbe qui troppo complesso chiarire, è ricorrente nella giornata
dell'induista praticante l'atto di devozione al principio femminile del divino. Sotto l'apparenza di un
politeismo che alla nostra cultura può sembrare esasperato, c'è nell'induismo una base filosofico
teologica monistica: Devi, che significa semplicemente la dea, è l'energia attiva che origina tutte le
forze e tutte le forme e traduce dalla potenza all'atto il principio divino maschile. Pertanto, se con il
nome stesso di Devi, di Kali, di Parvati e così via, è la destinataria della devozione popolare è il suo
significato profondo che il fedele adora.
Vediamo qualche esempio di mantra rivolti alla dea:

HRING, SHRING, KLING, PARAMESHVARI, SVAHA. SARVVA BHUTA NIVASINYAI


PARATPARAYAI, ADYAYAI, DALIKAYAI TE IDAM ARGHYAM, SVAHA

che significa, tradotto: Hring, Shring, Kling alla suprema Devi. Tu che dimori in tutte le cose, tu
che sei circondata da divinità che ti servono, tu che porti armi, a te che sei l'Adya Kalika, io dono
quest'offerta; svaha.

Il mantra che segue è al centro della meditazione mattutina, pomeridiana e serale (Pensiamo ad
Adya, meditiamo su Parameshvari, la Devi suprema. Possa Kali guidarci sulla via della completa
liberazione).

ADYAYAI VIDMAHE, PARAMESHVARYYAI DHIMAHI, TANNAH KALI PRACHODAYAT

ed è affine a un altro che, assunto dal discepolo che s'addentra nella pratica della meditazione e si
concentra sull'immagine mentale della dea, tradotto suona:

Io mi inchino a te che sei un'unica cosa con l'Universo e lo sostieni; io mi inchino a Te, Adya
Kalika, Creatrice e Distruttrice.

La 'dea' come personificazione dell'energia che sostiene l'Universo, o Shakti del Sostegno (Adhara
Shakti), vibra in questi altri due mantra:

KLING ADHARA SHAKTI KAMALASANAYA NAMAH

(Kling, omaggio, all'Adhara Sakthi, del trono di loto)

HRING ADHARA SHAKTAYE NAMAH

(Hring, omaggio alla Shakti dell'Adhara)

Va ricordato che adhara è anche, materialmente, il treppiedi: come oggetto simbolico, per la sua
funzione di sostegno, è usato nei rituali e posto al centro di un mandala.
Questo termine in sanscrito significa cerchio, centro e, oltre che essere un simbolo geometrico
impiegato per favorire la concentrazione nella meditazione, indica la superficie circolare disegnata
sul terreno o su una tela per la celebrazione di un rituale. Le regole per produrre un mandala sono
stabilite da antiche tradizioni ed è di norma presente nei rituali di purificazione.
Chiudiamo con la traduzione di una preghiera mantrica che potremmo definire evocativa:

O regina delle dee, tu sei raggiungibile attraverso la devozione (bhakti). Fermati qui, con tutto il tuo
seguito, mentre io ti venero.

O Adya Devi Kalika, vieni con tutto il tuo seguito, poniti qui. Accetta il mio culto.

ANG, HRING, KRONG, SHRING, SVAHA: siano qui le cinque arie vitali (prana, Apan, Samana,
Udana e Vyana) di questa Devi Kali. ANG, HRING, KRONG, SHRING, SVAHA. Il suo Jiva è qui,
ANG, HRING, KRONG, SHRING, SVAHA, tutti i sensi; ANG, HRING, KRONG, SHRING,
SVAHA. Linguaggio, mente, vista, olfatto, udito, tatto e le arie vitali dell'Adya Kali Devata
vengano qui e vi rimangano per sempre SVAHA.
MOMENTI RITUALI

La tradizione vedica prevede che la cerimonia sacra rispetti delle regole precise, molte delle quali
hanno il significato di una purificazione.
Si deve purificare, innanzi tutto, il celebrante che, lavando il proprio corpo con dell'acqua, recita il
mantra:

ATMA TATTVAYA SVAHA


VIDYA TATTVAYA SVAHA
SHIVA TATTVAYA SVAHA

che può essere considerato il mantra della purificazione per eccellenza.


Dopo l'abluzione del corpo, l'acqua utilizzata viene offerta al sole, recitando:

ONG HRING HANGSA, GHRINI SURYA IDAM ARGHYAM TUBHYAM SVAHA

la cui traduzione è:

ONG HRING HANGSA. A te, o Sole, colmo di calore e splendente, io dono questa offerta, svaha.

Nel rito chiamato Jiva nyasa il mantra di purificazione è una preghiera con cui il fedele utilizza le
sacre sillabe perché in lui venga infusa la vita della Devi.
In tutti i rituali viene usata la canapa (vijaya), che ha nella formula tradotta che segue la sua
consacrazione:

ONG, HRING. Ambrosia, che nasci dall'ambrosia, tu che spargi ambrosia e la attingi sempre per
me. Porta Kalika dentro il mio dominio. Dona i poteri (siddhi).

Successivamente il celebrante mette la canapa in bocca e recita, rivolgendosi a Sarasvati:


AING, tu che sei la regina di tutte le essenze, ispirami, ispirami e rimani eternamente sulla punta
della mia lingua. Svaha.

Alla Devi dell'Ambrosia o Soma (nome del succo di una pianta considerata sacra e impiegata nelle
libagioni agli dèi, ma anche in ambito mitologico nome di una figlia di Brahama che, inebriato dal
Soma, la desiderò ardentemente e fu da lei maledetto) è rivolto il mantra:

Salute alla Devi dell'Ambrosia, che libera dalla maledizione il Brahama.


Quando la divinità cui è tributato l'atto cultuale è Agni, gli viene offerta dell'acqua, contenuta in una
coppa che viene così purificata:

ANG ARKA MANDALAYA DVADASHA KALATMANE NAMAH

ANG ! Offerta al mandala del sole che ha dodici divisioni (kala).

Il mantra di Vanhi, Signore del Fuoco, venerato sul mandala, è:

MANG VAHNI MANDALAYA DASHA KALATMANE NAMAH

MANG! Salute al Mandala di Vanhi con le sue dieci qualità.


L'offerta alla Devi della coppa sacrificale contenente acqua, vino, profumi e fiori è accompagnata
dalla recita di questo mantra:

UNG SOMA MANDALAYA SHODASHA KALATMANE NAMAH

UNG! Offerta alla Luna con i suoi sedici numeri (le funzioni della Luna).

Pronunciando il sacro cija di Varuna (VANG), il fedele deve rendere il proprio corpo simile al
nettare tramite la recitazione di un mantra che così traduciamo:

Possa la Devi che dimora nel petto di Vishnu e di Shankara (Shiva) purificare questa mia carne, e
darmi riposo accanto al prezioso piede di Vishnu.

Se la divinità oggetto del culto è specificamente Shiva, la formula devozionale (mula mantra) con
cui gli si chiede di gradire il sacrificio può tradursi così:

ONG, o Devi, o Shiva, o Esaltata, tu sei l'immagine della dissoluzione finale di tutto; degnati di
accettare questo sacrificio e di rivelarmi il bene e il male che formano il mio destino. A Shiva io mi
inchino.

In un rito particolare, detto della campana, perché il fedele ne suona una con la mano sinistra,
mentre con la destra incensa l'immagine della Devi, viene recitato un mantra di accompagnamento:

O Madre che produci il suono che annuncia il tuo trionfo. Svaha.

Un ultimo sguardo ora al modo in cui si conclude una cerimonia sacra.


Il motivo della purificazione ritorna sotto forma di richiesta di perdono che si accompagna al saluto
alla Devi:
O primordiale Kalika, io ti ho venerato con devozione e con tutti i poteri che mi sono stati donati.
Perdonami.

A cerimonia finita ciò che è rimasto delle offerte è ritenuto sacro e viene con un mantra particolare
donato alla Devi delle offerte, che ha nome Nirmalya vasini.

IL DISCEPOLO E IL SUO GURU

Si chiama svaha mantra la formula di omaggio devoto che un discepolo recita (o medita) per il suo
maestro, il Guru. Questa parola significa venerabile e in un primo tempo era il nome che veniva
attribuito al padre, alla madre, in generale alle persone cui si dovevano rispetto e venerazione.
Successivamente indicò il maestro, il padrino incaricato dell'educazione spirituale dei ragazzi,
considerato un intermediario tra l'allievo e la divinità. Nel panorama della spiritualità indiana il
Guru ha un rilievo tanto maggiore quanto più il percorso spirituale di un discepolo comporta di
addentrarsi in una dottrina complessa e di sottoporsi a una disciplina rigorosa.
In ambito tantrico uno svaha mantra è il seguente:

HRING, SHRING, KRING PARAMESHVARI KALIKE, HRING, KRING SVAHA

Io mi inchino a te, o Guru, tu che distruggi i legami che vincolano a questo mondo, tu che dispensi
la visione della saggezza, con il piacere e la liberazione finale, tu allontani l'ignoranza e riveli il
Kula dharma (la dottrina tantrica del Kaula), tu sei l'immagine e la forma umana del supremo
Brahaman.

OMAGGIO AL QUARTO GIOIELLO

Tutti i buddhisti, indipendentemente dalle scuole entro le quali si collocano, attingono al comune
patrimonio dei tre gioielli: il Buddha, la Dottrina e la Comunità sacra. I seguaci del Vajrayana si
avvalgono di una quarta gemma preziosa: il Guru, in cui ripongono una fiducia assoluta. Il mantra
detto 'del Guru Prezioso' viene recitato dal discepolo nella concentrazione sull'immagine mentale
del Maestro, perché possa realizzare un'unione perfetta con lui, attingere alla sua conoscenza sacra
ed essere assistito nel superare gli ostacoli che si frappongono lungo il cammino verso la verità
suprema. Il mantra è il seguente:

OM AH HUM VAJRA GURU PADMA SIDDHI HUM

dove la serie iniziale di sillabe OM AH HUM sono già di per sé un mantra potente dai significati
spirituali profondissimi, dei quali si accentua un aspetto piuttosto che un altro a seconda del
contesto in cui viene usato. In generale nello Yoga ha una funzione di 'sostegno', perché prepara e
purifica la mente di chi lo recita al rito o alla meditazione che si accinge a compiere. Richiamando
l'origine (OM), la conservazione di ciò che OM ha creato (HA) e l'energia vitale che permea ciò che
è stato creato (HUM) rimuove l'ostacolo rappresentato dall'io e i vincoli imbriglianti del pensiero
dualistico. A questo punto vajra (adamantino) denota la non sostanza del vuoto, Guru, la saggezza
interiore che istruisce, elemento focale di tutto il mantra, padma la suprema compassione, siddhi i
poteri che si conseguono votandosi alla dottrina e HUM l'unità dei tre valori (saggezza,
compassione e dottrina) dentro di sé.

IL VALORE SUPREMO DELLA COMPASSIONE

Come si è accennato parlando del Buddhismo, il tema della compassione è centrale nella dottrina
Mahayana. L'immensa forza della compassione, per tutti potenzialmente e imparzialmente
disponibile è correlata al bodhisattva Avalokiteshvara, che la pietà popolare intende come un essere
celeste e i più esperti della dottrina considerano invece come la forma di una creazione mentale
altrimenti non esprimibile. Da una parte e dall'altra, comunque, c'è unanime fiducia nell'estrema
efficacia del mantra:

OM MANI PADME HUM

che è il mantra, appunto del Supremamente Misericordioso Bodhisattva Avalokiteshvara.


Semplicemente noto come Mani, è ritenuto tanto più potente quanto più la mente di chi lo recita
riesce progressivamente ad aprirsi all'amore per tutti gli esseri senzienti, fino ai più ripugnanti come
gli insetti nocivi, o ai più terrifici, come i demoni e gli spettri.

Di OM il significato ci è ormai noto. Mani Padme indica la gemma nel fiore di loto, ovvero la
saggezza essenziale contenuta nella dottrina del Buddha, la mente nelle menti, il Buddha che è nel
cuore di ciascuno. HUM infine è l'imperituro nell'effimero, e perciò il tramite dell'unione con OM.

CONGEDO

Realizzarsi in Dio è l'unico scopo della vita. Dovete vivere solo con Dio, ogni attimo. Dovete
passare il vostro tempo pensando a lui, ripetendo il suo nome, ricordandovi di lui, leggendo di lui,
riflettendo su di lui, pregandolo. Solo in questo modo troverete la vera felicità e la pace della vostra
vita. Il vostro rifugio in lui darà i suoi frutti.
Non c'è regola fissa per pregare, si può fare in ogni momento e in ogni situazione. L'unica cosa
importante è l'amore. Riceverai tanta gioia se avrai messo zelo nella pratica.

Diventerai padrone di te stesso, se ripeterai il nome di Dio con costanza e se sei sincero in tutti i
tentativi spirituali. Il nome di Dio ha il potere intrinseco d'impegnare tutti i sensi interni ed esterni
naturalmente inondati di Dio.
(Swami Shiavananda "For the Seekers of God", Calcutta, 1972).

Tutte le pratiche di meditazione possono produrre una moltitudine di effetti negli eventi della nostra
vita; la forza spirituale di ogni individuo impegnato nella preghiera, nella fede, crea un movimento
nella sostanza che ci contiene e ancora di più lo crea nella mente, dei cui poteri conosciamo solo
una piccola parte.

Non sappiamo effettivamente sino a dove e a che cosa la nostra mente, creazione divina, possa
condurci. Purtroppo spesso rimaniamo imprigionati nel labirinto che la nostra stessa civiltà ha
costruito, perché dimentichiamo la nostra origine divina. Attraverso il ritmo sacro che diamo alle
nostre preghiere possiamo riprendere coscienza di noi stessi per elevarci a un piano spirituale che
potrebbe essere la base di una vita molto più sana. Molte preghiere occidentali possono avere la
stessa funzione di un mantra: si pensi per esempio all'Ave Maria, che, per le innumerevoli
ripetizioni fatte dai fedeli, ha acquistato un potere analogo a quello dei mantra.

Pregare significa sapersi raccogliere, donare ed eliminare in quel momento il proprio io per lasciare
spazio alla sola fede; significa affidarsi alla volontà divina che darà a ognuno di noi un segno e che
trova la sua sede nell'intima profondità dell'uomo. La preghiera è un seme, e il nostro pensiero,
mezzo di indagine e serbatoio degli archetipi della creazione è l'alimento che lo fa germogliare per
poi rinutrirsene.

Possa la purezza regnare ovunque, possa l'anima godere della pace e della libertà; Dio, essenza
eterna, tu sei l'antico amico dell'uomo, sei la via del sapere, sei l'unica voce, e l'unico suono, tu che
hai salvato l'uomo e gli hai ridato la vita, continuerai a esistere oltre il movimento dell'Universo, e
sarai per l'uomo speranza e ultima meta.

(L'autrice)

fine

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