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RICONOSCIMENTO ED ESECUZIONE DELLE SENTENZE STRANIERE NELLA LEGGE DI RIFORMA DEL

DIRITTO INTERNAZIONALE PRIVATO

1. Il riconoscimento delle pronunce giudiziali straniere nel sistema generale ; 2. Natura del riconoscimento ; 3. Le
molteplici condizioni della delibazione delle sentenze straniere ; 4. L’ordine pubblico come condizione del
riconoscimento ; 5. Il riconoscimento nel suo momento processuale : i soggetti ; 6. I provvedimenti oggetto del
riconoscimento ; 7. Onere della prova in ordine ai requisiti del riconoscimento ; 8. La prescrizione ; 9. Il
procedimento da seguire ; 10. L’apparente automaticità del riconoscimento, le modalità attuative diverse
dall’esecuzione delle condanne, la complessità del titolo “bino” e l’intervento di pubblici ufficiali annotatori ; 11.
Riconoscimento di provvedimenti stranieri su capacità delle persone, rapporti di famiglia e diritti della
personalità ; 12. Le cautele nelle more dell’accertamento dei requisiti per il riconoscimento.

1. Il riconoscimento delle pronunce giudiziali straniere nel sistema generale

L’art. 64 della legge 31.5.1995, n.218, di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato ( e
processuale) afferma letteralmente al primo comma : “ La sentenza straniera è riconosciuta in Italia senza che sia
necessario il ricorso ad alcun procedimento... “.
L’art. 67(attuazione di sentenze e provvedimenti stranieri di giurisdizione volontaria e contestazione del riconoscimento)
aggiunge tuttavia che : “ In caso di mancata ottemperanza o di contestazione del riconoscimento della sentenza straniera...
ovvero quando sia necessario procedere ad esecuzione forzata, chiunque vi abbia interesse può chiedere alla Corte d’appello del
luogo di attuazione l’accertamento dei requisiti del riconoscimento”.
Ciò premesso, deve immediatamente sottolinearsi come le questioni relative al valore da attribuire alla pronuncia
giudiziale straniera riguardino non soltanto i giudici della Corte d’appello, chiamati ad accertare in via principale
la sussistenza dei requisiti per il riconoscimento della pronuncia straniera, ma qualsiasi giudice che di essa debba
tenere conto per il suo valore fondante una legittimazione, ovvero di giudicato risolutivo di una questione
pregiudiziale, ovvero ancora allorché sia invocata da una delle parti per paralizzare, con l’eccezione del ne bis in
idem, un’iterazione della stessa azione, già sperimentata e definita all’estero.
In tali casi non necessita infatti una pronuncia con efficacia esterna, ma è sufficiente che la verifica dei requisiti
limiti i suoi effetti nell’ambito del processo in cui si è avuta la contestazione : della delibazione incidentale può
essere richiesto qualsiasi giudice.
Ad un’operazione di tipo delibativo può inoltre qualsiasi giudice essere chiamato anche in un’ulteriore ipotesi :
allorché, a fronte di un’eccezione di litispendenza, evocativa della pendenza all’estero della stessa causa (identici
soggetti oggetto e titolo) anteriormente radicata debba operare una prognosi sull’idoneità della sentenza che
definirà quel giudizio a produrre o meno effetti nel nostro ordinamento.
L’art. 7 della legge 31.5.1995, n.218 di riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato (e processuale) ha
infatti profondamente innovato rispetto alla disciplina anteriore, accordando alla pendenza estera di un processo
per la medesima causa poi instaurata in Italia un rilievo prima del tutto negato.
La positiva verifica dei presupposti per il riconoscimento, qui operata in modo virtuale, comporterà infatti una
paralisi del processo italiano che potrà anche essere irreversibile.
Alla primitiva indifferenza rispetto all’attività giudiziaria straniera si è quindi sostituita una valutazione di
sostanziale equivalenza, che non si spinge tuttavia a prevedere identità di effetti, non comportando la
litispendenza straniera, pur apprezzata, immediate pronunce declinatorie.

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Il nostro attuale sistema conosce quindi una delibazione principale, una incidentale ed una virtuale, potendo
misurarsi con le ultime due qualsiasi giudice.
In secondo luogo va ancora premesso che le regole generali dettate dalla legge di riforma (artt. da 64 a ) sono
derogate da convenzioni internazionali fra le quali, per importanza e frequenza applicativa, spicca quella di
Bruxelles del 1968, concernente la competenza giurisdizionale e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e
commerciale, legge 21 giugno 1971, cui si affianca quella - parallela - di Lugano del 16 aprile 1988, legge
10.2.1992, n.198, poste a disciplina del riconoscimento e l’esecuzione di pronunce dei Paesi rispettivamente
dell’UE e dell’EFTA nelle materie civili e commerciali.
Il che, sul piano meramente quantitativo, tende a residualizzare le regole generali a vantaggio di quelle poste
dalla disciplina pattizia.
Da ultimo, deve sottolinearsi come le più vistose novità rispetto alle disposizioni codicistiche abrogate (peraltro
ultrattive, ai sensi dell’art. 72 della legge 218/95, per i processi radicati fino alla data del 31 dicembre 1996, in cui
è di entrata in vigore della più significativa tranche processuale della riforma) siano costituite dall’abolizione del
riesame nel merito (espressiva di una rinuncia da parte del nostro legislatore ad un ulteriore controllo giudiziale,
e ciò anche in presenza di sintomi d’ingiustizia nel giudizio straniero) e dalla mancata previsione dell’intervento
del Pubblico ministero.
Ciò premesso, va immediatamente evidenziato come la recente disciplina risulti in parte enfatica ed in parte
incompleta : enfatica quanto alla solenne affermazione di principio (art.64 della legge 218/95), secondo cui la
sentenza straniera è riconosciuta nel nostro ordinamento senza necessità di alcun riconoscimento (allorché
risultino tuttavia rispettati i -non pochi né trascurabili- requisiti che il medesimo articolo 64 si affretta ad
elencare) ; incompleta, in quanto si guarda bene dall’indicare la procedura da seguire avanti alla Corte d’appello
ogni qual volta il giudicato straniero debba essere utilizzato in concreto, per inottemperanza di pubblici ufficiali o
della controparte o in caso di contestazione ovvero perché il creditore abbia necessità di munirsi di un titolo
esecutivo al fine di procedere ad esecuzione forzata.
In tali rilevantissime ipotesi sarà giocoforza percorrere la via giudiziale finalizzata ad ottenere un titolo italiano
accertativo che in quello straniero siano effettivamente presenti i requisiti positivi ed assenti quelli ostativi al
riconoscimento.
Soltanto un concreto adeguarsi alla pronuncia (o la nessuna necessità di adempimenti successivi) ne rende
superflua la verifica giudiziale, non diversamente da quel che avviene ad esempio nel caso di adempimento
volontario dell’obbligato, che scongiura l’insorgenza dell’interesse processuale ad ottenere un titolo di condanna
da porre in esecuzione.
Così anche nei casi di attuazione: si pensi all’ipotesi in cui la sentenza straniera non si pone in relazione ad
attività delle parti, ma di pubblici ufficiali. Così è, ad esempio, per l’attività dell’Ufficiale dello stato civile che
deve procedere all’annotazione della sentenza di scioglimento di matrimonio ai sensi dell’art.10 della legge
1.11.1970, n.898 ovvero della sentenza d’interdizione o di inabilitazione ex art. 423 cod. civ., nonché per l’attività
del Conservatore dei registri immobiliari richiesto dell’iscrizione d’ipoteca sulla base di un titolo giudiziale estero
ex art. 2820 cod. civ., disposizione che per parte sua postula espressamente la dichiarazione di efficacia da parte
dell’Autorità giudiziaria italiana.
La sentenza che pronuncia il riconoscimento è quindi di per sé dichiarativa, limitandosi ad accertare la
sussistenza dei requisiti condizionanti un riconoscimento che è peraltro dato come automatico.
Essa costituisce lo strumento tecnico per la circolazione transnazionale di provvedimenti decisori che siano fatti
valere nell’ambito di un ordinamento diverso da quello in cui sono stati emessi.
Dal principio dell’automaticità (conclamata, ancorché enfatizzata) va tratto un primo corollario : l’azione
causale esercitata all’estero non sarà qui riproponibile in quanto tale, essendo percorribile in via esclusiva, in caso
di inottemperanza o di contestazione, la sola richiesta di riconoscimento ai sensi dell’art. 67 della legge 218/95.

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Una reiezione della richiesta di riconoscimento, ripristinando l’interesse processuale che sorge dalla perdurante
insoddisfazione di quello sostanziale, consentirà invece la riproposizione dell’azione causale, avente ad oggetto il
rapporto sostanziale già deciso dalla sentenza straniera il cui riconoscimento in Italia è stato rifiutato.
Né un’eccezione di ne bis in idem potrà fondarsi sulla base della sentenza straniera già intervenuta a disciplina
del rapporto, proprio perché, essendone stata accertata la carenza dei requisiti pretesi dalla legge, essa appare
irreversibilmente inidonea a spiegare nel nostro ordinamento effetti di giudicato.
Una reiezione della richiesta di riconoscimento è di ostacolo alla sua riproponibilità, in quanto si tratta di una
pronuncia che, esaurendosi nella sola verifica di sussistenza dei requisiti che legittimano il riconoscimento, trova
in questi il merito della pretesa esercitata.
Il carattere meritale della pronuncia di riconoscimento della sentenza straniera inibisce di per sé la
riproposizione della relativa richiesta.
Ciò ad eccezione delle ipotesi in cui un requisito prima inesistente venga in seguito a concretizzarsi (si pensi alla
sopravvenienza di un elemento fattuale fondante la giurisdizione secondo i nostri criteri, requisito previsto
dall’art. 67, lett.a) ovvero una condizione impeditiva prima esistente venga meno (ad esempio, estinzione del
processo italiano avente medesimo oggetto e stessa causa, radicato anteriormente : art. 67, lett f).
Ciò in quanto la successiva azione di delibazione si distinguerebbe da quella anteriormente esercitata e respinta,
risultando modificato il sostrato fattuale della causa petendi.
Il giudizio di riconoscimento costituisce bensì giudizio di merito, ma il suo oggetto non è dato dal rapporto
sostanziale sul quale la sentenza straniera si è pronunciata, bensì dall’idoneità di questa a spiegare in concreto
quell’efficacia che in linea di principio le è automaticamente attribuita, nella verifica dei richiesti presupposti.

2. Natura del riconoscimento

Che la decisione della Corte d’appello sul riconoscimento abbia per oggetto non già il rapporto causale, a sua
volta oggetto del giudicato estero, si trae sul piano letterale da quanto dispone l’art.67, comma 2 della legge
218/95, il quale afferma che “la sentenza straniera o il provvedimento straniero di volontaria giurisdizione
unitamente al provvedimento che accoglie la domanda (di accertamento dei requisiti per il riconoscimento) ...
costituiscono titolo per l’attuazione e per l’esecuzione forzata”.
La decisione della Corte d’appello si porrà peraltro come strumento veicolativo della pronuncia straniera, la
quale manterrà la sua natura (di accertamento, costitutiva e di condanna).
Ne deriverà che, per iniziare l’esecuzione forzata, non sarà necessario attendere il passaggio in giudicato della
sentenza di delibazione, essendo sufficiente la natura di condanna della sentenza definitiva straniera per
accordarle immediata esecutorietà, con il solo supporto dato da quella italiana di riconoscimento, emessa dalla
Corte d’appello in unico grado e ricorribile per cassazione.
Non così per una sentenza costitutiva straniera , che dovrà attendere l’attinta irrevocabilità, non potendosi
procedere alla sua attuazione, concretizzata, ad esempio in materia di stato, nella forma di pubblicità legale data
dall’iscrizione nei registri dello stato civile se non in via definitiva.
La sentenza straniera, per essere riconosciuta, deve rispettare come si è accennato, un numero considerevole di
requisiti.
Il nostro legislatore ha infatti inteso operare un’apertura in astratto larghissima, ma ha in concreto introdotto un
controllo giudiziale alquanto approfondito, le cui cadenze risultano normativamente indicate al fine di verificare,
sotto diversi profili, la compatibilità del prodotto giudiziale straniero con dati e valori interni.
Quanto ai rapporti con la giurisdizione italiana, ne si vogliono rispettate le regole (il giudice straniero
pronunciante deve avere tanto di giurisdizione quanta ne ha il nostro giudice, secondo le nostre regole : art. 64,

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lett.a) della legge 218/95), escludendosi peraltro interferenze con il suo esercizio attuale (la pendenza di un
processo italiano di pari oggetto e con le stesse parti, anteriormente radicato, inibisce l’ingresso del giudicato
straniero : art.64, lett. f).
Quanto alle norme processuali, il controllo si svolge su due piani : si vuole il rispetto del rito dell’ordinamento
di provenienza quanto ad attinta conoscenza da parte del convenuto dell’introduzione del processo (art.64, lett.b),
alla costituzione delle parti ed alla contumacia (art.64, lett.c), fermi comunque i nostri principi di ordine pubblico
processuale quanto al rispetto dei diritti essenziali della difesa (al contraddittorio, alla prova). La verifica si spinge
anche ai contenuti : quanti ai rapporti con valori giuridici italiani, va accertata la compatibilità non soltanto con i
principi generali d’ordine pubblico sostanziale (art.64, lett.g), ma anche con eventuali regole concrete vincolanti
poste con il giudicato italiano (art.64, lett.e)

3. Le molteplici condizioni della delibazione della sentenze straniere.

A. Perché la decisione straniera sia omologa a quella nazionale, è avanti tutto necessario, come si è accennato,
che sia stata pronunciata da giudice dotato di competenza giurisdizionale secondo i principi propri dell’ordinamento
italiano.
Tale specifico riferimento comporta una netta delimitazione dell’ambito oggettivo delle decisioni straniere
riconoscibili, che non possono essere diverse quanto a genere da quelle pronunciate dai nostri giudici civili
ordinari, con la variante costituita dall’estraneità dell’istanza che le ha emesse.
Dovrà, in ultima analisi, farsi riferimento all’ambito della giurisdizione del giudice italiano, come indicato
dall’art.1 del nostro codice di rito : poiché tale norma si occupa del giudice civile ordinario, saranno riconosciute
soltanto le decisioni emesse da un giudice civile ordinario straniero, che abbia tanta competenza giurisdizionale
quanta ne avrebbe l’omologo italiano.
Tale lettura appare peraltro coerente alla ratio della normativa, che unifica nel medesimo testo la disciplina
sostanziale del diritto internazionale privato e di quello processuale e, fra l’altro, individua significativamente
l’argine dell’ordine pubblico come impedimento all’ingresso dei valori stranieri incompatibili, sia per quanto
attiene la legge materiale applicabile dal giudice italiano (art.16) che quella in concreto applicata dal giudice
straniero che ha pronunciato al sentenza delibanda (art.64, lettera g) .
Le regole non possono che riguardare la stessa materia : solo le sentenze il cui contenuto sostanziale rientra
nell’ambito del diritto internazionale privato saranno riconosciute nei modi e nei limiti segnati dalla riforma.
Ne deriva, ad esempio, che non saranno delibabili secondo il rito generale né le sentenze rese da un giudice
tributario straniero, né quelle pronunciate da un giudice ordinario straniero in materia tributaria, né - sempre
beninteso in assenza di disposizioni speciali pattizie derogatrici - per la loro valenza pubblicistica e la
caratteristica di aprire un procedimento piuttosto che di definire una controversia, le sentenze estere dichiarative
di fallimento.
L’esclusione riguarda pertanto le sentenze in materia amministrativa, contabile , penale e tributaria da qualsiasi
giudice, anche ordinario, siano pronunciate.
Il rinvio ai nostri “principi” in ordine alla giurisdizione comporta in concreto un’apertura vastissima. L’estrema
larghezza dei criteri di competenza giurisdizionale comporta un’estrema permeabilità del nostro ordinamento
rispetto a prodotti giurisdizionali stranieri sotto il profilo della competenza internazionale di cui all’art. 64, lett.a).
E ciò fino a rendere indifferente l’esistenza effettiva in capo al giudice straniero della giurisdizione secondo le
proprie regole interne.

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Ne deriva che, in ipotesi, un non rilevato difetto di giurisdizione in capo al giudice straniero in base alla sua
normativa non impedirà il riconoscimento della sentenza da lui pronunciata in presenza di criteri fondanti la
nostra giurisdizione.
Il parametro esclusivo è quindi dato dalle nostre regole, con conseguente totale omogeneità rispetto alle
possibili diseguaglianze dei vari ordinamenti di provenienza.

B. E’ necessario che la sentenza sia passata in giudicato secondo al legge del luogo in cui è stata pronunciata.
Si richiede quindi un’attinta definitività del provvedimento, non essendo riconoscibile ed eseguibile in Italia
(secondo le regole generali) una sentenza straniera che, pur dotata di esecutorietà nel proprio ordinamento, sia
tuttavia suscettibile di riforma o modifica con i normali mezzi di impugnazione.
Deve valutarsi, in base alle norme procedimentali dell’ordinamento di origine, se il processo può dirsi concluso
o a seguito del mancato tempestivo esercizio del potere di impugnazione ovvero dell’esaurimento dell’intera serie
di impugnazioni ordinarie.
La sentenza straniera, per poter avere effetto in Italia, deve quindi avere acquisito un elevato grado di stabilità
nell’ambito del proprio ordinamento, stabilità tuttavia non esclusa dall’esperibilità delle impugnazioni
straordinarie.
Ne deriva inoltre che mai un provvedimento cautelare ( ancillare e strumentale rispetto al merito) potrà ottenere
autonomo riconoscimento ( sempre, beninteso nel sistema generale), come pure una sentenza di mero irto,
essendo insuscettibili di passare in giudicato

C. Si possono avere interferenze fra l’attività giurisdizionale italiana (sia tuttora in corso che ormai conclusa
con provvedimento definitivo) e della pronuncia straniera, tali da impedire, se del caso, la riconoscibilità
Si danno perciò regole per risolvere conflitti virtuali od attuali, sì che la tendenziale preferenza accordata
all’istanza italiana non appare indiscriminata, per l’accordato rilievo alla prevenzione temporale.
E così avanti tutto costituisce impedimento al riconoscimento la pendenza in Italia di un processo per il medesimo
oggetto e fra le stesse parti, iniziato prima di quello in cui al sentenza straniera è stata pronunciata : ne risulta come
requisito di delibabilità della sentenza che lo ha definito la priorità del giudizio estero.
Ne deriva che una successiva radicazione del processo in Italia non varrà a scongiurare il riconoscimento della
sentenza pronunciata nel precedente processo estero.
Ovviamente un contrasto del genere potrà verificarsi in concreto soltanto in ipotesi di mancato o difettoso
funzionamento del meccanismo di coordinamento previsto dall’art. 7 della legge 218/95, che - come si è
accennato - impone al giudice italiano successivamente adito di sospendere il giudizio in caso di previa pendenza
del processo straniero.

D. La valutazione di compatibilità del prodotto giudiziale straniero con il nostro assetto ordinamentale va
inoltre operata sotto il profilo della garanzia dell’effettività del diritto alla difesa.
Il parametro costituzionale posto dall’art. 24 Cost. vuole infatti che sia assicurata alla parte la difesa tecnica, nel
rispetto del principio del contraddittorio. Soltanto un’assistenza tecnica costante ed attenta garantisce il
contraddittorio, il cui nucleo sostanziale irriducibile consiste nella possibilità, offerta alle parti che debbono
subirne le conseguenze, di influire sull’esito del giudizio, partecipando attivamente al processo.
Perché ciò avvenga bisogna che le parti siano adeguatamente informate in ogni fase e grado del giudizio, sia in
quella di avvio le procedimento, sia nel corso di questo ove i dati processuali mutino, sia infine si ogni
sopravvenuta decisione dell’organo giudicante, di qualsiasi tenore sia.

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Peraltro alla conoscenza delle vicende del giudizio occorre si accompagnino termini processuali congrui che,
per durata e data di decorrenza, consentano alla parte la concreta possibilità di utilizzare i mezzi difensivi
apprestati dall’ordinamento.
E’ ancora ormai pacifico che il diritto di azione e di difesa ricomprenda in sé quello alla prova.
Il legislatore della delibazione ha inteso coniugare la compatibilità rispetto a tali parametri con il rispetto
formale della legge processuale di provenienza nelle lettere b) e c) dell’art.64.
Al tempo stesso il controllo operato dal giudice italiano non trova preclusione nel giudicato straniero : una
nullità non rilevata in quel processo, egualmente approdato alla definizione meritale, sarà liberamente (e
doverosamente) rivalutata ai fini del riconoscimento : ne deriva che il controllo di compatibilità non trova alcun
ostacolo nell’attinta definitività di un giudicato estero pronunciato in esito ad un procedimento minato da
violazioni sanzionabili dalla legge processuale di provenienza.
Dal tenore letterale della normativa sembra doversi dedurre che la mera difformità formale rispetto al modello
legale di provenienza determina l’irriconoscibilità della pronuncia straniera per il solo fatto che l’atto introduttivo
non sia stato ritualmente partecipato al convenuto o che siano state inosservate le norme processuali straniere
sulla costituzione delle parti e la pronuncia della contumacia.
Sembra che l’enunciazione letterale (e l’assunzione del rispetto del rito straniero a condizione di delibabilità)
risenta dell’impostazione sostanzialmente protettiva del cittadino italiano condannato in esito a processo svoltosi
all’estero, coerentemente ad un sistema che si rappresenta per implicito l’interesse a delibare in odio a convenuto
italiano. E ciò tanto più in quanto - ora - il riconoscimento si dà senza poter procedere in Italia al riesame del
merito della decisione.
Va notato come tuttavia il sistema attuale prescinda dalla cittadinanza delle parti e si limita a regolare la
permeabilità del nostro ordinamento a qualsiasi prodotto giudiziale straniero, fra qualsiasi parte sia stato
pronunciato, anche in assenza di protagonisti italiani, sol che si verifichi l’interesse all’esecuzione e comunque
all’attuazione nel nostro Paese.
Si pensi all’ungherese che ha ottenuto un titolo giudiziale contro un proprio concittadino nel suo Paese,
interessato ad azionarlo in Italia per colpire beni di proprietà del convenuto qui esistenti ; ovvero da una sentenza
di accertamento della sottoscrizione costituente titolo per la trascrizione della proprietà di una nave nei registri
navali italiani.
Nonostante ciò, il dato normativo non sembra consentire soluzioni diverse : mentre il giudicato italiano copre le
nullità non convertite in motivi di impugnazione, quello straniero, in sede di verifica, subisce un esame che
prescinde dalla copertura, potendo essere vanificato sol che, anche non violati i diritti essenziali della difesa,
risultino comunque violate le norme formali del rito straniero sulla conoscenza da parte del convenuto dell’atto
introduttivo, sulla costituzione di entrambe le parti, sulla loro contumacia.
Letture diverse non appaiono possibili in quanto, pur rispondendo ad indubbia coerenza sistematica,
tradirebbero l’evidenza letterale della norma.
Per contro, nell’inesistenza di un parametro formale per la sua individuazione, sarà il giudice italiano della
delibazione chiamato ad apprezzare l’essenzialità dei diritti che si assumono violati.
Conclusivamente la valutazione di compatibilità appare duplice : sotto il profilo sostanziale è necessario che
non siano stati violati i diritti essenziali della difesa ; sotto quello formale, bisogna che non siano state inosservate
le norme processuali straniere, nei sopra ricordati limiti.
Il temperamento potrà essere dato, con riferimento a queste ultime, dalla sanatoria offerta dalla circostanza che
chi si faccia a richiedere il riconoscimento sia proprio la parte a salvaguardia dei diritti della quale era posta la
norma processuale violata.

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Si pensi al convenuto malamente informato o di cui sia stata malamente dichiarata la contumacia che, risultato
tuttavia vittorioso, abbia interesse all’inottemperanza dell’avversario, ad ottenere l’accertamento dei requisiti per
il riconoscimento.

4. L’ordine pubblico come condizione del riconoscimento

L’art.67 si conclude ponendo come ultimo requisito per l’automatico riconoscimento la non contrarietà degli
effetti delle disposizioni del giudicato straniero all’ordine pubblico.
Ciò, come si è ricordato, in parallelo con quanto previsto dall’art. 16 della medesima legge.218/95, che pone
come limite all’applicazione della legge richiamata per meccanismo di diritto internazionale privato la contrarietà
dei suoi effetti all’ordine pubblico.
Per “disposizioni” devono ritenersi le statuizioni della sentenza delibanda, con riferimento agli elementi di
identificazione dell’accolta domanda. Ne deriva che, accanto all’oggetto, avrà rilievo anche il titolo, il cui
evidenziarsi è necessario ai fini della valutazione dell’impatto degli effetti del giudicato straniero con la nostra
realtà ordinamentale.
Tale principio soccorre con particolare riferimento alle sentenze di condanna al pagamento di una somma di
denaro, di per sé del tutto “neutre”, e che, ove si trascurasse il titolo, troverebbero ingresso indiscriminato nel
nostro ordinamento anche se correlate da un titolo illecito.
Si pensi ad un rapporto sostanziale di cessione verso corrispettivo di un organo (ad esempio, un rene).
Nessun dubbio che una sentenza straniera che, per assurdo, avesse condannato l’inadempiente cedente a
consentire l’espianto , non troverebbe ingresso per una contrarietà immediatamente percepibile; ma una sentenza
che, ad espianto avvenuto, condannasse il cessionario moroso al pagamento del corrispettivo, sarebbe in astratto
riconoscibile attesa la neutralità della condanna a somma di denaro, se si prescindesse dalla valutazione
d’illegalità e contrarietà con l’ordine pubblico del contratto che costituiva la fonte della dedotta obbligazione.
Ne deriva, ancora, che la sentenza straniera non può essere apprezzata ai fini del riconoscimento prescindendo
dal rapporto sostanziale di riferimento : sarà quindi riconoscibile soltanto se dal suo contesto possa essere
percepito e positivamente valutato il titolo, ovvero al causa giustificatrice della decisione.
Sotto il profilo dell’ordine pubblico, la verifica di compatibilità della norma straniera richiamata (art.16 della
legge 218/95) rispetto a quella delle disposizioni della sentenza di essa applicativa (art.64) appare simile, ma non
perfettamente coincidente.
La norma astratta delinea infatti una serie di fattispecie generali, ponendo delle regole destinate a valere per un
numero indeterminato di casi concreti ad essa riconducibili ; la sentenza regola invece una fattispecie concreta che
ritiene di sussumere nello schema astratto posto dalla norma.
In entrambe le ipotesi il riferimento è identico, ma muta la globalità percettiva. Nell’un caso la valutazione
dell’impatto degli effetti con il nostro ordinamento è facilitata dal carattere meramente descrittivo della
fattispecie ; nel secondo invece la mediazione applicativa implica la necessità di valutare se e come quella
fattispecie concreta si ricolleghi a quella norma e, in caso positivo, se questa collida o meno con l’ordine pubblico
interno.
Del resto (ferma restando l’identità terminologica degli artt.16 e 67) apparirebbe inaccettabile che una regola - in
astratto confliggente e quindi mai applicabile dal nostro giudice per meccanismo di diritto internazionale privato -
trovasse tuttavia ingresso ove applicata in concreto, quale fondamento di una statuizione di condanna pecuniaria
e quindi di per sé “neutra”.
Né la sentenza straniera può produrre effetti contrari all’ordine pubblico nella sola ipotesi derivata, per al sua
mera conformità alla norma astratta essa stessa confliggente ; contrarietà potrà infatti darsi anche se la sentenza

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abbai fatto mal governo di una normativa compatibile, ponendo direttamente effetti di per sé contrari all’ordine
pubblico.
In tal caso non è sufficiente il mero richiamo ad un titolo a sua volta di per sé compatibile (si pensi alla frode
processuale del giudice).
Deve ritenersi che l’impossibilità di procedere al riesame nel merito nei casi che legittimerebbero al revocazione
ne impone il recupero ai fini della verifica di compatibilità degli effetti del giudicato straniero con l’ordine
pubblico. Pertanto una sentenza (malamente) applicativa di una normativa straniera di per sé compatibile non
sarà riconosciuta in quanto il dolo del giudice fa sì che i suoi effetti siano incompatibili con i nostri principi
irrinunciabili.

5. Il riconoscimento nel suo momento processuale : i soggetti

All’esperimento dell’azione di riconoscimento sono legittimati - a parere di chi scrive - soltanto i soggetti che
furono parti del rapporto processuale davanti al giudice straniero e, ricorrendone i presupposti, i loro successori a
titolo universale o particolare.
L’art.67 della legge 218/95 attribuisce in verità in modo generico a tutti coloro che vi abbiano interesse la
legittimazione a richiedere l’accertamento dei requisiti del riconoscimento in caso di mancata ottemperanza o di
contestazione ovvero quando sia necessario procedere all’esecuzione forzata.
La specifica enunciazione dell’interesse va apprezzata anche sotto il profilo del requisito ulteriore che sorge
soltanto a seguito del mancato riconoscimento fattuale del diritto consacrato nella sentenza straniera, mancato
riconoscimento che si concreterà nella contestazione, nell’inottemperanza, nel difetto di adempimento volontario,
che costringono ad agire esecutivamente, munendosi della relativa formula.
E ciò non soltanto con riferimento all’esecuzione in senso stretto, in quanto tale correlata ad una pronuncia di
condanna, ma più ampiamente all’attuazione della sentenza straniera.
La norma potrebbe, a prima lettura, apparire estensiva dell’ambito soggettivo dei legittimati rispetto alle parti
del processo definito con la sentenza straniera da utilizzare come tale, ribadendo la regola peraltro già espressa
dall’art. 100 cod. proc. civ.
Poiché in definitiva l’interesse ad agire è strumentale all’individuazione del soggetto legittimato (soltanto chi ha
un interesse giuridicamente rilevante al processo, generato dall’asserito pregiudizio di un proprio interesse
sostanziale, è legittimato a richiedere la tutela giudiziale idonea a rimuovere quel pregiudizio), nonostante
l’ampiezza dell’accezione (“chiunque vi abbia interesse”), già dal tenore letterale dell’art.64, lett f) si trae la
necessità di restringere alle parti del giudizio straniero la legittimazione a richiedere l’accertamento dei requisiti
del riconoscimento.
Ma ciò anche nel caso in cui il giudicato straniero fra parti non coincidenti abbai valenza pregiudiziale in
giudizio italiano: in tale ipotesi l’interessato farà valere quel giudicato in via incidentale (art.67, comma 3), ai
ristretti fini di quel giudicato, senza che sia necessario (e senza che pertanto vi sia interesse) a farlo valere in via
principale.
Si pensi ad un giudizio italiano fra creditore garantito e fidejussore, escusso per il pagamento di un debito
definitivamente dichiarato insussistente in giudizio estero fra il medesimo creditore ed il debitore principale.
Poiché il creditore agisce in Italia contro persona diversa, ma facendo valere un titolo già vanificato nel suo
valore oggettivo all’estero, sarà al fidejussore sufficiente invocarlo in quel giudizio ai ristretti fini endoprocessuali
di paralizzare la pretesa attorea, senza alcuna necessità di riconoscimenti con effetti al di fuori di quello specifico
processo.
La mancanza di necessità comporta, all’evidenza, mancanza di interesse.

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Ne resta quindi confermata la proposizione secondo cui chi non ha partecipato al processo straniero non è
legittimato alla richiesta di riconoscimento della sentenza che quel processo ha definito.
Peraltro non può riconoscersi l’interesse a richiedere il riconoscimento nemmeno a colui che, estraneo al
giudizio estero, avrebbe potuto provocarlo in Italia.
Ciò per l’indelibabilità del titolo ai sensi dell’art. 67, lett. b) ove litisconsorte necessario pretermesso, cui sia stata
sottratta al possibilità di partecipare al processo straniero; se invece, senza essere parte necessaria del processo,
avrebbe potuto radicarlo in Italia (si pensi al litisconsorte facoltativo), il giudizio estero non potrà coinvolgerlo
(salva pregiudizialità da far valere in via incidentale).
In definitiva le parti estranee al processo concluso con il giudicato estero non potranno mai richiederne il
riconoscimento in via principale ; se, dovendovi necessariamente partecipare, non sono stati posti in grado di
farlo, la sentenza non sarà mai riconoscibile, attesa la pretermissione ; se, potendovi partecipare, non lo hanno
fatto, il giudicato straniero non può costituire scorciatoia rispetto ad un iter da percorrere comunque : ove la
sentenza non sia idonea a far stato nei loro confronti (si pensi al condebitore solidale a fronte di un giudicato
straniero di assoluzione del condebitore dalla pretesa creditoria per motivi a questi personali) non lo farà mai;
ove lo sia (si pensi all’assolutoria del condebitore per motivi oggetti, attinenti al comune titolo) bene potrà essere
fatta valere in via incidentale, con efficacia endoprocessuale nel giudizio da lui promosso, senza potersi
appropriare direttamente ed in via alternativa del prodotto giudiziale straniero.
Tale soluzione appare peraltro coerente alla natura stessa della sentenza di riconoscimento che, limitandosi ad
accertare la sussistenza dei requisiti di legge nel giudicato straniero, non potrà farlo che nei confronti delle parti di
questo : in caso contrario si assumerebbe che una sentenza vincolante un certo numero di parti all’estero, ne
vincolerebbe altre ed ulteriori in Italia.
Chi dalla sentenza straniera potrebbe risentire effetti riflessi ed indiretti non è tuttavia privo di tutela : non potrà
farsi direttamente a richiedere il riconoscimento, ma gli sarà consentito intervenire nel giudizio provocato per
altrui iniziativa.
Potrà perciò intervenire in un giudizio per il riconoscimento del giudicato straniero da altri (legittimato in via
principale e già parte del processo straniero) instaurato il portatore di un interesse che lo avrebbe legittimato
all’intervento nel virtuale giudizio causale che, in luogo della delibazione, avrebbe potuto essere promosso, fin
dall’inizio ed alternativamente, dal giudice italiano, salva l’ipotesi di intervento in via principale ad excludendum,
troppo vicina alla legittimazione in via primaria.
Potrà quindi darsi l’intervento adesivo autonomo, in quanto di per sé non ampliativo del thema decidendum,
posto a tutela dell’interesse che l’emananda sentenza potrebbe pregiudicare.
Legittimato passivamente sarà il soggetto inottemperante o contestante, ovvero il destinatario dei capi di
condanna, ovvero ancora la controparte della sentenza suscettibile di annotazione o di trascrizione.
In definitiva saranno passivamente legittimate le controparti (o loro eredi o aventi causa) del giudizio svoltosi
all’estero e conclusosi con al sentenza da riconoscere.
Va rilevato che la formula adottata dal comma 1 dell’art.67 della legge 218/95 consente una lettura aperta, sì da
ammettere che l’iniziativa sia assunta dalle controparti interessate all’accertamento negativo della sussistenza dei
requisiti.
Ne deriva che il soccombente nel giudizio causale estero potrà esercitare azione di accertamento negativo della
sussistenza delle condizioni per il riconoscimento del titolo estero, così facendo valere in via di azione ciò che
avrebbe potuto proporre in via di eccezione all’iniziativa della controparte.
Come si è ricordato, non è previsto l’intervento del Pubblico ministero nel procedimento per il riconoscimento
delle sentenze straniere.
Atteso il carattere “plastico” e la funzione veicolativa della decisione resa dalla Corte d’appello, può ritenersi
ipotizzabile una sua partecipazione nei casi previsti dall’art. 70 cod. proc. civ. (intervento necessario), per il

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principio secondo cui il giudizio di riconoscimento partecipa della natura della causa definita con la pronuncia
estera da riconoscersi.
Si pensi ad esempio ad una sentenza straniera di separazione personale fra coniugi in esito ad una causa di
natura matrimoniale.
Norma di chiusura potrà essere individuata nell’accordata facoltà d’intervento del Pubblico ministero in tutti i
casi in cui ravvisi un pubblico interesse (art.70, ultimo comma, anche a seguito di comunicazione degli atti
ordinata dal giudice ex art.71, comma 2 cod. proc. civ.).

6. I provvedimenti oggetto di riconoscimento

Il titolo IV della legge 218/95 indica, quali oggetti del possibile riconoscimento (quanto a provvedimenti, con
conseguente esclusione degli atti di cui all’art.68) sentenze (art.64), provvedimenti relativi alla capacità delle
persone ed all’esistenza di rapporti di famiglia o di diritti della personalità (art.65), provvedimenti stranieri di
giurisdizione volontaria (art.66).
Deve trarsene che oggetto di delibazione secondo il rito generale saranno sentenze o provvedimenti pronunciati
dall’autorità giudiziaria.
Il provvedimento straniero da riconoscere deve vedersi attribuire nell’ordinamento di provenienza le
caratteristiche che nel nostro ordinamento sono proprie delle sentenze (e degli altri atti a contenuto decisorio ad
esse equiparati).
La comparazione va operata per categorie e tipi di provvedimenti, per cui non è richiesta una completa identità,
essendo sufficiente che ciò che in entrambi gli ordinamenti è essenziale sia comune ad entrambi i provvedimenti,
onde ricondurre quello straniero ad uno dei tipi o categorie predeterminate dal nostro ordinamento :
Così per sentenza andrà inteso ogni atto che ne partecipi della natura meritale, in quanto idoneo a decidere nel
merito un rapporto controverso con carattere di definitività, indipendentemente dalla sua denominazione
nell’ordinamento di origine.
Ne deriva che sarà riconoscibile anche un provvedimento straniero di natura monitoria, in quanto affine al
nostro decreto ingiuntivo.
Ancora, sarà riconoscibile il provvedimento di volontaria giurisdizione, la cui stabilità è bensì relativa, in quanto
legata alla permanenza della situazione esistente al momento della sua pronuncia, in quanto i nostri
provvedimenti di volontaria giurisdizione così si connotano.
Come sopra accennato, non sarà riconoscibile la sentenza di mero rito, in quanto inidonea a risolvere una lite :
lo sarà soltanto per l’eventuale capo di condanna alle spese, atteso il carattere meritale di quest’ultimo, attributivo
di un bene della vita.
Non saranno ancora riconoscibili i provvedimenti stranieri di natura cautelare, in quanto i provvedimenti
cautelari previsti dal nostro ordinamento non hanno carattere di sentenza, non definendo una lite ma limitandosi
a cautelare i diritti in contrasto, in situazione di accessorietà/dipendenza e di strumentalità rispetto alla lite
principale.
L’irriconoscibilità in sede civile ex art.64 della legge 218/95 dei capi della sentenza penale straniera di condanna
alle restituzioni o al risarcimento discende dall’applicazione del principio, già sopra enunciato, secondo cui
possono riconoscersi soltanto i provvedimenti emanati dal giudice dotato di competenza giurisdizionale secondo i
criteri propri dell’ordinamento italiano, e quindi soltanto quelli pronunciati da giudici (stranieri) civili ordinari.

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Ciò appare peraltro coerente, sul piano sistematico, all’accordata possibilità di ottenere riconoscimento di quei
capi e di quelle disposizioni unitamente alle altre (penali), contenute nella medesima sentenza penale straniera,
riconoscibile ai sensi degli artt. 730 ss. e 741 del cod. proc. pen.
Va infine ricordato che gli atti pubblici stranieri muniti di formula esecutiva sono oggetto di riconoscimento e
possono essere attuati od eseguiti coattivamente seguendo le forme ed i modi di cui all’art. 67 della legge 218/95
(art.68).

7. Onere della prova in ordine ai requisiti del riconoscimento

Nell’elencare i requisiti del riconoscimento (peraltro, come già accennato, notevolmente disomogenei fra di
loro), il legislatore trascura di indicare se il loro difetto sia rilevabile d’ufficio, se la loro sussistenza vada provata
dal richiedente il riconoscimento, se esista a carico della controparte un onere di mera contestazione ovvero se
costui, nel sollevare eccezioni in senso tecnico, sia gravato della prova die fatti ostativi.
A differenza di quanto avviene, ad esempio, per il riconoscimento e l’esecuzione di lodi arbitrali stranieri (artt.
839 e 840 cod. proc. civ.), il legislatore della riforma (che, come si accennerà, non ha nemmeno inteso evidenziare
le modalità dell’approccio procedimentale per ottenere il riconoscimento da parte della Corte d’appello) non
ripartisce in modo esplicito fra le parti l’onere relativo alla sussistenza o meno dei requisiti positivi per il
riconoscimento (né all’inesistenza delle condizioni ostative), sì da evidenziare la regola finale di giudizio che
penalizza con la soccombenza chi, essendone gravato, non fornisca la prova che gli si richiedeva.
Il principio generale del riconoscimento è senz’altro quello dell’officiosità, ma la proposizione va
opportunamente precisata.
Officiosità vuole che l’inesistenza dei requisiti positivi ovvero l’esistenza di quelli ostativi siano entrambe
rilevate dal giudice, indipendentemente da allegazioni, contestazioni o eccezioni.
La disomogeneità dei requisiti comporta tuttavia che non tutti hanno una pari evidenza processuale.
La contrarietà con l’ordine pubblico emergerà di regola dalla mera (e necessaria) produzione della sentenza di
cui si richiede il riconoscimento ; la pendenza in Italia di processo anteriore per la medesima causa non potrà
invece essere apprezzata se le parti, con la loro attività di produzione, non consentano la concreta acquisizione
del dato ostativo.
La natura officiosa non appare peraltro scalfita : anche se la parte interessata non lo rilevi, lo farà egualmente il
giudice, che tuttavia non potrà che basarsi su quanto processualmente evidente.
La questione è d’intuitivo rilievo, in quanto la verifica della sussistenza dei requisiti voluti dalla legge per il
riconoscimento costituisce il merito del relativo giudizio, con l’essenziale conseguenza che l’azione rimane
consunta, e come tale non più proponibile, ove non venga provata l’esistenza di un requisito positivo per contro
già sussistente ovvero l’insussistenza di un requisito negativo già al momento inesistente.
La consunzione potrebbe apparire fatale, sì che nemmeno una sopravvenienza successiva potrebbe consentire la
reiterazione dell’azione. Secondo tale impostazione, la pendenza di un processo italiano anteriore per la
medesima causa costituirebbe ostacolo invalicabile se perdurante al momento della decisione; l’estinzione
successiva del giudizio nazionale ostacolativo non comporterebbe reviviscenza alcuna dell’azione di delibazione,
ormai consunta.
Deve ritenersi invece che, fermo l’onere di evidenziazione processuale a carico delle parti ed il rilievo anche
ufficioso del giudice, vada operata una netta distinzione in punto reiterabilità.
Se si tratta di defaillances probatorie, la sanzione sarà quella dell’improcedibilità di una successiva azione di
delibazione della medesima sentenza straniera, per la regola del ne bis in idem ; se invece la situazione fattuale è

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nel frattempo modificata, non si potrà impedire all’interessato di richiedere nuovamente ciò che gli è stato in
precedenza negato in presenza di condizioni diverse.
Così, ad esempio, ove il richiedente non consenta il controllo della ritualità della dichiarazione di contumacia
del convenuto per difetto di idonea produzione documentale relativa al giudizio straniero, ad istanza respinta non
potrà certamente riproporne validamente altra identica, assolvendo nel nuovo giudizio promosso per la stessa
causa a quell’onere di evidenziazione processuale cui si era sottratto in precedenza.
Se invece la pendenza del processo italiano anteriore, che aveva determinato la reiezione di una precedente
richiesta di delibazione, viene in seguito meno per estinzione, si potrà a nostro avviso reiterare l’azione, in quanto
questa non sarà più in realtà la stessa, essendo mutato uno degli elementi fattuali che concorrono alla sua
identificazione.
Vendendo ora all’esame delle singoli requisiti, seguendo l’elencazione posta dall’art. 64, ferma quindi
l’officiosità del rilievo legata al carattere assolutamente pubblicistico degli interessi sottesi al riconoscimento di
giudicati esteri, si rileverà una percepibilità molto agevole di quelli di cui alle lettere a), d) e g).
Non va tuttavia trascurato che, ove ad esempio la sentenza straniera risulti priva di motivazione (e la sua
assenza è pacificamente ritenuta non contraria all’ordine pubblico), sarà cura del richiedente produrre atti
ulteriori perché ne emerga la competenza giurisdizionale del giudice ordinario civile straniero che l’ha
pronunciata, secondo i nostri criteri, nonché la non contrarietà dei suoi effetti con l’ordine pubblico italiano.
Un laconico dispositivo di condanna al pagamento di una somma di denaro, privo di indicazione del titolo, non
consente infatti al giudice di verificarne la compatibilità con i principi fondamentali cui il nostro ordinamento si
ispira, e di ciò sarà fatto carico al richiedente la delibazione, che si vedrà negato il riconoscimento per tale motivo.
Circa i requisiti procedimentali di cui alle lettere b) e c) dell’art.64, ove il richiedente non consenta al giudice le
necessarie verifiche (relativamente alla conoscenza del giudizio da parte del convenuto, il rispetto dei diritti
essenziali della difesa, la contumacia) ne seguirà pronuncia rejettiva, per il principio che l’esistenza dei requisiti
positivi deve emergere in sede processuale per consentire al giudice la verifica.
Quanto invece ai fatti ostativi (e quindi autonomamente positivi di segno contrario), l’assenza di dati che li
riguardino non comporta di per sé alcuna necessità di verifica ; se il convenuto ne farà questione, potrà
costringere il richiedente a provarne l’assenza mediante circostanziata contestazione ovvero costringere se stesso
a provarne l’esistenza per impedire il riconoscimento.
Così ad esempio l’invocata pendenza in Italia di precedente processo per la stessa causa (lett. f) comporterà
l’onere del richiedente di provare il contrario (mancata pendenza o diversità della causa) soltanto se il rilievo sarà
circostanziato, cioè accompagnato dalla specifica indicazione dell’ufficio giudiziario italiano avanti al quale la
pendenza stessa è stata assunta.
L’esistenza di un giudicato italiano contrastante (impeditiva del riconoscimento ai sensi della lett. e) sarà
accompagnata da un onere di produzione del relativo documento a cura del resistente, che consenta al giudice di
apprezzare in concreto l’asserito contrasto.

8. La prescrizione

La natura, normativamente sancita, di mero accertamento dell’azione di riconoscimento, ne comporta


l’imprescrittibilità. Va ricordato che la sentenza straniera può essere fatta valere nel nostro ordinamento anche a
fini diversi dall’esecuzione, cui peraltro può farsi luogo esclusivamente in base a titoli giudiziali di condanna,
essendone insuscettibili quelli meramente dichiarativi e quelli costitutivi (che, per parte loro, potranno essere non
eseguiti, bensì attuati).

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Se quindi il provvedimento straniero contiene statuizioni di condanna, potrà avere esecuzione in Italia
costituendo titolo per procedere all’esecuzione forzata, previa verifica giudiziale dell’esistenza dei presupposti, e
ciò ai sensi degli artt. 64 e 67 della legge 218/95.
Va perciò operata una precisazione in punto prescrizione.
Nel nostro ordinamento essa non riguarda soltanto i diritti sostanziali, ma si estende anche alle azioni, attesa
l’ampiezza dell’espressione utilizzata dalla norma di cui all’art. 2934 cod. civ. (“ogni diritto si estingue per
prescrizione...”), per cui la prescrizione stessa può riguardare, in astratto, sia il rapporto giuridico sostanziale
dedotto nel giudizio straniero, sia l’actio judicati nascente dalla sentenza straniera di cui si richiede il
riconoscimento, sia infine l’azione di verifica dei presupposti che condizionano la possibilità di azionarla
esecutivamente in Italia (cioè quella di delibazione).
Nell’esaminare le tre possibili prescrizioni che potrebbero entrare in gioco, deve avanti tutto negarsi rilievo di
sorta alla questione di prescrizione riferibile al diritto sostanziale dedotto nel giudizio causale svoltosi all’estero.
Ove infatti il controinteressato ritenga di eccepire una prescrizione del diritto sostanziale che sarebbe maturata
prima del passaggio in giudicato della sentenza straniera che tale diritto ha riconosciuto, gli verrà agevolmente
opposto che l’attinta irrevocabilità preclude ogni questione al riguardo.
Nel giudizio delibativo non può infatti controvertersi in ordine alla prescrizione del diritto sostanziale sotteso
alla pretesa fatta valere avanti al giudice straniero.
Se invece l’eccezione riguarda la c.d. actio judicati, collocandosi essa nell’ambito del diritto materiale applicato
alla fattispecie concreta, dovrà avanti tutto verificarsi in quale ordinamento rinvenirne al disciplina (quello
interno o quello di provenienza) e ciò sulla scorta della nostra normativa di diritto internazionale privato.
Soltanto ove risulti applicabile alla fattispecie, come lex causae, la legge italiana, si farà riferimento all’art. 2953
del nostro codice civile, che deve intendersi riferito a qualsiasi condanna, anche straniera, purché applicativa del
diritto italiano (e non, per converso, a sentenze anche italiane applicative del diritto straniero, non trattandosi di
norma di applicazione necessaria o di ordine pubblico, in quanto non si tratta di materia sottratta alla
disponibilità delle parti).
Ne deriva in tal caso, ferma l’imprescrittibilità dell’azione di riconoscimento, la possibilità di eccepire la
prescrizione della c.d. actio judicati, che in realtà altro non è che prescrizione del diritto sotteso, eventualmente
convertita in decennale a meri fini esecutivi.
Se per contro il diritto applicabile è straniero, si farà riferimento a quell’ordinamento, anche ai fini
prescrizionali, con possibile diversità di disciplina (sempre a fini esecutivi, termini diversi, più lunghi o più brevi,
ovvero lo stesso termine, o ancora nessun termine).
Va tuttavia sottolineato come non sia rilevabile in sede di riconoscimento, in quanto l’art. 64 della legge 218/95
non prevede, fra le condizioni ostative, la prescrizione dell’actio judicati.
Ciò si spiega in quanto quest’ultima opera nella sola sede esecutiva e non in quella, cognitiva, di verifica delle
condizioni legittimanti il riconoscimento.
Essa potrà essere fatta valere nella sola sede di opposizione all’esecuzione, promovibile sulla scorta del titolo
“bino” costituito dalla “sentenza straniera... unitamente al provvedimento che accoglie la domanda di cui al
comma 1”, in quanto la sola congiunzione di essi costituisce “titolo per l’attuazione o l’esecuzione forzata”(art. 67,
comma 2 della legge 218/95).
Quanto alla vera e propria azione di riconoscimento del giudicato straniero, la sua natura meramente
dichiarativa, tale da limitarsi a tendere all’attuazione di una preesistente volontà della legge (“la sentenza
straniera è riconosciuta in Italia senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento...” : art.64, comma 1
legge 218/95) ne comporta di per sé l’imprescrittibilità.
Sarebbe per contro soggetta anch’essa a prescrizione ove avesse natura costitutiva e perciò determinasse un
mutamento nella situazione giuridica anteriore.

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In definitiva, le questioni di prescrizione in sede di giudizio di delibazione avanti alla Corte d’appello non sono
mai rilevanti : se riguardano il diritto sostanziale sotteso, andavano dedotte nel giudizio straniero ; se riguardano
l’actio judicati (configurabile per le sole sentenze di condanna : art.2953 cod. civ.), saranno se del caso deducibili
solo in sede di opposizione all’esecuzione promossa sulla base del titolo “bino” (sentenza straniera di condanna +
sentenza italiana dichiarativa di accertamento dei requisiti per il riconoscimento e veicolativa della prima) ; se
infine riguardano l’azione di riconoscimento in sé la sua imprescrittibilità risulta preclusiva di qualsiasi questione
al riguardo.

9. Il procedimento da seguire

La legge di riforma si guarda bene dal disciplinare l’approccio procedimentale ; tale carenza ha costituito uno
dei motivi del parziale slittamento dell’entrata in vigore della riforma. Del rinvio al 31 dicembre 1996 della
vigenza delle disposizione relative al riconoscimento non ha tuttavia inteso approfittare il legislatore ordinario, in
quanto un disegno di legge che prevede l’instaurazione del procedimento davanti alla Corte d’appello mediante
ricorso, con trattazione camerale e definizione con sentenza, è tuttora all’esame delle Camere.
Nel frattempo e nel perdurante silenzio riteniamo che la via da seguire sia quella ordinaria : la Corte d’appello
andrà adita con citazione, senza sollecitare collaborazioni non codificate dell’Ufficio, ed il giudizio sarà definito
con sentenza.
Un approccio mediante ricorso non dovrebbe comunque risultare esiziale : potrà il contraddittorio essere
provocato egualmente, grazie al decreto che fissa l’udienza ed il termine entro il quale ricorso e decreto vanno
notificati a cura del ricorrente. Seguiranno le vie ordinarie.
Non può tuttavia trascurarsi di osservare come nel nostro ordinamento convivano, per scelte legislative tanto
prossime nel tempo quanto disomogenee nei contenuti, quanto meno tre diverse metodiche di introduzione (e
circolazione) di titoli giudiziali stranieri.
Per il riconoscimento e l’esecuzione di lodi stranieri gli artt. 839 e 840 del cod. civ., nella loro attuale
formulazione (come modificati dalla legge 25/94), delineano un procedimento monitorio, a contraddittorio
eventuale e posticipato (decreto del presidente della Corte d’appello, con opposizione avanti alla Corte d’appello,
introdotta con citazione e definita con sentenza).
Per le decisioni rese in materia civile e commerciale dai giudici degli Stati membri dell’Unione europea e dei
Paesi EFTA, le Convenzioni di Bruxelles del 1968 e di Lugano del 1988 prevedono analoghe forme paramonitorie
(”L’opposizione è proposta, secondo le norme sul procedimento in contraddittorio : ...- in Italia, davanti alla
Corte d’appello”: art.37 di entrambe le Convenzioni).
Per le decisioni rese da giudici degli altri Stati, in attesa delle annunciate integrazioni normative (che peraltro
delineano un rito camerale che si coniuga ad una definizione con sentenza), varrà infine il rito ordinario.

10. L’apparente automaticità del riconoscimento, le modalità attuative diverse dall’esecuzione delle condanne, la complessità del
titolo “bino” e l’intervento di pubblici ufficiali annotatori

La mancata approvazione di un disegno di legge governativo, presentato fin dall’11.9.1996 e intitolato “Modifica
dell’art.67 della legge 31.5.1995, n.218 recante riforma del sistema italiano del diritto internazionale privato”, atto
n.2200/C” non ha soltanto impedito che si pervenisse ad una definizione normativa dell’approccio
procedimentale, non fugando peraltro le perplessità circa il che fare del pubblico ufficiale, tenuto ex munere suo a
dare seguito con iscrizioni, trascrizioni ed annotazioni su pubblici registri in base a sentenze straniere

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automaticamente riconosciute ( se in possesso dei requisiti richiesti) “senza che sia necessario alcun
procedimento”.
Il vuoto normativo ha indotto il Ministero di Grazia e giustizia - nell’esercizio della prerogativa attribuitagli in via
generale dall’art. 13, comma 1 del R.D. 9.7.1939, n.1238 e succ.mod., ordinamento dello stato civile - a diramare
una circolare indirizzata agli ufficiali di Stato civile ( prot.1/50/FG/29 del 7.1.1997), al lodevole fine di trarli
d’imbarazzo ove richiesti di annotazioni in base a sentenze birmane, costaricane o dello Zimbabwe.
Secondo quanto istruisce il Ministro, l’automaticità risulta temperata dalla verifica affidata all’Ufficiale di stato
civile in via amministrativa : ove lo ritenga, costui procederà alle trascrizioni; ove afflitto da “ragionevoli dubbi”,
si rivolgerà direttamente al Procuratore della Repubblica, cui sono conferiti poteri di vigilanza dal comma 2 del
ricordato R.D. n.128 del 1939, ed attenderà le sue determinazioni. Sarà allora il Procuratore - sempre secondo le
istruzioni ministeriali - a procedere alla verifica della sussistenza dei requisiti per il riconoscimento automatico :
una sua sensazione positiva comporterà l’invito all’Ufficiale di stato civile ragionevolmente dubbioso a
procedere ; un’opinione negativa comporterà invece l’obbligo per costui di darne comunicazione scritta alla parte
interessata della mancata ottemperanza sulla base della comunicazione pervenutagli dal Pubblico ministero, onde
stimolarne l’iniziativa giudiziale avanti alla Corte d’appello.
L’iniziativa ministeriale non appare condivisibile : affidare a ciascun Ufficiale di stato civile dei Comuni italiani il
compito paraufficiale di accertare in via ufficiosa, senza alcuna garanzia di contraddittorio, la sussistenza dei
requisiti positivi e l’assenza delle condizioni impeditive appare alquanto stravagante.
Basti pensare all’esistenza di un giudicato contrario (art.64, lett.e) della legge n.218/95) o alla pendenza in Italia di
un processo per la medesima causa anteriormente radicato (art.64, lett. f), fatti del tutto ignoti all’Ufficiale dello
stato civile e ad esso non rappresentabili in via d’eccezione da una parte non posta in grado di interloquire.
Le attività consequenziali ad un giudicato costitutivo in materia di stato vanno peraltro ricondotte al concetto
assai lato di attuazione, comprendente a propria volta quello di esecuzione, ma da esso non esaurito.
In tale contesto l’iscrizione nei registri dello stato civile adempie ad una funzione pubblicitaria dello status che
riflette, essendo rivolta a rendere opponibili erga omnes gli atti risultanti dai registri stessi.
L’efficacia dei giudicati di stato è infatti pari a quella degli altri, nel senso che l’accertamento contenuto nella
sentenza fa stato fra le parti, loro eredi ed aventi causa ( art.2909 cod. civ.), mentre l’efficacia erga omnes, come
detto, non è data dalla sentenza, ma dall’atto di stato civile in cui il giudicato viene ad incorporarsi attraverso le
prescritte trascrizioni ed annotazioni.
Il controllo di legalità degli atti da trascrivere, affidato all’ufficiale di stato civile, con riguardo a quei particolari
atti costituiti dalle sentenze, non può che limitarsi all’estrinseco.
Ma vi è di più.
Il secondo comma dell’art. 67 della legge n.218/95 afferma testualmente che “la sentenza straniera... unitamente
al provvedimento che accoglie la domanda di cui al comma 1, costituiscono titolo per l’attuazione e per
l’esecuzione forzata”.
Ciò significa che, a fini esecutivi ed attuativi, il titolo non si identifica nella sola sentenza straniera
automaticamente riconoscibile, ma si articola in maniera complessa, costituendo la risultante della sentenza
straniera e di quella italiana che, accertandone la compatibilità con il nostro ordinamento, ne consente l’ingresso
pleno jure.
A quest’ultima pronuncia, con funzione veicolativa, non può negarsi natura meramente dichiarativa ; il titolo
complesso si connoterà tuttavia per il carattere della sentenza straniera veicolata, e sarà quindi dichiarativo,
costitutivo o di condanna a seconda che quest’ultimo lo sia.
Il che comporterà conseguenze pratiche non trascurabili : all’esecuzione della sentenza straniera di condanna
potrà procedersi una volta intervenuta la sentenza della Corte d’appello, per il principio della immediata

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esecutorietà delle pronunce condannatorie, senza necessità di attendere l’esito dell’eventuale ricorso per
cassazione o la scadenza dei termini per proporlo.
Non così per la sentenza straniera costitutiva : il titolo “bino” parteciperà della natura costitutiva della sua
componente estera, e bisognerà giocoforza attenderne la definitività per procedere alle eventuali trascrizioni
consequenziali.
Diversamente si legittimerebbero situazioni paradossali, quali un secondo matrimonio di persona divorziata con
sentenza estera, contratto nelle more fra la pronuncia della sentenza di riconoscimento da parte della Corte
d’appello e la sua riforma in cassazione, cui sia seguita la nascita di figli.
In conclusione non soltanto non è dato all’Ufficiale di stato civile verificare i presupposti di riconoscibilità della
sentenza straniera sulla cui base è richiesto di annotazione nei registri, ma l’operazione stessa non può procedersi
se non in forza del titolo bino, risultante dalla sentenza straniera e da quella italiana di riconoscimento che ne
riconosce la compatibilità con l’ordinamento in cui le assicura l’accesso a fini attuativi ( art. 67, comma 2 della
legge n. 218/95).

11. Riconoscimento di provvedimenti stranieri su capacità delle persone, rapporti di famiglia e diritti della personalità.

Era principio comunemente affermato che gli atti ed i provvedimenti incidenti sullo stato e sulla capacità delle
persone, applicativi del diritto materiale anche straniero richiamato dalla normativa italiana di diritto
internazionale privato, erano rilevanti in linea di massima senza necessità di delibazione ( Cass. 9.4.1990, n. 2966
in Riv. dir. inter. priv. proc. 1991, 742).
Ciò in quanto il richiamo operato dall’abrogato art. 17 disp. prel. cod. civ. alla legge dello Stato di appartenenza
del soggetto la cui capacità rileva doveva considerarsi assolutamente integrale, comprensivo pertanto delle norme
che nell’ordinamento dello Stato straniero presiedono alle attività degli organi della pubblica amministrazione cui
è demandato il compito di emanare le autorizzazioni necessarie all’esercizio di quella capacità.
A tale principio parrebbe ispirarsi la norma dell’art. 65 della legge n. 218/95, che prevede una serie di fattispecie
di singolare peculiarità.
Vi si afferma che i provvedimenti stranieri relativi alla capacità delle persone nonché all’esistenza di rapporti di
famiglia o di diritti della personalità hanno automatico effetto nel nostro ordinamento, purchè il loro contenuto
non sia contrario all’ordine pubblico e nel corso della loro formazione non siano stati violati i diritti essenziali
della difesa.
Il tutto a condizione che i provvedimenti stessi siano stati pronunciati da Autorità dello Stato il cui diritto
materiale sia richiamato dalle nostre norme strumentali di diritto internazionale privato o nel cui ambito, se
emanati da Autorità di altro Stato, producano effetti.
Si rileva avanti tutto che sia l’art. 64, per le sentenze straniere, che l’art. 66, per i provvedimenti stranieri di
volontaria giurisdizione, si riferiscono ad un “riconoscimento senza che sia necessario il ricorso ad alcun procedimento” ;
l’art. 67 dal canto suo, nel disciplinare il procedimento reso necessario da mancate ottemperanze o contestazioni o
dalla volontà di procedere ad esecuzione forzata, si riferisce esclusivamente alla sentenza straniera ed al
provvedimento straniero di volontaria giurisdizione.
L’art. 65 attribuisce invece ai provvedimenti di capacità, famigli e personalità, pronunciati dalla specifiche
Autorità di cui s’è detto, effetti tout court, senza far cenno né alla non necessità di massima di procedimenti né ai
casi in cui i provvedimenti stessi siano invece necessari.
Quanto all’oggetto, si deve ritenere trattarsi di provvedimenti giurisdizionali, contenziosi o paracontenziosi, ciò
dovendosi desumere dall’imposto rispetto dei diritti essenziali della difesa, oltre che dall’accezione “pronunciati”,
che evoca l’esercizio della giurisdizione.

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Il termine “provvedimenti” va peraltro inteso in senso lato, comprensivo sia della sentenza che dei provvedimenti
di volontaria giurisdizione nelle specifiche materie ( nelle rimanenti dovendosi invece far capo a quanto dispone il
successivo art. 66).
L’art. 65 si pone pertanto in via di eccezione rispetto alle regole generali poste dagli artt. 64 e 66 ; potrebbe inoltre
aggiungersi che la mancata previsione della possibilità di richiedere il riconoscimento di detti specifici
provvedimenti ai sensi dell’art. 67 affidi la verifica dei pur pochi requisiti al giudice ordinario.
La riduzione dei requisiti all’essenziale - secondo quanto è lecito desumere dalla lettera della disposizione -
comporterebbe che il provvedimento possa anche non essere definitivo, contrario a sentenza italiana a passata in
giudicato e pronunciato anche in pendenza di un procedimento italiano con identità di oggetto e parti.
Va da sé che, ove pronunciati da giudici diversi da quelli indicati, anche tali provvedimenti soggiacciono invece ai
( numerosi) requisiti di cui all’art. 64, se sentenze, ed ai medesimi requisiti (in quanto applicabili : così la
perplessa lettera dell’art. 66, che rinvia all’art. 65, generando il ragionevole sospetto che - per contro - il richiamo
andava inteso all’art. 64, e che il testo è stato tradito da un errore materiale cui nessuno allo stato ha posto
rimedio), se di volontaria giurisdizione.
Come accennato, la norma subordina l’applicazione delle sue particolari regole, con sensibile riduzione dei
requisiti altrimenti richiesti, ad una precisa selezione delle autorità emananti e al tempo stesso ad una precisa
individuazione del diritto materiale da esse applicato, ponendo perciò dei rigorosi paletti sia sul piano soggettivo
che oggettivo.
Le Autorità sono così individuate nei giudici appartenenti al medesimo ordinamento le cui norme materiali siano
richiamate dal nostro sistema di diritto internazionale privato per il caso di specie ( se la pronuncia fosse stata
assunta dal giudice italiano, ovviamente in presenza di titolo di giurisdizione, egli avrebbe fatto applicazione
dello stesso diritto materiale e quindi il risultato sarebbe stato il medesimo) ; inoltre la regola vale anche per i
provvedimenti pronunciati da Autorità - diverse ed indeterminate - purchè si sia fatta applicazione del diritto
materiale indicato dalle nostre norme strumentali ed abbiano effetto nell’ambito dell’ ordinamento della lex causae.
Il meccanismo appare in qualche modo ispirato al principio che già affermava l’efficacia diretta nell’ordinamento
del foro, senza alcuna necessità di atti interni di riconoscimento formale, dei provvedimenti incidenti su di un
rapporto che, per il richiamo operato dalle norme di diritto internazionale privato, deve essere disciplinato dalle
disposizioni del medesimo ordinamento da cui essi stessi promanano a tali norme dando applicazione.
Ciò in quanto al decisione straniera non era in tali casi recepita nel suo valore di atto giurisdizionale, ma come
concreta realtà normativa di situazioni giuridiche costituite nell’ordinamento richiamato.
Il principio non appare tuttavia pienamente rispettato, in quanto non sempre il giudice dell’ordinamento
individuato dal nostro meccanismo di diritto internazionale privato applica norme materiali proprie, potendo a
propria volta essere necessitato ad applicarne altre in base alle proprie regole strumentali ; peraltro al produzione
di effetti giuridici nell’ordinamento richiamato implica a propria volta il richiamo di valori normativi
ulteriormente estranei, sì che esilissimo si fa il legame con il diritto materiale proprio dell’ordinamento
richiamato.
Esempi possibili : causa di alimenti che presuppone un rapporto di filiazione dichiarato all’estero giudizialmente.
Ove nella sentenza si sia fatta applicazione del diritto materiale del foro, chiamato a regolare il rapporto per
meccanismo di diritto internazionale privato italiano, quel giudicato sarà assunto automaticamente (salva
verifica degli scarni presupposti di cui all’art. 65 legge 218/95).
Ove la sentenza straniera non abbia fatto applicazione del diritto materiale così individuato, il giudice ne
conoscerà in via incidentale (ex art. 67, comma 3 della legge predetta, con effetti endoprocessuali), previa
(virtuale) verifica di tutti i presupposti di cui all’art. 64.
Ad un’ulteriore, possibile esemplificazione, va fatta una premessa.

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Il giudicato può essere assunto in via inibitoria (immediatamente satisfattiva) o in via propositiva, a seconda che il
suo venire in essere sia condizione di per sé sufficiente per la soddisfazione concreta dell’interesse riconosciuto in
forma incontrovertibile con la sentenza, ovvero, ai medesimi fini, non lo sia, in quanto necessitino attività ulteriori
che in esso trovano fondamento ( esecuzione, attuazione).
Così’ la mera pronuncia sarà di per sé insoddisfacente per il divorziato che desideri risposarsi : per farlo, alla fase
propositiva dovrà seguire quella satisfattiva, data dall’attuazione del giudicato attraverso alo strumento tecnico
(ad efficacia dichiarativa) dell’iscrizione del titolo nei registri dello stato civile. In tal caso la via obbligata resta
quella dell’art. 67 della legge 218/95.
Ma se la sentenza di divorzio costituisce impedimento all’accoglimento dell’azione alimentare intentata dall’ex
coniuge, sarà sufficiente invocarla in via incidentale, con la diversità di verifica di cui sopra ( ex art. 65 o 64, a
seconda che essa sia stata pronunciata da giudice dello Stato la cui legge materiale risulta richiamata dalla legge
strumentale italiana o meno)

12. Le cautele nelle more dell’accertamento dei requisiti per il riconoscimento.

Le regole generali sull’efficacia delle sentenze straniere dettate dalla legge n. 218/95 non prevedono
espressamente misure cautelari o anticipatorie, ma , come ‘è detto supra al par. 10, individuano il titolo giudiziale
necessario per procedere all’esecuzione forzata sulla base di una condanna straniera nella sommatoria del
provvedimento estero con quello italiano di esso veicolativo .
A corollario va quindi affermato che la prima componente del titolo “bino” mantiene la sua natura di condanna,
mentre la seconda sarà di mero accertamento.
Ciò premesso, sembra che si possa senz’altro autorizzare sequestri nelle more del procedimento avanti alla Corte
d’appello, con la precisazione che il fumus boni juris andrà correlato non già al merito della vicenda, reso
incontrovertibile dall’attinto giudicato del provvedimento sottoposto a verifica (art. 64, lett. d), ma alla conformità
di questa ai requisiti tutti pretesi dal predetto art. 64 della legge 218/95.
Ovviamente il concesso provvedimento cautelare perderà efficacia nelle ipotesi previste dall’art. 669- novies cod.
proc. civ., in particolare se il procedimento per l’accertamento dei requisiti non è iniziato entro il termine
perentorio ovevro si estingue (art. 669-novies, comma 1 cod, proc.civ.)
Ancora, una rejezione dell’istanza di riconoscimento, concretandosi nella negazione del diritto ad ottenerlo,
comporterà identico effetto caducatorio (art. 669- novies, comma 3).
A riconoscimento ottenuto il sequestro conservativo si convertirà in pignoramento (art. 686 cod. proc. civ.), previo
deposito del titolo straniero e di quello italiano che ne avrà accertato i requisiti (art. 156 bis disp. att. cod. proc.
civ.).
Va per completezza ricordato che i provvedimenti cautelari disposti dal giudice straniero, secondo il rito generale,
non possono avere di per sé attuazione in Italia, non essendo suscettibili di riconoscimento, per il chiaro disposto
del già ricordato art. 64, lett d) della legge 218/95 che limita ai provvedimenti decisori ed irrevocabili, tali cioè da
rendere incontrovertibile nel merito un rapporto litigioso con carattere di definitività, quelli suscettibili di
delibazione.
Ne stanno quindi al di fuori, per definizione, i provvedimenti cautelari, caratterizzati da strumentalità,
caducabilità ed instabilità, essendo finalizzati al solo mantenimento della situazione fattuale che renda possibile e
fruttuosa la futura (ed eventuale) esecuzione.
Quanto ai provvedimenti d’urgenza, a carattere anticipatorio della decisione definitiva, dovrà delimitarsi con
precisione l’ambito in cui la misura può essere utilmente concessa.
Va avanti tutto premesso che la tutela residuale d’urgenza appare incompatibile concettualmente con il mero
accertamento che, per sua stessa natura, non può che essere definitivo : in carenza di efficacia esecutiva, alla

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sentenza di accertamento non può attribuirsi che efficacia di giudicato, attingibile quest’ultima - per definizione -
soltanto con al definitività ; prima di tale momento nessun effetto è anticipabile.
Né sono passibili di esecuzione le sentenze costitutive : per quelle attributive di status non potrà farsi luogo
nemmeno alle iscrizioni nei registri di stato civile prima del passaggio in giudicato, tale essendo la regola.
Quanto alle sentenze straniere di condanna, la tutela d’urgenza del soggetto interessato al riconoscimento nelle
more del giudizio di delibazione può accordarsi soltanto se si ritiene che essa copra rischi diversi da quelli
scongiurabili con i sequestri ; in realtà alla possibile dispersione della garanzia patrimoniale del debitore,
controparte condannata nel processo straniero e resistente in quello italiano di delibazione sembra potersi
agevolmente ovviare proprio con lo strumento del sequestro conservativo, la cui ottenibilità per ciò stesso esclude
la percorribilità della via sussidiaria data dalla tutela residuale d’urgenza.
Può altrimenti ritenersi che un pericolo imminente ed irreparabile non possa essere eliso da provvedimenti
meramente conservativi, potendo peraltro essere idonei allo scopo soltanto quelli acquisitivi ( si pensi ad uno
stato di illiquidità foriera di fallimento, per ovviare alla quale non basta il sequestro dei beni avversari, ma
necessita l’apprensione a fini immediatamente satisfattivi) : solo in tal caso potrà affermarsi la concedibilità della
misura, anche se la sentenza di condanna sia straniera.
Resta comunque concedibile la tutela d’urgenza ad anticipazione delle pronunce di condanna a consegnare o
rilasciare un bene ovvero a fare alcunchè di fungibile.
Quanto al giudice competente a dare le cautele strumentali, la necessaria correlazione tra giudice della cautela e
giudice del merito comporta, in applicazione degli artt. 669 ter cod. proc. civ. e 67, 1° comma della legge 218/95 al
competenza funzionale della Corte d’appello delibatrice.
La causa di merito cui accede la cautela in funzione di una sentenza straniera da delibare si identifica infatti con
quella di accertamento della sussistenza dei requisiti per il riconoscimento, accertamento che costituisce appunto
il particolare merito della delibazione.

Frascati, giugno 1999

Arrigo DE PAULI

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