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Aristotele

Metafisica A
Ἀριστοτέλης –Tὰ μετὰ τὰ φυσικά A
Commento ai capitoli 1-3

Renato Curreli
docente di Filosofia e Storia
Aristotele: galleria di Palazzo Spada, Roma Liceo G. Siotto Pintor - Cagliari
Introduzione
 I due libri alpha

• La Metafisica 1 è un testo che Aristotele non ha mai scritto nella


veste in cui è stato tramandato e ci è pervenuto.
• L’opera, che riunisce una serie di libri aventi come tema comune la
ricerca delle cause prime dell’ente, è in realtà il risultato di una
operazione editoriale che, forse iniziatasi dopo la morte di Aristotele2,
ha trovato una sistemazione definitiva nell’edizione che Andronico di
Rodi (I secolo a.C.) fece di tutto il corpus aristotelicum.
_________________________
1 La parola Metafisica deriva dall’espressione μετὰ τὰ φυσικά che può essere interpretata come dopo i libri
di fisica o anche oltre le cose fisiche.
2 Esichio di Mileto (V-VI sec. d.C.) cita nell’Onomatologos una edizione della Metafisica in 10 libri, forse

precedente a quella curata da Andronico. C’è il dubbio, però, che possa trattarsi di una interpolazione
posteriore perché la fonte di Esichio – Ermippo, bibliotecario alessandrino, oppure lo scolarca peripatetico
Aristone di Ceo, entrambi attivi nel III sec. a.C. – , così come ci è stata conservata da Diogene Laerzio, non
menziona alcuna opera intitolata Metafisica.
1
• L’edizione di Andronico della Metafisica consta di 14 libri, di cui i
primi due sono denominati entrambi con la lettera alpha, sebbene si
indichi il primo con la maiuscola (A) e il secondo con la minuscola (α).

• Non sono chiari i motivi per cui questi due libri siano numerati con la
stessa lettera. È probabile che Andronico non fosse convinto
dell’autenticità di uno dei due, per quanto non siamo in grado di
capire quale.

• La scelta del maiuscolo o del minuscolo pare non abbia connessione


con l’autenticità o meno, ma che si riferisca piuttosto alla differente
ampiezza dei due libri.

• Il Libro A, composto di 10 capitoli, fu quindi chiamato Ἄλφα μείζον,


ossia il più grande, mentre quello α, formato da 3 soli capitoli, fu
detto ἄλφα ἐλάττων, minore.
2
• Entrambi i libri appartengono al periodo accademico di Aristotele. In
particolare nel Libro A (Ἄλφα μείζον) vi sono dei passi in cui
Aristotele usa la prima persona plurale per accomunarsi ai platonici,
per quanto questo non significhi che ne condivida le tesi, ponendosi
anzi in una posizione di aperta e spesso dura critica nei loro confronti.

• Ciò potrebbe significare che nell’Accademia platonica non solo


venisse tollerato il dissenso ma che, anzi, fosse addirittura
incoraggiato: solo l’aperto confronto di posizioni differenti nel
contesto di un dialogo tra i ricercatori acceso ma rispettoso avrebbe
potuto garantire una autentica ricerca della verità scientifica.

• Che i libri alpha siano antichi è avvalorato anche dal fatto che in essi
vi sono echi delle tematiche affrontate da Aristotele nelle opere
pubblicate, Protreptico e Sulla Filosofia in particolare, testi che
sicuramente risalgono agli anni della permanenza del Filosofo
nell’Accademia.
3
 Conoscere è sapere le cause

• Il libro A solleva il problema della forma di conoscenza che costituirà


l’oggetto di indagine di tutto il trattato: la Filosofia prima (πρώτη
φιλοσοφία).
• Tale oggetto sarà determinato con precisione nel libro Γ: si tratta
dell’ente in quanto ente (τὸ ὄν ᾖ ὄν). 1

• Per il momento, nel libro A questa forma di conoscenza è chiamata


ancora tradizionalmente e genericamente sapienza (σοφία), ma è
chiaro che con tale termine si intende la scienza più elevata, quella
che è in grado di conoscere le cause che determinano quel che è a
essere ciò che è.
______________________
1 «Esiste una certa scienza, la quale conosce teoreticamente il τὸ ὄν ᾖ ὄν e gli attributi che gli appartengono
di per sé stesso.» (Metaph. Γ I, 1003 a 21)
4
Il libro A della Metafisica

 L’aspirazione a conoscere

Tutti gli esseri umani (πάντες ἄνθρωποι) per natura desiderano sapere.
Metaph. A I, 980 a 21

• Tutti gli uomini e le donne aspirano al sapere: è una tendenza o


propensione che proviene direttamente dalla loro natura (φύσις).

• Prova di ciò è l’amore per le SENSAZIONI, per quelle VISIVE in


particolare, a prescindere dalla loro utilità.

• Ma per quanto le sensazioni visive siano particolarmente amate, non


va trascurato il ruolo svolto nel processo di apprendimento
dall’UDITO.
5
• Quanto le sensazioni uditive siano decisive in rapporto all’intelligenza
e alla conoscenza lo troveremo ribadito in un passo del Περὶ
αἰσθήσεως καὶ αἰσθητῶν (Del senso e dei sensibili):

[…] l’udito contribuisce in moltissima parte all’intelligenza, perché il


discorso è causa di istruzione, in quanto è udito […] infatti è formato
di parole e ogni parola è un simbolo.1
De sensu I, 436 b 10-15

 Sensazione, memoria, immaginazione e apprendimento

• Questo preludio individua pertanto un solido punto di partenza


dell’analisi: la conoscenza inizia dalle SENSAZIONI (αἴσθησις, da
αἰσθάνομαι, sento, ho sensazione, percepisco).

________________________
1 Ossia, ogni parola è significante e come tale condensa in sé un universo di significati.
6
• Dalle sensazioni – che anche gli animali sono in grado di provare – si
sviluppa la MEMORIA (μνήμη).

• Per quanto ogni animale sia in grado di provare sensazioni, non in


tutti però si origina una «persistenza dell’impressione sensoriale»1
che determina la memoria.

• Gli animali che possiedono anche memoria sono più intelligenti di


quelli che non la possiedono.

• Quelli che poi hanno il senso dell’UDITO, oltre a essere più


intelligenti, hanno anche CAPACITÀ di APPRENDERE.

__________________________
1 Anal. post. II 19, 99 b 35 7
• “Intelligenti” è traduzione di φρόνιμα, termine che si può rendere
anche con “saggi”, ossia capaci di considerare bene le cose che li
riguardano.

[È] proprio del saggio essere capace di ben deliberare su ciò che è
buono e vantaggioso per lui.
Perciò anche alcuni animali si dice che siano saggi, se mostrano
chiaramente di avere una capacità di previsione rispetto alla propria
vita.
Eth. Nic. V, 1140 a 25; VII, 1141 a 26

Si discute su quale sia la traduzione più fedele, però in questa


sede è sufficiente mettere a confronto le due possibilità implicate
dal termine.

• Un altro aspetto che caratterizza l’animale in generale è la φαντασία,

8
l’immaginazione, ossia la capacità di recepire e produrre immagini. 1

Ricordo e immaginazione sono entrambi elementi che caratterizzano


l’intelligenza animale.
• Quindi, riepilogando, abbiamo il seguente quadro delle capacità che
gli animali e gli esseri umani hanno in comune:
SENSAZIONE – MEMORIA – IMMAGINAZIONE – INTELLIGENZA –
APPRENDIMENTO.
 L’esperienza, le tecniche e il ragionamento
[…] dalla sensazione si sviluppa ciò che chiamiamo ricordo, dal ricordo
ripetuto di un medesimo oggetto nasce l’esperienza.
Anal. post. II 19, 100 a 4

____________________
1 « L’immaginazione è ciò per cui diciamo che sorge in noi l’immagine» (De anim. III 3, 428 a 1). Nello
stesso testo Aristotele preciserà che non tutti gli animali godono dell’immaginazione, come per esempio la
formica, l’ape o il verme (cfr. ibidem, 10-25).
9
• Aristotele sostiene che gli animali vivono di immaginazioni e di
ricordi, ma partecipano poco dell’ESPERIENZA (ἑμπειρία).

• Certi animali sono in grado – come sappiamo – di conservare


memoria persistente delle sensazioni.

• Essi, dunque, in una modalità intuitiva e inconsapevole partecipano


di una forma di esperienza.

• L’essere umano è però in grado di ricavare dall’esperienza l’universale


(καθόλου), ossia di pervenire alla conoscenza concettuale e
linguisticamente categorizzata:
[…] poiché si percepisce l’oggetto singolo, ma la sensazione si rivolge
all’universale, per esempio all’uomo, non già all’uomo Callia.
Ibidem, 100 a 18

10
• Dalla memoria si genera l’ESPERIENZA, ma solo nell’uomo l’esperienza
conduce all’UNIVERSALE.

• Infatti, per giungere all’universale è necessario possedere l’anima razionale


e le sue superiori funzioni conoscitive.

 Esperienza, arte, scienza

• Dice Polo di Agrigento (V-IV sec. a.C.), allievo di Gorgia:

[…] l’esperienza ha prodotto l’arte (τέχνη), l’inesperienza il caso (τύχη).


( In Metaph. A I, 981 a 4-5; cfr. Gorg. 448 C)

• Aristotele concorda con lui e spiega che l’arte (la tecnica), ma anche
la scienza (ἑπιστήμη), provengono dall’esperienza.
11
L’arte nasce qualora da molte conoscenze dell’esperienza si generi un’
unica assunzione universale intorno ai casi simili. Infatti l’assumere che
questa determinata cosa ha giovato a Callia, ammalato di questa
determinata malattia, e <che ha giovato> a Socrate, e così a molti altri
considerati individualmente, è proprio dell’esperienza. Invece
<l’assumere> che essa ha giovato a tutti gli individui di un certo tipo,
definiti secondo un’unica specie, ammalati di questa determinata
malattia, per esempio ai flemmatici o ai biliosi1, quando bruciano di
febbre, è proprio dell’arte.
Metaph. A I, 981 a 10-15

• L’esperienza si ferma alla constatazione del che (ὃτι), mentre l’arte –


e qui come esempio di arte viene addotto quello della medicina –
individua il perché (διότι).
_______________________________
1 Secondo la teoria ippocratica il corpo è governato da quattro umori: SANGUE, BILE GIALLA, BILE NERA,
FLEGMA. Il loro equilibrio determina la salute (crasi) mentre lo squilibrio conduce alla malattia. Il flemmatico
può soffrire di muco e catarri, mentre il bilioso può soffrire al fegato ( bile gialla) o alla milza (nera).
12
• È vero che talvolta le persone che hanno una certa pratica riescono
ad affrontare un particolare problema con maggiore successo di un
qualificato esperto, questo però accade perché all’esperto è sfuggita
la specificità del caso singolo.

• Ecco perché il rimedio della nonna può talvolta guarire il mal di


pancia di Callia, mentre quello prescritto dal medico esperto – che
però non ha studiato per bene le caratteristiche individuali di Callia –
può non conseguire gli effetti che la TEORIA medica faceva
prevedere.

13
Tuttavia riteniamo che il sapere e l’intendersene siano propri della τέχνη più
che dell’ ἐμπειρία1 e consideriamo i possessori dell’arte più sapienti di coloro
che hanno esperienza (sc. “una certa pratica”) ritenendo che la sapienza consegua
maggiormente a ciascuno secondo il <livello del suo> sapere; questo <succede>
perché gli uni sanno la causa, mentre gli altri no.
Infatti coloro che hanno una certa pratica sanno il che ma non sanno il perché;
gli altri invece conoscono il perché e la causa (αἰτία).
Ibidem 24-31

• Coloro che sanno sono tali perché conoscono la ragione (λόγος) delle
cose e le loro cause.

________________________________
1 Possibili traduzioni di ἐμπειρία:
1. esperienza;
2. cognizione acquistata con l'esperienza, perizia, destrezza, abilità;
3. pratica
14
• L’argomentazione svolta porta Aristotele a due considerazioni:

1) Chi sa è in grado di insegnare.


La padronanza di una tecnica implica che si conoscano i principi
teorici su cui si fonda e sono proprio tali principi che possono essere
comunicati con l’insegnamento.

2) Nessuna sensazione è sapienza.


Le sensazioni conoscono validamente le cose particolari, ma non
sono in grado di rivelare il perché di nessuna di esse.
La sensazione percepisce soltanto che (ὃτι) il fuoco è caldo, ma
non sa dire perché (διότι) è caldo (cfr. ib. 981 b 10-15).

15
È verosimile dunque che colui che scoprì per primo una qualsiasi arte che
andasse oltre le comuni conoscenze sensibili, sia stato ammirato dagli
uomini non solo per il fatto che qualcuna delle sue scoperte fosse utile,
ma come sapiente e come diverso dagli altri.
E, una volta scoperte più arti, alcune delle quali rivolte a procurare le
cose necessarie e altre rivolte a trascorrere <piacevolmente il tempo>, gli
scopritori di queste siano sempre stati ritenuti più sapienti di quelli, per
il fatto che le loro scienze non erano rivolte all’utilità.
Ibidem 981 b 14-20

• In questi passi, Aristotele stabilisce una gerarchia tra le arti:


1) vi sono quelle che sono state escogitate per rispondere ai
problemi posti dalle comuni necessità umane (p.e. tecniche
di caccia, agricole o di utilizzo del fuoco, etc.);
2) e quelle, forse scoperte in una seconda fase dell’evoluzione
umana, dirette all’arricchimento culturale della società e
alla crescita personale del singolo individuo (p.e. la
16
scultura, la pittura, la musica, il teatro, etc.).
• Un’altra cosa che va notata del passo precedente è come Aristotele
introduca un parallelismo tra arte (τέχνη) – sapienza (σοφία) –
scienza (ἑπιστήμη). Sono aspetti del sapere che la filosofia più
matura di Aristotele distinguerà accuratamente, ma che in questi
passaggi sono posti sul medesimo piano per il fatto di avere in
comune la ricerca della conoscenza.

• Confrontiamo ora con un testo coevo, tratto dal Περὶ φιλοσοφίας,


uno degli ἑκδεδομένοι λόγοι (discorsi pubblicati), andato perduto ma
di cui si sono conservati parecchi frammenti:

Questi sopravvissuti (sc. a una delle grandi catastrofi che hanno distrutto le civiltà umane),
dunque, non avendo di che nutrirsi, spinti dalla necessità escogitarono ciò
che occorreva al loro bisogno: sia macinare il grano con le mole, sia seminare

17
sia altro; e chiamarono sapienza una tale capacità di escogitare, che scopriva
ciò che giovava alle necessità della vita, e sapiente colui che possedeva quella
capacità.
Successivamente inventarono le arti, come dice il poeta, per i suggerimenti di
Atena: arti costituite non per le sole necessità della vita ma che via via
pervennero fino a ciò che è bello e civile. E tutto ciò, ancora una volta,
chiamarono sapienza e chiamarono sapiente colui che era autore di quelle
invenzioni, come nei versi «un sapiente artefice ha costruito» [Il 23, 712 ] e
«lui che ben conosceva per i suggerimenti di Atena» [Ib. 15, 412; Od. 16, 233 ]. A
causa dell’ eccellenza delle scoperte, infatti essi attribuivano alla divinità la
loro invenzione.
In seguito, ancora, volsero lo sguardo alle faccende politiche e scoprirono le
leggi e tutto ciò che tiene insieme le città; e chiamarono sapienza anche
questa scoperta: di tal genere erano i sette sapienti [οἱ ζ' σοφοί], scopritori di
alcune virtù politiche. Procedendo così in seguito essi volsero la loro
attenzione ai corpi stessi e alla natura che li ha prodotti: e questa fu chiamata
più specificamente indagine naturale (e noi diciamo sapienti coloro che si
applicano alla natura); in quinto luogo, da ultimo, si servirono di quel nome
in relazione alle realtà divine , sopramondane e immutabili per se stesse, e
18
alla conoscenza di queste realtà dettero nel modo più appropriato il nome
di sapienza.
Περὶ φιλοσοφίας, fram. 8 Ross

• È la conclusione a cui giunge anche il testo della Metafisica:

Dopo di che, quando tutte queste forme di arti furono inventate, vennero
scoperte tra le scienze quelle non rivolte al piacere né alle necessità della
vita, <e ciò avvenne> dapprima in quei luoghi in cui <gli uomini> avevano
tempo libero. Perciò le arti matematiche si formarono per la prima volta in
Egitto, poiché là fu permesso di avere tempo libero alla casta dei sacerdoti.
Metaph. A I, 981 b 20-25

Dopo aver precisato che nei libri di etica 1 (Eth. Nic. VI) sono state mostrate
quali siano le differenze tra arte e scienza (cfr. Appendice), Aristotele trae
delle importanti conclusioni da quanto ha esposto fin qui:
________________________
1È probabile che le righe 25 -29 di 981 b, dove Aristotele rimanda ai libri di etica, siano state inserite
posteriormente.
19
Ma il motivo per cui ora facciamo questo discorso è di mostrare che tutti
ritengono la cosiddetta sapienza riguardare le cause prime e i principi; di
conseguenza, secondo quanto è stato detto in precedenza, chi ha
esperienza sembra essere più sapiente di chi prova una qualche
sensazione, chi possiede l’arte più di chi ha esperienza, colui che dirige i
lavori più del manovale e le <scienze > teoretiche 1 più di quelle
produttive. È chiaro allora che la sapienza è una scienza riguardante certe
cause e certi principi.
Ibidem, 981 b 25 -30; 982 a 1-3

___________________
1ϑεωρητικός, da ϑεωρέω, vedo, guardo, osservo; contemplo; (poi) considero, rifletto, comprendo, è quindi
chiaramente connesso col vedere, anche se in questo caso si tratta ormai di un vedere intellettuale, ossia di
quel vedere che ha per oggetto i puri concetti.
20
 La sapienza e il sapiente

• Quello che Aristotele sta cercando è una forma superiore di sapere.


Di sicuro è una scienza teoretica, ossia è un’indagine che si fonda su
puri concetti e non ha fini pratici o produttivi, dato che il suo vero
scopo consiste proprio nel conoscere per il puro piacere di conoscere.

• Non c’è dubbio che si tratta quindi di una sapienza così elevata che
forse mai prima era stata individuata e che quindi sia necessario un
particolare sforzo per definirla.

• Per provare a chiarire cosa sia tale sapienza, l’idea di Aristotele è


quella di prendere in considerazione cosa si intende di norma per
sapiente.

21
• Facendo ricorso a uno dei suoi principali metodi di ricerca, Aristotele
propone una serie di ἔνδοξα, ossia di pareri degni di nota e con grado
variabile di autorevolezza1, che sono stati espressi intorno
all’argomento. Per cui, si dice che sia sapiente (τὸ σοφόν):

1) chi sa, nei limiti del possibile e in termini generali, un gran numero di cose;

2) colui che è capace di conoscere cose comunemente ritenute difficili;

3) chi è più preciso e più capace di insegnare le cause delle varie scienze;

4) colui che dà ordini anziché riceverli, perché chi sa non deve obbedire ad altri,
essendo invece chi meno conosce a dover dipendere da chi maggiormente
conosce.

__________________
1 "Principi fondati sull'opinione (τὰ ἔνδοξα) [sono quelli] che appaiono accettabili a tutti, oppure alla grande
maggioranza, oppure ai sapienti, e tra questi o a tutti o alla grande maggioranza, o a quelli oltremodo noti o
illustri" (Topici, I, 100b.) 22
• L’ultimo punto implica una importante considerazione:
quella tra le scienze che è più desiderabile in vista di sé stessa, ossia
per il puro amore del sapere, deve essere più sapienza di quelle
scienze che sono desiderabili in vista di altro, cioè dei vantaggi pratici
che se ne possono ricavare.
Il primo tipo di scienza ha maggiore potere di guida e comando
rispetto a quelle del secondo tipo: da ciò deriva che chi è più
sapiente è maggiormente atto a condurre e a dirigere.

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• Dopo questa rassegna di opinioni, Aristotele ne propone una che
appare più sua e fondata sulle personali acquisizioni che ci sta
presentando.

• La scienza superiore a tutte è quella con maggiore grado di


universalità, ossia quella che deve mostrarsi in grado di spiegare i
principi sui quali tutte le altre scienze si fondano.
Le realtà più universali sono proprio le più difficili a conoscersi per
l’uomo, dato che esse sono le più lontane dai sensi. 1
E ciò che è più difficile a conoscersi per l’uomo consiste nei principi
supremi e nelle cause prime: di questo dovrà occuparsi «la scienza
di ciò che più di tutto è oggetto di scienza.» (982 b 2)
_______________________
1 «È naturale che si proceda da quello che è più conoscibile e chiaro per noi verso quello che è più chiaro e conoscibile per
natura: perché non sono la medesima cosa il conoscibile per noi e il conoscibile in senso assoluto. Perciò è necessario
procedere in questo modo: da ciò che è meno chiaro per natura ma più chiaro per noi a ciò che è più chiaro e conoscibile
per natura.» Phys. I, 1, 184 a 18-20. 24
 La scienza delle cause prime e la meraviglia

• Questa scienza non è di tipo produttivo: non è coltivata per la sua


utilità, ma per la conoscenza che essa ci offre dei fondamenti della
realtà.

• Secondo Aristotele ciò risulta già chiaro nell’orientamento di coloro


che per primi si impegnarono in questo tipo di ricerca.

Che essa non sia una scienza produttiva, risulta evidente anche a partire da quanti
per primi ricercarono il sapere: a causa della meraviglia 1 infatti gli esseri umani,
sia ora che la prima volta, hanno cominciato a ricercare il sapere, all’inizio
meravigliandosi per le cose strane che erano a portata di mano, in seguito

___________________________
1 Nel testo greco: τὸ ϑαυμάζειν, il meravigliarsi, lo stupirsi; ϑαῦμα è una cosa strana, che è perciò
oggetto d’ammirazione, che provoca cioè meraviglia e stupore. Il verbo corrispondente ϑαυμάζω
equivale a mi meraviglio, sono colto da stupore, ammiro, guardo con meraviglia.
25
procedendo poco a poco nello stesso modo, sino a porsi problemi sulle
cose più importanti, quali le fasi della luna, e i fenomeni riguardanti il sole
e le stelle, e l’origine dell’universo.
Chi si pone problemi e si meraviglia, ritiene di essere ignorante, perciò
anche l’amante del mito è in un certo senso amante del sapere, poiché il
mito è un insieme di cose che destano meraviglia;
Di conseguenza, se gli <esseri umani ricercarono il sapere > per fuggire l’
ignoranza, è chiaro che perseguirono la scienza a causa del sapere e non in
vista di qualche utilità.
Metaph. A 2, 982 b 20-21

• Dopo di che, Aristotele ribadisce una convinzione che abbiamo già


avuto modo di incontrare:
[…] una volta, infatti, procurate quasi tutte le cose necessarie e anche quelle
relative alla comodità e al trascorrere <piacevolmente il tempo>, cominciò ad
essere ricercato il sapere di questo tipo.
Ibidem, 22-24

26
• Quindi, solo dopo aver conseguito i beni necessari al sostentamento
e quelli che procurano comodità e divertimento, gli uomini hanno
incominciato a ricercare tale forma di sapere, che è superiore alle
altre perché è libera dalla contingenza e praticata invece per il puro
gusto di conoscere.

• Aristotele ritiene che questa scienza suprema sia divina per due
ordini di ragioni:
1) si occupa di cose divine, ossia delle cause supreme, e lo stesso
Dio rientra tra le cause ed è un principio;
2) è, ancora più propriamente, il sapere posseduto da Dio.

• Tutte le scienze potranno essere più necessarie di questa, ma


nessuna sarà superiore a essa.

27
 Le quattro cause

• Nel capitolo 3, Aristotele entra nei dettagli e comincia a spiegare cosa


siano queste cause supreme. 1

• Le cause si dicono in quattro modi:

1. è causa l’οὐσία, l’essenza, e τὸ τὶ ἦν εἶναι, il che cos’era essere (una


determinata cosa): entrambi le espressioni rimandano al primo
perché, l’una individua il principio costitutivo di una cosa, l’altra
esprime tale principio mediante una definizione. È chiaro che in
questo contesto οὐσία e τὸ τὶ ἦν εἶναι, sono sinonimi di εἶδος,
forma, e ciò permette di chiamare causa formale questo tipo di
causa.
__________________________
1Nel corso dell’esposizione è lo stesso filosofo a rimandare ai «libri sulla natura» (ossia, Phys. II 3), dove la
dottrina delle cause è trattata in modo più ampio.
28
 Esempio:

• Secondo questo punto di vista aristotelico, se vogliamo comprendere


cosa sia un determinato oggetto, dobbiamo chiederci innanzitutto
quali siano le qualità che lo caratterizzano nel senso più proprio e
specifico.

• Dovremo quindi individuare la sua modalità di esistenza, ciò che


costituisce la sua realtà propria e quel che lo caratterizza come una
ben precisa e individuata entità (οὐσία).

• Così facendo circoscriviamo il che cos’era essere (quella determinata


cosa). L’imperfetto pare rimandare alla domanda che ha dato origine
alla ricerca: che cos’è (τι εστί) (questa determinata cosa)?

29
• Se, per esempio, ci chiediamo che cos’è
una casa, probabilmente ci accorderemo
sul fatto che è una costruzione che offre
riparo e comodità. In tal modo, nel con-
testo di questa definizione, stiamo indivi-
duando le caratteristiche fondamentali
che fanno sì che un oggetto sia una casa
(deve riparare e offrire comodità) ed
esprimendo la sua specifica realtà (οὐσία)
e il suo modo di essere (τὸ τὶ ἦν εἶναι).
In base alla sinonimia che intercorre tra tutte queste espressioni aristoteliche e
che abbiamo già avuto modo di riscontrare, tali caratteristiche fondamentali
dicono dunque anche l’εἶδος, la forma dell’oggetto in questione. Forma che,
evidentemente, non si riferisce al puro dato esteriore e morfologico, ma riman-
da invece agli aspetti precipui e specifici che determinano un ente a essere quello
che è e non può non essere.

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• Analisi terminologica:
οὐσία è un sostantivo che deriva dal participio femminile del verbo εἰμί (= io sono) (ὤν-οὖσα-
ὄν), indica perciò il ciò che è, l’entità o l’essenza di una cosa, e quindi ciò che la costituisce
come realtà. È comune la sua traduzione con sostanza [ attraverso il latino substantia, da
substans, participio presente di substare, stare sotto], tradizionale ma a mio avviso impropria,
perché non rispetta il vocabolo greco originario e invade il campo semantico di subiectum o
substratum, traduzioni di ὑποκείμενον.

2. L’altra causa che Aristotele prende in considerazione è la ὕλη, ossia la


materia, e la equipara al sostrato, ὑποκείμενον. Questa causa è
perciò chiamata causa materiale.

• Analisi terminologica:
ὕλη ha originariamente il significato di selva, foresta, bosco, poi quello di legna,
legname, da cui materiale da costruzione, materia.
È il materiale di cui le cose sono costituite. Esso riceve – e perciò funge da
ὑποκείμενον, substrato o sostrato – la sua conformazione dall’ εἶδος, che lo plasma
conferendogli la caratteristica fondamentale che lo porterà a essere una certa cosa.
31
3. Una terza causa è ciò da cui dipende l’inizio del movimento (ἡ ἀρχὴ
τῆς κινήσεως).
Questa è la causa motrice, ossia quella che origina un processo: una
statua di Apollo è costituita dal marmo (causa materiale) e da quelle
caratteristiche che la fanno essere una raffigurazione di Apollo (causa
formale), ma perché il processo inizi e si svolga è necessario che vi
sia lo scultore (causa motrice) che lavori la materia con un preciso
progetto.
• Analisi terminologica:
ἀρχὴ [ἄρχω, sono a capo, guido, comando, do inizio, comincio] inizio, origine,
principio.
κίνησις [κινέω, mi metto in movimento], movimento.
Altre espressioni usate da Aristotele per indicare la causa motrice:
ἡ ἀρχὴ τῆς µεταβολής: ciò da cui dipende l’inizio del cambiamento (µεταβολή
[μεταβάλλω, cambio, muto], cambiamento, mutamento).
τὸ ποιητικὸν αἴτιον, la causa efficiente (ποιέω, faccio, genero, produco)

32
Kalamis (480-460 a.C.),
Apollo dell’Omphalos,
copia romana.
4. L’esposizione delle cause si conclude con τὸ οὗ ἓνεκα, l’in vista di
cui. Aristotele ritiene tale causa opposta a quella precedente, perché
se la prima rappresenta ciò che dà avvio al processo, la seconda
invece indica il fine o lo scopo (τέλος) del processo medesimo. Essa
equivale perciò al Bene (τἀγαϑόν), cioè a quell’ordine verso il quale
ogni ente deve tendere per realizzare il proprio fine, la propria
funzione, la propria natura.

34
Lisippo, Aristotele, copia romana
• . (mantello in alabastro di epoca
posteriore)
Appendici
 Il sapere e il vedere

Tutti gli esseri umani per natura desiderano sapere. Ne è segno il godimento <che si prova
nell’esercizio > dei sensi, poiché questi sono goduti per sé stessi, anche indipendentemente
dall’utilità, e più di tutti gli altri quello che <si esercita> per mezzo degli occhi. Infatti non
solo per agire, ma anche quando non intendiamo compiere nessuna azione, preferiamo il
vedere a tutte […] le altre cose. La causa è che questo ci fa conoscere più di tutti gli altri
sensi, perché ci mostra molte differenze.
Metaph. A I, 980 a 21-27

La connessione tra il vedere e il sapere può essere ritrovata anche in alcuni verbi della lingua greca. Per
esempio, il verbo ὁράω ha i seguenti significati: vedo, guardo, volgo lo sguardo, ma anche cerco,
comprendo, scorgo, riconosco, conosco, capisco, intendo. L’aoristo 2 εἶδον equivale a vedo, guardo, osservo,
e in senso figurato a intendo, conosco, so.
È probabile che vi sia legame tra ὁράω e ϑεωρέω (vedo, guardo, osservo; contemplo; (poi) considero,
rifletto, comprendo, indago concettualmente ), altro verbo il cui significato passa dal vedere in senso fisico
a quel vedere in senso mentale che guida e permette l’indagine e la comprensione concettuale.
Il passaggio dal vedere sensibile a quello intellettuale può essere osservato anche in due sostantivi
fondamentali del lessico platonico-aristotelico:
1. ἰδέα [da ἰδεῖν, inf. di εἶδον, aor. di ὁράω. La radice -ἶδ è collegata con il vedere e la visione (cfr. lat.
video).], aspetto, figura, forma; carattere distintivo, qualità; tipo, genere, specie, classe, concetto
astratto.
2. εἶδος [cfr. ἰδεῖν; οἶδα, ho visto, io so], figura, aspetto, forma; idea, specie, classe, genere (γένος), tipo,
prototipo, qualità, carattere distintivo, modo di essere, categoria qualità.
I
 Le virtù dianoetiche
Nel libro VI dell’Etica Nicomachea (libro comune anche all’Etica Eudemea), Aristotele distingue le disposizioni
a essere o agire della ragione, o abiti dianoetici 1: arte, scienza, saggezza, sapienza, intelletto.
L’arte riguarda il campo della produzione ed è

[…] una disposizione creativa accompagnata da ragione vera (la mancanza di arte al
contrario è una disposizione produttiva accompagnata da ragione erronea) intorno a
quelle cose che possono essere diversamente da quello che sono.
Eth. Nic. VI 4, 1140 a 21-24

La scienza invece è una disposizione dimostrativa che ha come oggetto il necessario, ossia ciò che non può
essere diversamente da quello che è (cfr. Ibidem, 1139 b 19 ss.).
Ciò che invece può essere diversamente da quel che è, quando sia fuori della nostra
osservazione, non si può dire se vi è oppure no. L’oggetto della scienza dunque esiste
necessariamente. È quindi eterno: infatti tutte le cose che esistono con assoluta
necessità sono eterne, e le cose eterne sono ingenerabili e incorruttibili. Inoltre ogni
scienza sembra essere insegnabile; e ciò che è oggetto di scienza è apprendibile.
Ibidem, 3, 1139 b 22-25

La saggezza è una disposizione ad agire in relazione a ciò che è bene e male per l’uomo, di conseguenza essa è
pertinente al campo delle scelte etiche. Anch’essa, come l’arte, ha di mira le cose che possono essere altrimenti,
quelle attinenti al settore del possibile, opposto a quello del necessario. Comunque, tra arte e saggezza vi è una
differenza, perché mentre la creazione artistica implica un fine diverso da sé stessa, nell’azione etica il fine si
identifica con la stessa bontà dell’azione: se la volontà di bene ha originato e diretto una certa azione, il fine
dell’azione medesima sarà anch’esso il bene.

___________________________________
διανοητικός, che riguarda il pensiero, intellettuale.
1
II
Perciò la saggezza è necessariamente una disposizione pratica accompagnata
da ragione vera intorno ai beni umani.
Ibidem, 5, 1140 b 20-21

Aristotele fu, a quanto pare, il primo a distinguere la sapienza (σοφία) dalla saggezza (φρόνησις),
intendendola come la conoscenza più elevata perché ha come oggetto le cose più alte e divine.

[…] la sapienza dev’essere la più perfetta delle scienze. Quindi il sapiente non
deve conoscere soltanto ciò che deriva dai principi, bensì essere nel vero
anche intorno ai principi. Cosicché la sapienza può dirsi insieme intelletto e
scienza, ed essendo come a capo delle scienze sarà la scienza delle cose più
eccellenti.
Ibidem, 7, 1141 a 16-20

La sapienza, essendo insieme intelletto (vedi sotto) e scienza, è la forma di conoscenza più completa
perché è, al tempo stesso, conoscenza dei principi e delle dimostrazioni che discendono da essi.

L’intelletto (νοῦς) è la facoltà capace di cogliere i principi e le definizioni prime. Questi aspetti non
possono essere dimostrati col ragionamento , ma afferrati con un atto di visione mentale.

L’intelletto è proprio della definizione prima, di cui non si dà ragionamento [...]


[…] Infatti l’intelletto e non il ragionamento è proprio delle definizioni prime
e dei termini ultimi .
Ibidem, 8, 1142 a 25; 11, 1143 b 36

III
• Fonti delle citazioni
Aristotele – Metafisica – con testo greco a fronte; traduzione, introduzione e note di Enrico Berti – Editori Laterza, Bari –
Roma 2017
Per gli altri testi si è fatto riferimento a:
Aristotele – Opere – BUL Laterza, Bari-Roma 1985
N.B. Laddove ho ritenuto opportuno, ho apportato lievi modifiche alla traduzione proposta dai testi citati.
Ideato e realizzato
da
Renato Curreli
Docente di Filosofia e Storia
Liceo G. Siotto Pintor – Cagliari

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Nota: Testi e schemi grafici sono produzioni originali dell’autore. Laddove si facciano citazioni, si riporta la fonte ed
eventualmente si rimanda alla bibliografia. L’origine delle immagini è invece Internet, a cui si rinvia per il reperimento di ulteriori
informazioni. L’autore quindi non possiede alcun diritto relativo a tali immagini e ne ha fatto uso per puri e soli scopi didattici.